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La crisi climatica sta colpendo duramente Medio Oriente e Asia centrale

K metro 0 – Medio Oriente – L’allarme lo ha lanciato Kristalina Georgieva, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) al vertice mondiale sul cambiamento climatico in Medio Oriente e in Asia centrale. “Gli eventi climatici estremi riducono la crescita economica annuale di 1-2 punti percentuali pro capite. Nella sottoregione del Caucaso e dell’Asia centrale

K metro 0 – Medio Oriente – L’allarme lo ha lanciato Kristalina Georgieva, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) al vertice mondiale sul cambiamento climatico in Medio Oriente e in Asia centrale.

“Gli eventi climatici estremi riducono la crescita economica annuale di 1-2 punti percentuali pro capite. Nella sottoregione del Caucaso e dell’Asia centrale hanno addirittura causato un calo permanente del Pil del 5,5%”. Dal 2000, i disastri climatici hanno provocato in media oltre 2.600 morti, hanno colpito 7 milioni di persone e causato danni per 2 miliardi di dollari. Basta un aumento del riscaldamento globale di poco più di 1 grado per gettare metà della popolazione del pianeta nell’insicurezza idrica “almeno un mese all’anno”. E questo è particolarmente sentito in questa regione”. Un aumento della temperatura di 1 grado in cinque dei paesi più caldi (Bahrain, Gibuti, Emirati Arabi Uniti, Mauritania e Qatar) provoca immediatamente un calo della crescita economica pro capite di circa il 2%.

Negli ultimi 30 anni, le temperature della regione sono aumentate di 1,5 gradi, ovvero il doppio dell’aumento osservato a livello globale (0,7 gradi).

Il nuovo documento dell’FMI sulle ripercussioni economiche dei cambiamenti climatici nella regione mostra come sia ormai urgente prendere misure di adattamento e sottolinea la necessità che la comunità internazionale sostenga questo sforzo con adeguati finanziamenti. Vaste aree del Medio Oriente e dell’Asia centrale hanno inoltre climi rigidi in cui il riscaldamento globale sta aggravando la desertificazione, lo stress idrico e l’innalzamento del livello del mare. Le precipitazioni sono diventate più imprevedibili e siccità e inondazioni sono più frequenti. Non solo le vite umane, ma anche i mezzi di sussistenza sono ora a rischio.

In Tunisia, il 90% dei siti turistici si trova lungo le coste minacciate dall’erosione e da innalzamenti del livello del mare. L’Iran ha vissuto lo scorso anno una grave siccità che ha suscitato proteste fra gli agricoltori in crisi.

 

Il cambiamento climatico ha alti costi umani ed economici.

Paesi fragili e in preda a conflitti come Afghanistan, Somalia e Sudan, nonché il Pakistan a reddito medio-basso, sono stati gravemente colpiti e hanno registrato più morti e vittime di disastri climatici.

Lì gran parte della popolazione dipende da un’agricoltura di sussistenza, alimentata da piogge e molto sensibile agli shock climatici. Una difficoltà aggravata dall’instabilità politica, dal debole sviluppo socioeconomico e finanziario e dai rischi per l’alimentazione e la sicurezza sociale.

I paesi con istituzioni solide e infrastrutture resilienti ai rischi climatici (edifici resistenti al calore o sistemi di irrigazione efficienti, ad esempio) generalmente subiscono meno perdite umane. Questo vale anche per i paesi ad alto sviluppo socio-economico e umano, come gli Stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo.

Nonostante gli sforzi globali per ridurre le emissioni di carbonio, un’ulteriore intensificazione dello stress climatico sembra inevitabile. Entro il 2050, le temperature medie estive potrebbero superare i 30 gradi in metà dei paesi della regione.

Inoltre, è probabile che le stagioni diventino più secche in Medio Oriente e Nord Africa e le precipitazioni più irregolari nel Caucaso, in Asia centrale e in Pakistan, aumentando il rischio di siccità. In Tagikistan, le probabilità che si verifichino periodi di siccità nel corso di un anno potrebbe aumentare di dieci volte, dal 3% di oggi a oltre il 30% entro la fine del secolo.

La maggior parte dei paesi ora riconosce che l’adattamento ai cambiamenti climatici è una priorità assoluta.

La Tunisia, ad esempio, ha cominciato così a sviluppare la capacità di produrre acqua dolce mediante dissalazione. Il Pakistan ha rafforzato la sua rete di sicurezza sociale ampliando il suo programma di ridistribuzione della ricchezza. Il Tagikistan e l’Uzbekistan hanno modernizzato i sistemi transfrontalieri di allerta precoce in caso di calamità naturali.

Non esiste un’unica soluzione che funzioni per tutti i paesi poiché ognuno deve affrontare sfide uniche, ma alcuni principi comuni si applicano in tutta la regione.

Come ha recentemente sottolineato Kristalina Georgieva, al World Government Summit di Dubai, le politiche di adattamento, devono essere pienamente integrate in tutte le strategie economiche nazionali. Con interventi specifici per accrescere gli investimenti pubblici nelle infrastrutture resilienti, e per incoraggiare il settore privato a svolgere un ruolo maggiore sostenendo ad esempio le imprese colpite da cambiamenti climatici.

Simulazioni effettuate sul Marocco mostrano che gli investimenti in infrastrutture idrauliche migliorerebbero la resilienza alla siccità, ridurrebbero le perdite di PIL di quasi il 60% e limiterebbero l’aumento del debito pubblico.

Maggiori sforzi di adattamento richiederanno tuttavia un aumento significativo della spesa e quindi dei finanziamenti.

L’incremento del gettito può contribuire a promuovere la spesa per rispondere alle sfide climatiche, frenando nel contempo qualsiasi aumento del debito pubblico. I paesi hanno però bisogno di un maggiore sostegno internazionale per finanziare questi programmi di adattamento, meglio se a condizioni agevolate, nonché di competenze e trasferimenti di tecnologia.

Tra il 2009 e il 2019, le organizzazioni bilaterali e multilaterali hanno fornito alla regione circa 70 miliardi di dollari per finanziare l’azione per il clima, che in gran parte sono stati spesi per misure di mitigazione e solo un quarto circa per misure di adattamento.

La Conferenza dell’ONU (COP27) che si terrà quest’anno in Egitto sarà un’opportunità per la comunità internazionale per aumentare il contributo al finanziamento della lotta ai cambiamenti climatici e sostenere gli sforzi di adattamento nei paesi in via di sviluppo.

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