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Biden lancia l’allarme sulla democrazia globale, ma è contestato da molti leader mondiali

Biden lancia l’allarme sulla democrazia globale, ma è contestato da molti leader mondiali

K metro 0 – Washington – Il presidente degli Stati Uniti d’America ha aperto oggi il primo vertice in videoconferenza della Casa Bianca sulla democrazia, lanciando un allarme sul percorso delle istituzioni democratiche e chiedendo ai leader planetari di dimostrare che le democrazie possono funzionare. “E’ una questione urgente“, ha rimarcato Biden nelle osservazioni di

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K metro 0 – Washington – Il presidente degli Stati Uniti d’America ha aperto oggi il primo vertice in videoconferenza della Casa Bianca sulla democrazia, lanciando un allarme sul percorso delle istituzioni democratiche e chiedendo ai leader planetari di dimostrare che le democrazie possono funzionare. “E’ una questione urgente“, ha rimarcato Biden nelle osservazioni di apertura del vertice virtuale di due giorni. “I dati che stiamo vedendo puntano in gran parte nella direzione sbagliata“. Il raduno video è per Biden una priorità per il primo anno della sua presidenza, e arriva mentre ha ripetutamente sostenuto che il suo paese e gli alleati più vicini hanno bisogno di mostrare al mondo che le democrazie sono un veicolo molto migliore per le società rispetto alle autocrazie.

Ma l’incontro ha anche attirato il contraccolpo dei principali avversari e di altre nazioni non invitate a partecipare. Prima del vertice, infatti, gli ambasciatori di Cina e Russia negli Stati Uniti hanno stilato un testo congiunto che descrive l’amministrazione Biden come l’esibizione di una “mentalità da guerra fredda che alimenterà il confronto ideologico e una spaccatura nel mondo”. E non è finita. “Gli Stati Uniti hanno una democrazia fiorente, ma negli ultimi anni sta soffrendo” ha aggiunto Michael Abramowitz, il presidente di Freedom House, il cui rapporto annuale ha segnato un 15° anno consecutivo di scivolamento democratico globale. “In questo momento, stiamo attraversando una fase in cui in America è molto difficile fare le cose e dimostrare che la democrazia può funzionare”. Nel suo nuovo rapporto annuale pubblicato mercoledì, CIVICUS Monitor, un indice globale dei diritti, ha rilevato che 13 paesi hanno visto le loro libertà civiche declassate nel 2021 rispetto all’anno precedente. Solo uno, la Mongolia, ha visto le libertà civiche migliorare. Dei 197 paesi classificati dal gruppo, insomma, solo 39 sono stati classificati come società aperte.

Un altro gruppo, l’Istituto Internazionale per la Democrazia e l’Assistenza Elettorale, ha dichiarato nel suo rapporto annuale che il numero di paesi che sperimentano il regresso democratico “non è mai stato così alto” come nell’ultimo decennio, con gli Stati Uniti aggiunti alla lista insieme a India e Brasile. I funzionari cinesi hanno poi espresso indignazione per l’amministrazione che ha invitato Taiwan a partecipare. La Cina rivendica difatti l’isola autonoma come parte del suo territorio e si oppone al fatto che essa abbia contatti da sola con governi stranieri.

I fatti dimostrano ancora una volta che il cosiddetto Leadership Democracy Summit non ha nulla a che fare con il benessere pubblico internazionale, ma per servire il settore privato americano; non ha nulla a che vedere con la democrazia globale, ma per mantenere l’egemonia americana”, ha detto oggi il portavoce del ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin; il primo ministro pakistano Imran Khan ha rifiutato di partecipare alla conferenza. Il Pakistan è difatti visto come sempre più vicino alla Cina, ma in un’apparizione televisiva egli ha spiegato che Islamabad non ha interesse a unirsi a nessun blocco e si è offerto di aiutare ad appianare le relazioni tra Pechino e Washington.

Eppure il rapporto del Pakistan con gli Stati Uniti è stato sempre ombreggiato da sospetti da entrambe le parti. Islamabad ha respinto le critiche spesso espresse da Washington secondo cui il suo paese non è stato un partner affidabile nella guerra al terrorismo, accusandolo di ospitare i Talebani anche quando hanno combattuto la coalizione guidata dagli Stati Uniti. Il Pakistan ribatte di aver perso 70.000 persone nella guerra al terrorismo dal 2001 e che è pronto ad essere un partner in pace ma non in guerra.

Altri paesi non invitati hanno mostrato il loro disappunto. L’Ungheria, ad esempio, unico membro dell’Unione europea non invitato, ha cercato senza successo di bloccare il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dal parlare a nome del blocco al vertice. Durante la campagna del 2020, Biden s’era, infatti, riferito al primo ministro ungherese Viktor Orban definendolo un “delinquente”.

Il ministro degli Esteri Peter Szijjarto è andato giù duro, respingendo il vertice come un “evento di politica interna” nel quale i paesi i cui leader hanno un buon rapporto con l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump non sono stati invitati. La Casa Bianca ha difatti rifiutato di motivare i parametri di adesione ed esclusione dalla lista. Per esempio, la Turchia, un membro della Nato, e l’Egitto, un alleato chiave degli Stati Uniti in Medio Oriente, sono stati esclusi. La Polonia, invece, che ha subito di recente dure critiche per aver minato l’indipendenza del suo sistema giudiziario e dei media, è stata invitata.

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