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India: I musulmani vittime di un sistema di caste che li esclude e li ostacola

India: I musulmani vittime di un sistema di caste che li esclude e li ostacola

K metro 0 – New Delhi – C’è una “minoranza” musulmana in India, che fa di questo subcontinente il secondo paese islamico del mondo. Dopo l’Indonesia e prima del Pakistan. Come ha sottolineato Antonio Armellini, un diplomatico italiano di lungo corso (nel suo libro “L’elefante ha messo le ali. L’India del XXI secolo”, Milano, 2013,

K metro 0 – New Delhi – C’è una “minoranza” musulmana in India, che fa di questo subcontinente il secondo paese islamico del mondo. Dopo l’Indonesia e prima del Pakistan. Come ha sottolineato Antonio Armellini, un diplomatico italiano di lungo corso (nel suo libro “L’elefante ha messo le ali. L’India del XXI secolo”, Milano, 2013, Università Bocconi Editore)

Una minoranza rimasta vittima di “un sistema castale illegale nella forma, ma vivissimo nella pratica”. All’interno di un paese dove la pratica di trasmettere privilegi e incarichi ai membri della propria famiglia è apertamente accettata. E il peso delle caste deriva dal controllo dei meccanismi di consenso elettorale.

Sì, l’elefante ha messo le ali. L’India ha fatto grandi progressi. Ma i musulmani sono rimasti indietro in quasi tutte le categorie socioeconomiche e in quassi tutti gli indicatori di sviluppo. Una minoranza che ha sì una voce, garantita dall’ordinamento costituzionale, ma insufficiente. E che ha perso più di 70 anni di aiuti strutturali dati alle loro controparti non musulmane, come documentano Amir Ullah e Ismail Shaikh, due ricercatori del Center for Development Policy and Practice di Hiderabad.

L’idea di introdurre quote riservate (nelle sfere dell’istruzione, delle istituzioni del mondo del lavoro, ecc.) per le caste e le tribù riconosciute (Scheduled castes and tribes), come vengono ufficialmente definiti diversi gruppi sociali o etnici storicamente svantaggiati in India, fu un’iniziativa assunta dopo l’indipendenza del paese dal dominio coloniale inglese, per porre riparo a secoli di sfruttamento derivante da rigide gerarchie castali.

Durante il periodo britannico venivano definite “depressed classes” (classi basse), che corrispondevano ai Paria o Dalit (i cosiddetti “intoccabili”) detti anche i “fuori casta” o 5a casta (che includeva gli aborigeni indiani e gli stranieri) nel sistema sociale e religioso induista. Si calcola che circa 100 milioni di Dalit di religione musulmana (di cui una parte convertiti) vivano attualmente in India.

L’obiettivo principale delle quote riservate era quello di aiutare le caste e le tribù più emarginate a superare la discriminazione sociale e raggiungere l’uguaglianza rispetto alle caste superiori.

Sebbene l’India avesse alcuni tipi di quote riservate prima del Raj britannico (il dominio inglese), in molti dei suoi Stati principeschi, queste erano distribuite in modo diseguale e variavano notevolmente da uno Stato all’altro.

Sistemi di quote più generali furono messi in atto già nel 1909, con il British Raj, che le introdusse nel Government of India Act del 1909. Allora si trattò essenzialmente di quote di rappresentanza politica (ovvero di seggi) in contrapposizione a quelle di tipo economico (posti di lavoro e impieghi nella pubblica amministrazione). Le quote economiche hanno preceduto di molto quelle politiche.

Nel Raj britannico, le “caste arretrate” comprendevano “tutti tranne i bramini e le altre caste superiori”. Non c’era alcuna differenziazione tra le caste inferiori e nessuna divisione religiosa.

La successiva importante aggiunta al sistema di quote riservate emerse dalla Round Table Conference del giugno 1932, quando il premier britannico, Ramsay MacDonald, propose il Communal Award, che estese l’elettorato separato alle classi depresse (Scheduled Caste) e ad altre minoranze.

Introdotto nell’Indian Councils Act 1909 per i musulmani, l’elettorato separato fu poi esteso ai Sikhs, ai cristiani indiani, agli angloindiani e agli europei attraverso il Government of India Act 1919. E prevedeva l’assegnazione di vari seggi da ricoprire in base alla volontà espressa da collegi elettorali in cui solo queste minoranze potevano votare.

Ma questi collegi non erano esclusivi, poiché i membri delle caste e tribù reiette potevano votare anche in altri seggi ed elezioni. La proposta si rivelò perciò controversa. Gandhi digiunò per protesta contro di essa, perché temeva che questo tipo di votazione dividesse la nazione secondo linee religiose. Molti altri, invece, come il leader degli “intoccabili”, B. R. Ambedkar, non erano d’accordo col Mahatma. Così, dopo lunghe trattative, Gandhi raggiunse un accordo con Ambedkar per avere un unico elettorato indù, con i Dalit che disponevano di seggi riservati al suo interno.

Dopo che l’India ottenne l’indipendenza, l’intero sistema delle quote riservate venne scosso. In precedenza, esso era stato messo a punto dagli inglesi. Ma adesso che se n’erano andati toccava al nuovo governo indipendente ridefinirlo. Tutte queste questioni furono oggetto di accesi dibattiti nella neonata Assemblea Costituente dell’India. Alcuni dei suoi membri rifiutarono apertamente l’assegnazione di quote secondo l’appartenenza religiosa, sulla base di argomenti come quello di Gandhi sul Communal Award, mentre altri si dichiararono favorevoli avanzando obiezioni simili a quelle di Ambedkar. Ma poi fu concordato che le “Classi Depresse”) e le “Tribù Aborigene” meritassero delle quote riservate.

L’Assemblea costituente, tuttavia, abbandonò la politica britannica di riservare particolari quote ai musulmani.

Così, la responsabilità di individuare, definire e assegnare adeguate quote riservate venne affidata interamente ai governi dei singoli Stati indiani. Ma questi, di fatto, ignoravano del tutto le classi arretrate, come poi emerse dal rapporto della Commissione Mandal del 1979, in cui si scoprì che i singoli Stati dell’India non avevano neppure una chiara definizione del concetto di “quote riservate”, né una politica coerente per applicarle.

In tutto questo, i musulmani sono stati gravemente colpiti. Gli inglesi avevano predisposto quote riservate per loro. Ma in seguito queste diposizioni furono revocate senza che nulla potesse sostituirle, abbandonando la comunità musulmana al suo destino.

Così, mentre le classi basse hanno visto i loro diritti rafforzati dal governo centrale, alle altre classi arretrate, costituite principalmente da musulmani, questi sono stati negati.

Col risultato che i musulmani hanno perso terreno in 70 anni. La loro comunità, che rappresenta il 13% della popolazione indiana, costituisce la fascia più povera della società.

Solo il 35% degli hindu svolge lavori informali (con minori diritti e garanzie), a fronte del 53% dei musulmani che lavorano senza tutele di legge.

Quasi la metà della popolazione hindu riceve un salario regolare, ma solo un quarto dei musulmani ha lo stesso trattamento. Pochi musulmani ricoprono posizioni di rilievo nelle grandi imprese e non possiedono grandi attività commerciali.

Passeggiando per le vie di un quartiere a maggioranza musulmana si ha la sensazione che lo Stato abbia abbandonato a se stessi i suoi abitanti: infrastrutture vecchie, case, scuole e edifici pubblici fatiscenti.

I livelli di istruzione dei musulmani sono generalmente inferiori a quelli degli hindu. Anche perché le famiglie povere preferiscono mandare i propri figli a lavorare anziché a scuola.

Eppure la stragrande maggioranza dei musulmani in India non ha origine da immigrati dell’epoca in cui gli arabi conquistarono buona parte del subcontinente, ma è etnicamente indiana. Discendente di indigeni convertiti all’Islam perché attratta dai suoi principi di egualitarismo, radicalmente opposti al rigido classismo del sistema delle caste.

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