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Libano, Jalakh, Rettore dell’Antoniana: salvare il piccolo Paese del Cedro

Libano, Jalakh, Rettore dell’Antoniana: salvare il piccolo Paese del Cedro

K metro 0 – Beirut – “Ci si augura che ogni nuovo anno porti con sé la speranze di futuro migliore per l’umanità in particolare per il mio Paese, il Libano”. Raggiungiamo rapidamente al telefono Il Prof. Michel Jalakh, il Rettore Magnifico dell’Università Antoniana del Libano: “Oggi il mio Paese si trova veramente a un

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K metro 0 – Beirut – “Ci si augura che ogni nuovo anno porti con sé la speranze di futuro migliore per l’umanità in particolare per il mio Paese, il Libano”. Raggiungiamo rapidamente al telefono Il Prof. Michel Jalakh, il Rettore Magnifico dell’Università Antoniana del Libano: “Oggi il mio Paese si trova veramente a un bivio della storia, uno di quei crocevia ineludibili nella vita delle collettività come dei singoli. Dobbiamo tutti, noi libanesi, scegliere finalmente quale Paese vogliamo costruire: se un Libano che per il mondo risulti un modello di integrazione, o quantomeno di convivenza, tra etnie, religioni, culture diverse (come, effettivamente, è stato in passato). 0, invece, un Libano continuamente sull’orlo della bancarotta e, soprattutto, dei conflitti, e sempre indeciso se ripararsi sotto l’ ”ombrello” di quella o quell’altra grande potenza. Senza mai dimenticare che, comunque, il nostro Paese sarà sempre inevitabilmente condizionato, almeno in una certa misura, dai due Stati vicini: la Siria da un lato, e Israele dall’altro”.

Intervista realizzata in collaborazione con il giornalista e editore, George Rashed.

D. Prof.Jalakh, di fronte a quel che sta accadendo in Libano da un pò di tempo, certo non paragonabile agli anni della guerra civile 1975 – 1990, ma comunque preoccupante, anzitutto è fondato il paragone con altri Paesi alle prese con gravi emergenze finanziarie, energetiche, alimentari, come Venezuela, Cile, Iraq?

R. Fermo restando che comunque le differenze fra tutte queste situazioni sono consistenti, ci sono purtroppo delle analogie: perché, anzitutto, anche noi qui combattiamo con prezzi dei carburanti che sono sempre più cari, svalutazione della moneta e inflazione alle stelle (recentemente aveva raggiunto addirittura il 93%!).

D. Senza esagerare, è un quadro quasi da Repubblica di Weimar…ma le cause precise?

R. Le cause sono molteplici. Va onestamente riconosciuto che, dopo gli accordi di pace che posero fine alla guerra civile (presi nella città di Ta’if nel 1989, con la successiva nascita della “Seconda Repubblica” libanese, N.d.R.), non siamo riusciti a ricostruire veramente il Libano. Pur con la fine della guerra civile violenta e la stesura di una nuova Costituzione, che cosa è accaduto? I vari capifazione, e gli ex-miliziani, sono entrati tutti nell’apparato statale, ma la loro mentalità è rimasta la stessa di prima: l’han fatto soprattutto per arraffare il più possibile le risorse del Paese, creando un sistema di corruzione generalizzata tra i peggiori del mondo. Anche dopo l’assassinio dell’ex Primo ministro Rafiq al – Hariri a febbraio 2005, e la conseguente “Rivoluzione del Cedro” che portò, poco tempo dopo, al ritiro delle truppe siriane della vecchia Forza Araba di Dissuasione (truppe la cui presenza, fortemente condizionante per il Paese, era stata sancita da un “Trattato di cooperazione” siro-libanese del 1991, N.d.R.), poco è cambiato, nel nostro Paese.

D. In che senso poco cambiato?

R. Voglio dire che, dopo il ritiro delle forze militari siriane nel 2005, in Libano la componente cristiana ha ripreso maggiormente presenza, dopo anni di prevalenza di quella musulmana filosiriana (non a caso, dal 2016 Presidente della Repubblica è nuovamente il maronita Michel Aoun, già generale e, nel 1988- ’90, Capo di Stato, N.d.R.). Ma, mentre comunque la presenza siriana nel Paese si fa sempre sentire (anche col milione e mezzo di profughi siriani che dal 2011, con l’inizio della guerra civile a Damasco, si son riversati nel paese), la nostra situazione economico- sociale è peggiorata sempre più. Primo cancro è la corruzione dilagante, unita al poco spessore morale e all’incapacità di tutta la classe politica di portare il Libano fuori dalla crisi. Oggi, mi dispiace dirlo, ma la prima cosa che devono fare quei pochi investitori, e “soccorritori”, internazionali (come il FMI) e interni operanti sulla scena libanese, è di controllare sempre e attentamente la destinazione degli aiuti internazionali.

D. Quali possono essere i passi successivi?

R. In realtà, primissimo passo è di non negare l’esistenza della crisi (come, invece, arrivano a fare certi nostri politici). Non dimentichiamo, poi, il ruolo essenziale dei mass media liberi: che hanno un primario compito di denunciare abusi, corruzione e l’uso dei beni pubblici come se fossero proprietà privata. Di questo, in Libano, van resi consapevoli, oltre agli uomini politici, anzitutto i giovani. Ai quali va ridata la speranza di un futuro: non è accettabile che i nostri ragazzi, in cerca appunto di un futuro migliore, abbiano ripreso, da tempo, ad emigrare, in Francia, in altri Paesi europei, negli USA e addirittura in Australia. Oggi, mentre più del 35% della popolazione residente in Libano è costituito di fatto da siriani, il nostro sta diventando un Paese di vecchi (e non oso pensare, continuando così, a come sarà tra 10 anni): solo negli ultimi 2 anni, per effetto di tutti i problemi nazionali, la natalità da noi è crollata addirittura del 65%.

D. Fuori dal Libano – specie dopo fatti come la devastante esplosione al porto di Beirut dell’agosto 2020, e la ripresa di sanguinose sparatorie cittadine – oggi c’è il timore che quella che fu, una volta, la Svizzera dell’oriente diventi una nuova Jugoslavia del 1991 – ’95, con le sue devastanti guerre di religione…

R. Mi lasci dire anzitutto che i problemi del Libano, nonostante la presenza, da sempre, di fazioni politiche e militari di fede diversa, non han nulla a che vedere con la religione. Il fatto è che – come del resto avviene anche in altre parti del mondo – i nostri politici, in realtà, usano i loro legami con le varie comunità religiose per riciclarsi e rafforzare, nobilitare, la propria immagine. Ma quel che la comunità internazionale può fare per aiutare il Libano, invece, oltre a perfezionare i programmi internazionali e sovranazionali di aiuti già esistenti, è creare dei “corridoi bilaterali” di aiuto e di dialogo, dei quali possa beneficiare specialmente la società civile libanese. Ad esempio con la Francia, che già supporta finanziariamente alcune nostre scuole e università (le quali, purtroppo, hanno difficoltà ad abbassare gli alti costi di iscrizione per gli studenti). E ancor più, direi, con l’Italia…

D. Tra Italia e Libano, in effetti, ci sono storici rapporti di amicizia e di collaborazione (oltre – scusi la battuta, ma mi viene inevitabile – le analogie anche in negativo, a proposito di corruzione diffusa, inefficienza del ceto politico ed emigrazione ripresa…!)… Ma in quali campi, Professore, vede più rafforzabili i legami tra i nostri Paesi?

R. Oltre ai programmi di cooperazione allo sviluppo da anni già avviati dal vostro ministero degli Esteri, un campo molto promettente può essere la collaborazione tra Università (ad esempio, abbiamo già un simile accordo con l’Ateneo del Molise), e tra reti informatiche e bibliotecarie. Le dico sinceramente che speriamo molto nell’Italia appunto perché, non è schierata a priori con nessuna delle grandi potenze che, direttamente o indirettamente, cercano di tenere il Libano sotto la loro supervisione, ma cerca, invece, di restare amica di tutti. Così come speriamo nel Vaticano, per la sua alta capacità di restare neutrale e mediare nei vari conflitti, internazionali e interni ai singoli Paesi.

D. In ultimo, Professore, che messaggio si sente di lanciare?

R. Un messaggio, soprattutto di speranza in un futuro migliore. Che mando soprattutto alle nuove generazioni, libanesi ma anche italiane. Perché teniamo conto, da un lato, che il Libano comunque ha un sistema scolastico e universitario robusto, in grado di formare i suoi ragazzi. Dall’altro, che i valori della tolleranza (nel senso migliore del termine), della libertà nella solidarietà, della democrazia (specie dopo la terribile lezione della Seconda guerra mondiale), oggi, nonostante tutto, nel mondo sono, pur in varia misura, più diffusi e radicati di quanto si creda. E’ a questi valori che dobbiamo educare le nuove generazioni, in Libano come in Italia. Dobbiamo “andare oltre” quelle che son state le tragedie di intolleranza del ‘900 e anche dell’ultimo ventennio: nella consapevolezza, per quanto riguarda il Libano, che se si sfasciasse il nostro Paese, che per tanto tempo davvero è stato un ‘modello internazionale’ di pacifica convivenza tra etnie, religioni, gruppi linguistici e culturali, le conseguenze negative a catena, specie per altri Paesi multietnici, sarebbero devastanti in tutto il mondo.

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