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SIRONI, un gigante del Novecento. Una retrospettiva alla Galleria Russo di Roma

SIRONI, un gigante del Novecento. Una retrospettiva alla Galleria Russo di Roma

K metro 0 – Roma – Due donne, d’eccezione, Margherita Sarfatti e Ada Catenacci. E un artista: Mario Sironi, stimato e sostenuto dal loro generoso mecenatismo. Un felice incontro. Rievocato da una mostra singolare: “MARIO SIRONI, La poetica del Novecento, Opere dalle collezioni di Margherita Sarfatti e Ada Catenacci”, allestita dalla storica Galleria Russo di

K metro 0 – Roma – Due donne, d’eccezione, Margherita Sarfatti e Ada Catenacci. E un artista: Mario Sironi, stimato e sostenuto dal loro generoso mecenatismo.

Un felice incontro. Rievocato da una mostra singolare: “MARIO SIRONI, La poetica del Novecento, Opere dalle collezioni di Margherita Sarfatti e Ada Catenacci”, allestita dalla storica Galleria Russo di Roma (a via Alibert, nei pressi di Piazza di Spagna), visitabile fino al 16 aprile. 

Un evento che segue a ruota la grande retrospettiva dedicata a Sironi dal Museo del Novecento di Milano in occasione dei sessant’anni dalla sua morte. Oltre 70 le opere esposte alla Galleria Russo (scelte da Fabio Benzi, curatore del catalogo, insieme a Elena Pontiggia). Un abrégé, un breve compendio del percorso artistico di Sironi. Dagli esordi alla fine degli anni ’50.

A cominciare da un Paesaggio urbano del 1908 influenzato dal divisionismo di Giacomo Balla, suo amico e maestro, con innesto di componenti espressioniste.

E dagli esordi simbolisti e divisionisti al futurismo, cui Sironi aderisce sulla scia di Boccioni. Le opere di questa fase (come il collage La Ballerina del 1916) testimoniano la sua attrazione per il “dinamismo plastico” dei futuristi, ma s’ispirano più alle avanguardie russe che al cubismo francese dei suoi compagni di corrente.

“Avete un grande artista, forse il più grande del momento e non ve ne rendete conto”, disse di lui Pablo Picasso, durante il suo soggiorno a Roma, nel febbraio-marzo del 1917, per disegnare scene e costumi dei Ballets Russes di Diaghilev.

A Roma Picasso dipinse anche il suo capolavoro cubista L’italienne à la fleur (La fioraia di piazza di Spagna), ispirato al costume ciociaro delle donne di Anticoli Corrado, vivaio di modelle dei pittori di via Margutta, dove Picasso affittò uno studio al nr. 53B dal marchese Giuseppe Patrizi.

Anche Margherita Sarfatti aveva riconosciuto in Sironi il più grande artista del suo tempo, collezionandone decine di opere. Relegata al rango di amante di Mussolini, nella narrazione postbellica, la Sarfatti fu in realtà la prima donna europea critico d’arte, di grande intuito.

Nelle opere esposte della sua collezione, c’è, in sintesi, l’intera parabola di Sironi dalle avanguardie del primo novecento alla stagione del Rappel à l’ordre, con la fondazione di Novecento italiano, un movimento promosso dalla Sarfatti per il recupero della tradizione artistica italiana o di una “moderna classicità” per dirla con le sue parole.

Questo segna, per Sironi, un passaggio verso uno stile metafisico improntato da un’essenzialità formale di gusto arcaico. Una svolta preceduta dalla sua adesione al fascismo. Dapprima sotto l’influenza dell’ambiente letterario e artistico che frequentava (Marinetti, Umberto Notari, Margherita Sarfatti). Poi per convinzione.

A questa fase appartengono le opere provenienti dalla collezione di Ada Catenacci: una quarantina di fogli scelti da una cartella di 344 disegni, eseguiti da Sironi nel lungo periodo di collaborazione con Il Popolo d’Italia, il giornale fondato da Mssolini nel 1914 per dar voce all’area interventista del Partito socialista e divenuto in seguito organo di stampa del Partito Nazionale Fascista.

Vignette satiriche graffianti, illustrazioni, manifesti. Opere scottanti di un passato politico imbarazzante, che documentano però l’importanza del disegno nella ricerca di Sironi. Le sue tavole sulla guerra, disegnate nel 1915 per “Gli avvenimenti”, una rivista futurista milanese di Umberto Notari (fondatore tra l’altro di una delle prime agenzie di pubblicità che commissionò manifesti pubblicitari a noti pittori futuristi tra cui Sironi e Depero) vennero definite da Boccioni fra le più belle dell’epoca.

Malinconico e saturnino, Sironi era, fra gli artisti del milieu della Sarfatti, “quello che più di tutti coniugava scelte espressive e scelte, per così dire, ideologiche” come ha osservato Francesco Perfetti (nel suo saggio Futurismo e politica, Firenze, Le Lettere, 2009).

Intrisi di malinconia sono i paesaggi urbani, uno dei temi dominanti della sua pittura, che evocano la solitudine e lo squallore di città scarne, grigie e prive di vita. Sullo sfondo di case monolitiche, fabbriche, ciminiere, muri di cinta.

“Il Novecento è un fenomeno diffuso di mediocrità culturale e di opportunismo politico” ha scritto il grande storico dell’arte Giulio Carlo Argan (L’arte moderna 1770-1970, Firenze, Sansoni, 1970). Ma fra tanta mediocrità, Argan riconosce alcuni artisti autentici, come Carrà, Arturo Tosi e Sironi.

Anche nelle sue opere più legate al regime fascista, come le composizioni murali del periodo 1934-1943, Sironi raggiunge una grandezza che spezza la gabbia politica che le racchiude. L’arte prevale alla fine sull’ideologia e la propaganda. “Sironi dissimula il tono oratorio con una concisa asprezza espressionistica”, osserva Argan. Non ha suonato il piffero della rivoluzione fascista, ha scritto Elena Pontiggia, perché la sua arte, intrisa di dramma, era più funzionale alla verità che alla propaganda.

Anche nelle opere monumentali, scrive Benzi, espresse una mitografia suggestiva “realizzata con una modernità di stile che lo rese ferocemente inviso agli elementi più retrivi e conservatori del partito che giunsero ad accusarlo di arte degenerata ed ‘ebraizzante’”.

Nel dopoguerra, tornerà alla pittura su cavalletto. Alcune opere di questo periodo, provenienti da altre collezioni private, chiudono il percorso espositivo della mostra della Galleria Russo. Riflettono la disillusione politica e il pessimismo esistenziale che governerà le fasi finali della sua vita, ma che non gli impedirà di continuare a lavorare. E nelle ultime composizioni, arriverà a sfiorare i confini dell’informale.

Sironi muore a Milano il 13 agosto del 1961. Per molti decenni successivi sarà vittima di una damnatio memoriae per i sui trascorsi politici. Ma che Sironi fosse un gigante del Novecento lo testimonierà, alla vigilia della sua morte, la prima mostra retrospettiva della Galleria Schwarz a Milano, datata 1960… e dedicata a un duo singolare: Picasso,Pablo-Sironi,Mario (4-28 giugno 1960).

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