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I denti del drago: l’assalto regolatorio della Cina alle aziende private del paese

I denti del drago: l’assalto regolatorio della Cina alle aziende private del paese

K metro 0 – Pechino – Il drago digrigna i denti e rende molto più difficile, se non impossibile, l’accesso a informazioni sull’economia cinese da parte degli investitori stranieri da quasi due mesi. Conseguenza di una nuovissima legge sulla protezione dei dati sensibili usata come arma economica e politica. Partiamo da alcuni eventi, apparentemente isolati,

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K metro 0 – Pechino – Il drago digrigna i denti e rende molto più difficile, se non impossibile, l’accesso a informazioni sull’economia cinese da parte degli investitori stranieri da quasi due mesi. Conseguenza di una nuovissima legge sulla protezione dei dati sensibili usata come arma economica e politica.

Partiamo da alcuni eventi, apparentemente isolati, ma in realtà interconnessi. Che rapporto c’è, tra un provvedimento preso dalla Cina lunedì 27 dicembre, per limitare gli investimenti esteri nelle start-up tecnologiche cinesi, la scomparsa sistematica dai radar di navi cinesi da più di un mese e Didi, il competitor cinese di Uber, spinto all’inizio di dicembre da Pechino a lasciare la Borsa di New York dove si era quotata alla fine di giugno ignorando gli ammonimenti delle autorità di vigilanza nazionale cinesi?

Un filo conduttore, in effetti, c’è: l’ossessione del Partito Comunista Cinese di controllare il flusso di dati economici ritenuti sensibili.

Il “mistero” delle navi cinesi che scompaiono

La recente decisione di non consentire più agli investitori stranieri di utilizzare complicati accordi finanziari per entrare nel capitale delle start-up tecnologiche cinesi senza l’accordo di Pechino dovrebbe consentire alle autorità “di sapere con maggiore precisione a che tipo di dati possono avere accesso gli investitori stranieri”, osserva il “Financial Times”.

Idem per il “mistero” delle navi cinesi che “scompaiono dai radar”, come ha spiegato il 2 dicembre la rete americana CNN. Dall’inizio di novembre, “c’è stato un calo del 90% nel numero di navi cinesi che hanno inviato segnali per geolocalizzarle”, secondo VesselsValue, una società di analisi dei dati di spedizione. Anche in questo caso tocca a Pechino riprendere il controllo della circolazione dei dati di geolocalizzazione.

Le pressioni del Partito Comunista Cinese su Didi, grande detentore di dati di geolocalizzazione, affinché lasci la Borsa di New York appena sei mesi dopo essere entrato a farne parte dimostra davvero quanto si siano arroccati su posizioni difensive i regolatori cinesi per proteggere i dati ritenuti importanti, sostiene Rebecca Arcesati, del Merics (Mercator Institute for Chinese Studies con sede a Berlino),

Nel contesto del conflitto commerciale con gli Stati Uniti e del peggioramento delle relazioni diplomatiche con parte dell’Occidente, “un grande timore a Pechino è che un avversario della Cina possa mettere le mani su dati ritenuti sensibili che potrebbero avere un impatto sugli interessi nazionali, e in particolare sulla sicurezza”.

Fino a poco tempo fa, la Cina non disponeva di strumenti realmente efficaci per proteggere queste informazioni. Ma le cose sono cambiate dal 1° novembre, con l’entrata in vigore delle normative sulla protezione dei dati. Queste leggi sono state presentate inizialmente come una sorta di GDPR (il Regolamento generale per la protezione dei dati adottato dall’Ue nel 2016) rafforzato in stile cinese.

Ma questa operazione, è fatta col pretesto di proteggere consumatori e cittadini dalla possibile avidità delle grandi piattaforme Internet per sfruttare commercialmente i loro dati personali, è stata l’occasione per rafforzare la sicurezza dei dati sensibili e limitare chi può accedervi. Ovvero un potente strumento di controllo economico nelle mani del regime cinese, secondo Zeno Leoni, esperto di relazikoni sino-americane del King’s College di Londra.

Innanzitutto, per la vaghezza della definizione di “dati sensibili“, una categoria molto ampia, che ha creato gran confusione tra le aziende cinesi e straniere e consente inoltre al regime di modificare la propria concezione degli “interessi nazionali” da tutelare secondo le proprie esigenze, secondo Rebecca Arcesati.

Ma soprattutto, perché “il campo della ‘sicurezza nazionale’ si è notevolmente ampliato sotto Xi Jinping. C’è una tendenza ad adottare un’interpretazione molto ampia delle informazioni e dei dati da proteggere.

Forse, stiamo assistendo a una reazione eccessiva da parte dei regolatori cinesi che preferiscono fare troppo piuttosto che non abbastanza.

Le navi, ad esempio, potrebbero finire per apparire di nuovo sui radar quando i contorni della nuova legge saranno meglio definiti ai vertici dello Stato.

Nel frattempo, questa protezione completa dei dati fa il gioco del potere cinese, in conformità all’ obiettivo a lungo termine di Xi Jinping di separare l’economia cinese dal resto del mondo occidentale e riaffermare un maggiore controllo politico sull’apparato produttivo”, ha spiegato Zeno Leoni.

Rendendo ancora più opaca la “scatola nera” cinese, le autorità di Pechino stanno creando una sorta di nebbia sui dati economici che li rende poco trasparenti per i gruppi stranieri. Soprattutto nei cosiddetti settori prioritari come Internet e le tecnologie “dirompenti” (intelligenza artificiale, autovetture autonome, ecc.). Senza accesso alle stesse informazioni dei loro concorrenti locali, questi gruppi stranieri sono ostacolati sul mercato cinese. E questo consente alle autorità di Pechino di evitare la concorrenza straniera e avere mano libera per controllare la direzione in cui stanno andando i settori considerati prioritari.

Questo gioco a nascondino con i dati economici non è però esente da rischi per la Cina. I gruppi cinesi ancora quotati a New York – come il portale internet Baidu e i giganti dell’e-commerce Alibaba e JD.com – hanno tutti perso tra il 10% e il 20% del loro valore di mercato in un mese, alimentando la sfiducia degli investitori.

Insomma, è in atto un assalto regolatorio delle autorità di Pechino che alla fine potrebbe estendersi a tutte le aree del settore privato delle aziende del paese.

Questo dimostra quanto Xi Jinping sia disposto a sacrificare sull’altare della sua visione di un’economia cinese più autosufficiente nel lungo periodo e libera da influenze straniere in settori chiave.

Il caso di DIDI, la Uber cinese che ha un data base di quasi 1 miliardo di clienti. è emblematico. Spinta da Pechino a lasciare la borsa di New York e a trasferire gradualmente le sue azioni a quella di Hong Kong, tempo fa aveva rilevato le attività locali di Uber in Cina in uno scambio azionario che ha fatto di Uber un azionista di Didi (con il 13% del valore del capitale), insieme al fondo giapponese SoftBank (che ha circa il 21% del valore delle azioni). Le autorità cinesi temevano una proprietà straniera su una grande azienda nazionale che lavora con i dati. E subito dopo la sua quotazione alla Borsa di New York l’estate scorsa (con un collocamento di 4,4 miliardi di dollari)l’autorità cinese per la cybersicurezza ha bloccato la app di Didi impedendo nuove registrazioni adducendo a pretesto serie preoccupazioni per la sicurezza dei dati dei cittadini cinesi.

Un chiaro avvertimento alle aziende cinesi che volessero quotarsi al di fuori della madre patria.

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