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Mobbing negli ospedali il trend cresce

Mobbing negli ospedali il trend cresce

K metro 0 – Roma – Il caso della giovane ginecologa Sara Pedri, scomparsa un anno fa, e vittima – come denunciato dalla famiglia – di maltrattamenti e vessazioni nel suo reparto ospedaliero, è solo l’ultimo caso di cronaca che racconta le conseguenze del mobbing subito dai camici bianchi sul luogo di lavoro. Comportamenti ostili,

K metro 0 – Roma – Il caso della giovane ginecologa Sara Pedri, scomparsa un anno fa, e vittima – come denunciato dalla famiglia – di maltrattamenti e vessazioni nel suo reparto ospedaliero, è solo l’ultimo caso di cronaca che racconta le conseguenze del mobbing subito dai camici bianchi sul luogo di lavoro. Comportamenti ostili, demansionamento, atti vessatori e discriminatori come quelli appena denunciati in un ricorso al Tribunale civile di Roma, sezione Lavoro, contro l’Azienda ospedaliero-universitaria Sant’Andrea di Roma da una psicologa, dirigente sanitaria, Maria Beatrice Palma De Marco, che lamenta di aver subito ripetutamente e continuativamente “soprusi, ingerenze e violazioni contrattuali – si legge nel ricorso – durante lo svolgimento della propria attività”.

“C’è un trend in aumento di condotte ed episodi denigratori verso i sanitari – spiega all’Adnkronos Salute uno degli avvocati del network legale Consulcesi & Partners – Parliamo di carichi di lavoro appesantiti, improvvise stroncature di carriera o il rifiuto di aspettative al medico”. Questi episodi possono configurarsi come mobbing, appunto dal vero inglese ‘to mob’ aggredire, o ‘bossing’ quando queste violenze verbali e fisiche vengono perpetrate dal capo, fino allo ‘straining’, quando manca la continuità nelle azioni vessatorie che sono invece limitate nel numero e distanziate nel tempo.

Secondo l’Inail, sono circa un milione e mezzo i lavoratori italiani vittime di mobbing, mentre attorno ai 5 milioni è stimato il numero di persone in qualche modo coinvolte nel fenomeno, come spettatori o amici e familiari delle vittime.

Il legale avverte che “è difficile dimostrare il mobbing, perché, ricordiamolo, deve esserci una serie di atti illegittimi e protratti nel tempo (mentre lo straining si qualifica quando c’è solo uno o pochi episodi). Non solo. Questi atti – spiega – devono essere come delle ‘perle di una catena’ collegate da unico intento persecutorio nei confronti del medico, diciamo che deve esserci una mente che elabora una strategia. Si deve dimostrare che la condotta del superiore abbia provocato un danno, se c’è una persecuzione e non è facile come può sembrare”. Un caso emblematico è “quello di un medico del Ssn che era stato trasferito in amministrazione e gli era stata data una stanza alla fine di un corridoio in un piano vuoto. Per tutto il giorno il medico non vedeva e non incontrava nessuno. Questo – conclude – è un mobbing angosciante e angoscioso”.

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