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ONU, gli uragani ormai frequenti nella regione del Golfo del Messico

ONU, gli uragani ormai frequenti nella regione del Golfo del Messico

K metro 0 – New York – L’uragano Harvey ha scaricato, nel 2017, un’abbondantissima quantità di pioggia sulla costa del Texas. Nel 2020, feroci venti generati dall’uragano Laura hanno distrutto molte abitazioni lungo il litorale della Louisiana. L’ultimo uragano Ida, risalente al 2021, ha devastato buona parte di New Orleans, lasciando l’intera città senza elettricità

K metro 0 – New York – L’uragano Harvey ha scaricato, nel 2017, un’abbondantissima quantità di pioggia sulla costa del Texas. Nel 2020, feroci venti generati dall’uragano Laura hanno distrutto molte abitazioni lungo il litorale della Louisiana. L’ultimo uragano Ida, risalente al 2021, ha devastato buona parte di New Orleans, lasciando l’intera città senza elettricità per giorni.

Il fenomeno degli uragani sta purtroppo diventando frequente nella regione del Golfo del Messico, ed in proposito è stato presentato, lo scorso 28 febbraio, un rapporto delle Nazioni Unite, comprensivo di un’ampia disamina – sulla base degli studi del climatologo louisiano Barry Keim – sugli effetti che i cambiamenti climatici apportano non solo agli esseri umani ma anche agli altre specie animali.

Nel rapporto ONU si sottolinea inoltre, come il Texas, la Louisiana e molte destinazioni turistiche in Mississippi, Alabama e Florida siano governate da amministrazioni repubblicane conservatrici e, pertanto, poco sensibili ai temi climatici, alla richieste di riduzione di emissioni inquinanti, come gas e carbonio in direzione di una energia più pulita.

Lo stesso Keim riporta come il sud della Louisiana sia probabilmente il luogo più vulnerabile degli Stati Uniti quanto a mutazioni climatiche, nonostante anche altre parti del Golfo presentino problemi analoghi. Ad esempio, le industrie del turismo e della pesca dipendono da fiorenti habitat della costa della Florida e della penisola dello Yucatan, ma le barriere coralline sono recentemente sbiancate a causa di – afferma sempre il report, citato dall’AP – “ surriscaldamento dell’acqua ed altri fattori non solo climatici”: nella sola Florida, il degrado delle barriere coralline si può tradurre in un danno economico stimato fra i 24 e i 55 miliardi di dollari.

La relazione illustra, poi, gli sforzi della regione di adattarsi ai cambiamenti climatici. Miami, ad esempio, ha stilato nel 2021 un piano di responsabilizzazione del livello del mare, con l’obiettivo di adattare le infrastrutture esistenti ai mutamenti climatici, di costruire strade sopraelevate e di espandere barriere protettive lungo le coste. In particolare, il comparto di Miami Beach ha speso oltre 500 miliardi per installare pompe finalizzate a far defluire l’acqua fuori dalle aree insulari.

In Louisiana l’autorità statale adibita alla protezione e salvaguardia del litorale costiero ha prodotto un progetto di dragaggio molto specifico – citato dal report delle Nazioni Unite – al fine di ricostituire le zone umide e ricostruire le barriere nelle isole danneggiate dagli uragani.

Alex Kolker, docente di geologia della costa presso il Consorzio delle Università Marine della Louisiana in Cocodrie, ha sottolineato che, dal 1 febbraio scorso, anche la Louisiana ha annunciato la programmazione di un piano per ridurre le emissioni di gas, prefissandosi l’obiettivo di riportarle a zero entro il 2050.

Ancora, dal 2017 al 2019, sulla base di uno studio condotto dall’Università della Florida, i settori turistici hanno perso 184 miliardi di guadagni a causa della cosiddetta “marea rossa”. Il surriscaldamento dell’acqua, infatti, favorisce la crescita di alghe, causate da inquinamento agricolo, urbano e da altri fattori di danneggiamento delle coste della Florida, per i quali anche ci si augura un rapido ed efficace intervento statale.

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