K metro 0 – Washington – “Unpredictable”. Imprevedibile. E’ l’aggettivo che Donald Trump ama di più per definire se stesso. Anzi, essere imprevedibile per il presidente americano è una dote. Si potrebbe dire la dote più importante che un buon politico deve avere, perché, al contrario, essere prevedibile, proporre soluzioni che sembrano buone soltanto perché
K metro 0 – Washington – “Unpredictable”. Imprevedibile. E’ l’aggettivo che Donald Trump ama di più per definire se stesso. Anzi, essere imprevedibile per il presidente americano è una dote. Si potrebbe dire la dote più importante che un buon politico deve avere, perché, al contrario, essere prevedibile, proporre soluzioni che sembrano buone soltanto perché sono ovvie, è il male peggiore, In piena campagna elettorale, nell’ottobre scorso, intervistato da Chris Wallace – giornalista esperto di economia di Fox News – che gli chiedeva quali provvedimenti avrebbe adottato per ridurre il debito americano, rispose così: “Non voglio dirglielo. Io voglio essere imprevedibile. Perché abbiamo bisogno di imprevedibilità se vogliamo trovare soluzioni nuove a problemi vecchi”. E l’idea lanciata ieri di trasformare il tappeto di rovine di Gaza nella nuova “Riviera del Medio Oriente” rispetta in pieno le regole dell’imprevedibilità trumpiana.
Prevedibili, invece, allarmate e anche sensate sono state le reazioni negative a questo progetto che – a quanto pare – Donald Trump ha anticipato allo stesso primo ministro israeliano, Benjamin Netanyhau, soltanto poco prima della conferenza stampa congiunta che hanno tenuto alla Casa Bianca. L’unico con il quale Trump ne aveva parlato è Steve Witkoff, il suo inviato speciale in Medio Oriente, che era tornato la scorsa settimana da Gaza e aveva descritto le terribili condizioni nella Striscia con l’80 per cento degli edifici distrutti, i servizi pubblici (dall’acqua all’elettricità) fuori uso come la quasi totalità delle infrastrutture, ospedali compresi. Witkoff che nella sua vita civile è un immobiliarista, proprio come Trump, ha abbozzato anche una previsione di spesa per la ricostruzione che è nell’ordine delle migliaia di miliardi di dollari.
Al di là di ogni giudizio politico – per non parlare di quello morale – del disastro provocato finora dalla guerra, è vero che Gaza non potrà rimanere com’è oggi. In tutte le guerre c’è anche una partita economica. Finché si combatte a guadagnare è l’industria militare. Quando, finalmente, torna – o almeno si annuncia – la pace il grande business si sposta sulla ricostruzione. Gaza non sfugge alla regola. Il piano lanciato da Trump in pochi minuti durante la conferenza stampa finale della visita di Netanyahu, indica un obiettivo piuttosto che precisare tempi, modi, costi, ruoli. E per i due milioni di palestinesi che adesso vivono accampati in tendopoli tra le rovine o attorno ai pochi villaggi risparmiati dai quindici mesi di combattimenti, propone un “esodo volontario” – temporaneo o definitivo – fuori dalla Striscia di Gaza. E su questo punto il fronte del no appare compatto: da quello che resta di Hamas ai Paesi arabi che hanno commentato l’idea di Trump.
Su “Truth”, che è il suo social, all’indomani del lancio dell’idea, Trump ha aggiunto qualche particolare. Ha scritto che “Gaza verrebbe consegnata agli Stati Uniti da Israele al termine dei combattimenti. I palestinesi sarebbero reinsediati in comunità molto più sicure e belle, con case nuove e moderne, nella regione. Avrebbero davvero la possibilità di essere felici, sicuri e liberi”. E ancora: “gli Usa lavorando con grandi team di sviluppo provenienti da tutto il mondo, inizierebbero la costruzione di quello che diventerebbe uno dei più grandi e spettacolari sviluppi del genere sulla Terra. E gli Usa non avrebbero nemmeno bisogno di soldati sul terreno perché nella regione regnerebbe la stabilità”. Un Paradiso dopo l’Inferno, insomma. L’unica reazione positiva, per ora, è arrivata da Netanyahu: “Quella di trasferire la popolazione di Gaza in altri Paesi è un’idea straordinaria e penso che dovrebbe essere esaminata e realizzata”, ha detto in un’intervista a Fox News.
Prima che la tregua, in corso dal 19 gennaio, si concluda il primo marzo, Israele e Hamas, con la mediazione del Qatar, dovranno parlare proprio di come fare un altro passo dalla guerra verso la pace e al rilascio degli ultimi 77 ostaggi israeliani ancora prigionieri a Gaza. Nulla è deciso e tra le possibilità, in caso di fallimento, c’è anche la ripresa del conflitto. Adesso è inevitabile che il piano “imprevedibile” di Donald Trump entrerà e influenzerà molto il negoziato. Da parte di Hamas è praticamente sicuro un irrigidimento. Ma è evidente che il presidente americano non prende in considerazione quello che pensa o prepara Hamas. Trump guarda alle capitali arabe. Che, a loro volta, hanno capito che la strategia del tycoon è quella di chiedere cento per ottenere almeno cinquanta come la “guerra dei dazi” appena cominciata ha già dimostrato, almeno nel caso di Messico e Canada. E anche sulla strada della Riviera del Medio Oriente ci potrebbero essere molti compromessi.