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Spagna, la riforma del lavoro del governo Sanchez passa per un soffio

Spagna, la riforma del lavoro del governo Sanchez passa per un soffio

K metro 0 – Madrid – Più precisamente, per un solo voto. Un voto telematico, espresso, per errore, da un deputato del Partito Popolare all’opposizione: Alberto Casero, che ha reso possibile la vittoria del Governo in un finale al cardiopalma che nessuno si aspettava. “Non festeggerò fino alla fine della votazione”, aveva detto, come per

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K metro 0 – Madrid – Più precisamente, per un solo voto. Un voto telematico, espresso, per errore, da un deputato del Partito Popolare all’opposizione: Alberto Casero, che ha reso possibile la vittoria del Governo in un finale al cardiopalma che nessuno si aspettava.

“Non festeggerò fino alla fine della votazione”, aveva detto, come per un presentimento, Nadia Calviño, ministra dell’Economia e vicepremier dal 2021.

La riforma è stata uno dei progetti principali del governo socialista di Pedro Sánchez. Ed è già una realtà grazie a interminabili giornate di negoziazione con datori di lavoro e sindacati, da mesi, il cui frutto avrebbe potuto svanire in pochi secondi.

Nessuno immaginava come si sarebbe conclusa questa vicenda dopo una giornata che resterà nella storia del parlamentarismo in Spagna. E che ha provocato polemiche roventi, con accuse gravissime di campagne di “compravendita di voti”, “brogli”, “frode democratica” e “transfughismo”, che potrebbero avere conseguenze in tribunale. (Un giudice ha già aperto un procedimento per indagare sul voto dopo una denuncia).

I parlamentari presenti giovedì al Congresso dei Deputati hanno parlato di “spettacolo imbarazzante”, “grottesco”, “puro surrealismo”, per descrivere ciò che è stato vissuto all’interno di un emiciclo in gran confusione. Fra gesti di panico nel banco di governo quando per un momento la riforma è stata considerata abrogata. Seguiti da salti di gioia tra i conservatori del Partito popolare e l’estrema destra di Vox, prima ancora della concreta possibilità di bocciare la riforma. Per lasciare infine il posto all’esplosione di gioia al grido di “sì, si puo’” quando i “sì” hanno finalmente superato i “no”.

Un voto con conseguenze politiche, legali e istituzionali che sicuramente arriveranno e che sarà al centro del dibattito politico nei prossimi giorni, nel bel mezzo della campagna per le elezioni regionali in Castilla y León.

Poche ore prima della votazione, il governo sembrava favorito grazie a una maggioranza trasversale fra PSOE, Unidos Podemos, Ciudadanos (liberali), PdeCat (indipendentisti catalani), Más País (populisti di di sinistra), Compromís (coalizione elettorale valenziana), PRC (regionalisti di Cantabria), Teruel Esiste (un movimento locale di Teruel, cittadina dell’Aragona, con un solo deputato, determinante, per la fiducia al governo Sanchez), Coalición Canaria, Nueva Canarias e UPN (partito regionalista della Navarra, di destra).

Una rassemblement a dir poco eterogeneo, che alla prova dei fatti ha dimostrato che la geometria variabile al Congresso dei deputati cammina su un filo sempre più sottile che fa dipendere da un voto unico una riforma del lavoro, approvata infine per puro rimbalzo e per errore.

Va del resto ricordato che Pedro Sánchez è stato eletto premier nel gennaio 2020 con una differenza di due soli voti.

L’accordo di base iniziale della coalizione che sostiene il governo Sanchez prevedeva la cancellazione della controriforma del lavoro ultraliberista introdotta nel 2012 dal premier del Partito Popolare conservatore Mariano Rajoy. Poi però l’abrogazione tardava a venire, fra le proteste della sinistra di Unidos Podemos che accusavano i socialisti di voler annacquare il testo redatto dalla ministra del Lavoro Yolanda Díaz.

Ad accelerare la riforma è stato l’intervento di Bruxelles che ha subordinato la concessione di una tranche di 12 miliardi di euro del Recovery Fund, alla riduzione, non più rinviabile, della precarietà.

La riforma infine varata ristabilisce la prevalenza degli accordi di settore su quelli aziendali; reintroduce l’estensione dei contratti collettivi quando questi scadono senza che se ne sia concordato il rinnovo; riduce il lavoro precario e a termine; limita la pratica del subappalto.

Ma, secondo le critiche di forze politiche e sindacali alleate di Sanchez, ma più a sinistra o comunque più critiche, non aumenta gli indennizzi ai lavoratori in caso di licenziamento; non ripristina l’autorizzazione amministrativa in caso di licenziamenti collettivi; non reintroduce l’obbligo per le imprese di pagare i salari arretrati ai lavoratori licenziati arbitrariamente e reintegrati.

Sta di fatto, tuttavia, che il decreto legge di riforma entrato in vigore all’inizio di quest’anno ha già prodotto effetti positivi sull’occupazione, resi noti mercoledì scorso: dopo il boom dei contratti brevi per le festività, è stato registrato un aumento cospicuo dei contratti a tempo indeterminato del 92%.

La nuova riforma del lavoro era stata elaborata dopo lunghe trattative del governo Sanchez con imprese e sindacati. Le sue nuove regole, non tolgono flessibilità alle aziende, ma limitano nettamente il ricorso ai contratti a termine (che in Spagna riguardano più del 25% dei lavoratori) in un paese con la disoccupazione tra le più alte d’Europa (il 14,75 % nel terzo trimestre 2021, il 31,15% tra i giovani con meno di 25 anni).

Tutti i contratti di lavoro saranno a tempo indeterminato. Con due sole eccezioni: “Le esigenze produttive e la sostituzione di altri lavoratori”. Ma non potranno durare, in ogni caso, più di sei mesi (o un anno in caso di accordi collettivi). E potranno essere utilizzati dalle imprese per non più di 90 giorni in un anno.

La Spagna, in conclusione, ha un nuovo statuto dei lavoratori. Sia pur approvato, in modo rocambolesco, di stretta misura.

I deputati di Unidos Podemos hanno rinfacciato alle sinistre indipendentiste, critiche verso la riforma, di votare come il Partito popolare o Vox. Ma alla fine il testo è stato approvato anche grazie ai voti di conservatori come Ciudadanos e dei nazionalisti catalani del PdeCat, convinti della necessità di una scelta di responsabilità, forte anche del consenso raggiunto con imprenditori e sindacati. Con colpi di scena finali, come il voto, per errore, di un deputato del Partito popolare, che è stato però decisivo a causa del venir meno di due voti di due deputati della destra navarra dell’UPN, che non hanno seguito le indicazioni del loro partito, schierato a favore della riforma.

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