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La Fed alza ancora i tassi d’interesse, recessione in vista?

La Fed alza ancora i tassi d’interesse, recessione in vista?

K metro 0 – New York – Parola d’ordine: intensificare la lotta contro l’inflazione. Per questo obiettivo “incondizionato” la Federal Reserve ha alzato mercoledì il tasso di interesse di riferimento di ben tre quarti di punto per la terza volta consecutiva e ha avvisato che altri forti aumenti dei tassi sono previsti in futuro; un

K metro 0 – New York – Parola d’ordine: intensificare la lotta contro l’inflazione. Per questo obiettivo “incondizionato” la Federal Reserve ha alzato mercoledì il tasso di interesse di riferimento di ben tre quarti di punto per la terza volta consecutiva e ha avvisato che altri forti aumenti dei tassi sono previsti in futuro; un ritmo aggressivo che accresce il rischio di un’eventuale recessione. Lo ha riferito France 24.

I funzionari della Federal Reserve Bank hanno dichiarato di essere alla ricerca di un “atterraggio morbido” con il quale riuscire a rallentare la crescita abbastanza da contenere l’inflazione, ma non tanto da innescare una recessione. Tuttavia, gli economisti sono sempre più convinti che i forti aumenti dei tassi della Fed porteranno, nel tempo, a tagli di posti di lavoro, a un aumento della disoccupazione e a una vera e propria recessione alla fine di quest’anno o all’inizio del prossimo.

Nelle loro previsioni economiche aggiornate, i responsabili politici della Fed prevedono che la crescita economica rimarrà debole nei prossimi anni, con un aumento della disoccupazione. Storicamente, secondo gli economisti, infatti, ogni volta che il tasso di disoccupazione è aumentato di mezzo punto per diversi mesi, è sempre seguita una recessione. Si prevede così che il tasso di disoccupazione raggiungerà il 4,4% entro la fine del 2023, rispetto al livello attuale del 3,7%.

Il mese scorso il presidente Jerome Powell ha riconosciuto che le mosse della Fed “porteranno un po’ di dolore” a famiglie e imprese. E ha aggiunto che l’impegno della Banca centrale a riportare l’inflazione verso l’obiettivo del 2% è “incondizionato”, appunto.

È innegabile, d’altra parte, che l’economia non ha visto tassi così alti come quelli previsti dalla Fed da prima della crisi finanziaria del 2008. La scorsa settimana il tasso medio dei mutui fissi ha superato il 6%, il punto più alto degli ultimi 14 anni. I costi delle carte di credito hanno raggiunto il livello più alto dal 1996, secondo Bankrate.com.

L’inflazione sembra ora sempre più alimentata dall’aumento dei salari e dal costante desiderio di spesa dei consumatori e meno dalla scarsità di offerta che aveva tormentato l’economia durante la pandemia di recessione.

Alcuni economisti cominciano a temere che i rapidi rialzi dei tassi della Fed – i più veloci dall’inizio degli anni ’80 – causino più danni economici di quelli necessari a contenere l’inflazione. In particolare Mike Konczal, economista del Roosevelt Institute, ha osservato che l’economia sta già rallentando e che gli aumenti salariali – un fattore chiave dell’inflazione – si stanno stabilizzando e, secondo alcune misure, sono addirittura in lieve calo. Secondo lui, la Fed dovrebbe rallentare i rialzi dei tassi nelle prossime due riunioni. “Visto il raffreddamento in arrivo”, ha precisato, “non è il caso di affrettare i tempi”.

I rapidi rialzi dei tassi della Fed rispecchiano le misure che altre importanti banche centrali stanno adottando in Europa e nel resto del globo, contribuendo alle preoccupazioni per una potenziale recessione planetaria. La scorsa settimana la Banca centrale europea ha aumentato il suo tasso di riferimento di tre quarti di punto percentuale; la Banca d’Inghilterra, e così la Reserve Bank of Australia e la Banca del Canada che hanno proceduto a pesanti aumenti dei tassi nelle ultime settimane. E in Cina, la seconda economia mondiale, la crescita sta già risentendo dei ripetuti blocchi Covid del governo. Se la recessione dovesse colpire la maggior parte delle grandi economie, potrebbe far deragliare anche l’economia statunitense.

Molti economisti sembrano convinti che per frenare l’aumento dei prezzi saranno necessari licenziamenti generalizzati. Una ricerca pubblicata all’inizio del mese sotto l’egida della Brookings Institution ha concluso che la disoccupazione potrebbe dover raggiungere il 7,5% per riportare l’inflazione all’obiettivo del 2% fissato dalla Fed. Secondo la ricerca, condotta dall’economista della Johns Hopkins University Laurence Ball e da due economisti del Fondo Monetario Internazionale, solo una flessione così forte ridurrebbe la crescita dei salari e la spesa dei consumatori in misura sufficiente a raffreddare l’inflazione.

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