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Golfo di Guinea: Una regione devastata da fuoriuscite in mare di petrolio, ignorate dai media

Golfo di Guinea: Una regione devastata da fuoriuscite in mare di petrolio, ignorate dai media

K metro 0 – Malabo – E’ il golfo delle chiazze. Di petrolio. Maree nere che ciclicamente stendono una coltre di veleni sul mare. Un mare di fuoriuscite di petrolio, al largo della costa dell’Africa occidentale, che ha infestato l’intero Golfo di Guinea. Con la piaga, sempre aperta, del Delta del Niger, devastato dall’inquinamento derivante

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K metro 0 – Malabo – E’ il golfo delle chiazze. Di petrolio. Maree nere che ciclicamente stendono una coltre di veleni sul mare. Un mare di fuoriuscite di petrolio, al largo della costa dell’Africa occidentale, che ha infestato l’intero Golfo di Guinea. Con la piaga, sempre aperta, del Delta del Niger, devastato dall’inquinamento derivante dallo sfruttamento delle risorse petrolifere.

Prima economia dell’Africa, la Nigeria è anche la prima produttrice di petrolio. E il mare prossimo alle coste dell’Africa occidentale (su cui si affaccia un arco di paesi che vanno dalla Costa d’Avorio al Congo, fino all’Angola) è anche la zona di elezione della pirateria su scala mondiale.

Una combinazione di fattori che hanno reso queste acque un immenso teatro di una quantità di sversamenti di petrolio maggiore di quella della catastrofe di Deepwater Horizon, la piattaforma petrolifera offshore di BP (British Petroleum) che inondò il Golfo del Messico con 4 milioni di barili di petrolio nel 2010.

Una catastrofe che ha fatto notizia per mesi in tutto il mondo, mentre la grande quantità di sversamenti nel Golfo di Guinea, tra il 2002 e il 2012, non è stata in gran parte segnalata.

Eppure, stando alle immagini catturate dal satellite Envisat, in quel periodo, i ricercatori della società di consulenza francese VisioTerra (specializzata in valutazioni di dati satellitari) hanno trovato prove di oltre 18.000 chiazze di petrolio in questo specchio di mare.

Alcune sono state causate da infiltrazioni naturali da aree costiere ricche di petrolio, come il Delta del Niger (70.000 kmq, 27 milioni di abitanti) dove si produce la maggior parte del petrolio nigeriano (circa 2,4 milioni barili al giorno). Ma la parte preponderante di queste maree nere dipendeva dal trasporto marittimo e dalle trivellazioni offshore. A cui si aggiungono gli smaltimenti illegali delle acque di lavaggio delle cisterne (il cosiddetto de-zavorramento).

Per non parlare poi dei disastri causati dai petro-pirati che assaltano e sequestrano le navi cisterna. O dei sabotaggi degli oleodotti da parte delle popolazioni (come quella dell’Ogoniland nel Delta del Niger) che secondo la Shell si rifornirebbero di petrolio praticando dei fori nelle tubature e sarebbero così la causa principale dell’inquinamento (a terra). Ma quali che siano le cause, resta il fatto che gli sversamenti di greggio nel Delta del Niger continuano.

E nel complesso, secondo i ricercatori di VisioTerra la catastrofe del Golfo del Messico di cui tanto si parlò a suo tempo avrebbe potuto essere sminuita dalla gran quantità di greggio sversata nel Golfo di Guinea negli ultimi decenni.

Serge Riazanoff, uno degli autori dello studio d VisioTerra, ha esaminato, insieme alla sua équipe, quasi 4.000 immagini della costa dell’Africa occidentale scattate da Envisat, un satellite lanciato dall’Agenzia spaziale europea nel 2002 che ha registrato dati in tutto il mondo fino a quando non ha cessato di funzionare nell’aprile 2012.

Le immagini catturate dall’avanzato radar ad apertura sintetica (SAR) di Envisat erano sufficientemente dettagliate da consentire di differenziare i modelli di chiazze di petrolio da altri eventi oceanici. Alcune chiazze, chiamate “filtrazioni”, si sono verificate naturalmente lungo tratti di mare, ma la maggior parte è stata causata dalla perforazione e dall’esplorazione offshore, nonché dal de-zavorramento in acque profonde effettuato dalle navi cisterna.

Il periodo peggiore è stato il 2008, quando le fuoriuscite di petrolio hanno coperto quasi 1.000 chilometri quadrati nel Golfo di Guinea, inclusi circa 400 kmq delle acque costiere dell’Angola. Nel complesso, la Nigeria è stata di gran lunga il paese più colpito della regione.

Le sue lotte con le conseguenze ambientali delle fuoriuscite di petrolio a terra sono state ben documentate. Ma si sa meno dell’entità e della gravità delle fuoriuscite offshore, in parte perché il governo nigeriano si affida alle stesse compagnie petrolifere per rivelarle.

“Per legge, quando ci sono fuoriuscite di petrolio, le compagnie lo indicheranno”, ha detto Idris Musa, direttore della National Oil Spill Detection and Response Agency (NOSDRA) della Nigeria.

Ma secondo gli analisti il governo nigeriano non ha la capacità di controllare autonomamente le sue acque costiere e spesso le compagnie tacciono per non rischiare la propria reputazione o esser costrette a pagare le bonifiche.

Musa ha precisato inoltre che l’insicurezza causata dalla pirateria (un problema crescente negli ultimi anni), ha reso difficile per i regolatori effettuare visite di monitoraggio senza preavviso alle piattaforme offshore.

Riazanoff ha rivelato che negli anni passati VisioTerra è stata ingaggiata da compagnie petrolifere come la francese Total, per monitorare le fuoriuscite di petrolio in mare aperto, ma solo per avvertirle quando tali fuoriuscite erano dirette verso la costa, dove i regolatori e i media ne avrebbero probabilmente preso nota.

Quando queste fuoriuscite arrivano a terra, possono essere catastrofiche per gli ecosistemi costieri e le comunità della zona, soprattutto se queste si affidano alla pesca.

Secondo Michael Watts, professore emerito di geografia all’Università della California, le fuoriuscite di greggio in mare aperto possono essere causate da negligenza aziendale o de-zavorramento illegale da parte delle navi, ma anche da perdite dovute a furti e altre forme di pirateria.

Sebbene i dati analizzati da VisioTerra si fermino al 2012, è improbabile, secondo Watts, che da allora la situazione sia molto migliorata. Poiché i principali produttori di petrolio spostano la maggior parte delle loro operazioni offshore nell’Africa occidentale, se i regolatori non saranno in grado di monitorare meglio il rispetto delle leggi ambientali, il Golfo di Guinea continuerà a soffrire in silenzio.

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