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Libano: Il principio di successione dinastica è estraneo alla sua cultura politica

Libano: Il principio di successione dinastica è estraneo alla sua cultura politica

K metro 0 – Beirut – Durante una riunione di redazione di “Al-Bilad” (una rivista portavoce dell’Associazione degli studiosi musulmani, finanziata dall’Iran, prima della sua chiusura nel 2000), si accese una discussione sul pezzo di apertura da mettere in copertina. Il capo del servizio esteri, che vuole mantenere l’anonimato, suggerì il seguente titolo: “Muawiyah commise

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K metro 0 – Beirut – Durante una riunione di redazione di “Al-Bilad” (una rivista portavoce dell’Associazione degli studiosi musulmani, finanziata dall’Iran, prima della sua chiusura nel 2000), si accese una discussione sul pezzo di apertura da mettere in copertina.

Il capo del servizio esteri, che vuole mantenere l’anonimato, suggerì il seguente titolo: “Muawiyah commise un errore. Hafez Al Assad riuscirà ad evitarlo?”.

L’errore di Muawiyah, il primo califfo Omayyade che regnò dalla capitale Damasco sul nascente impero arabo dal 661 al 680, sarebbe stato quello di nominare suo erede il figlio Yazid, esclusivamente in virtù del suo vincolo di parentela col padre califfo.

Ancor oggi odiato dagli sciiti per la sua strage della famiglia di al-Husayn ibn ʿAlī (nipote del Profeta Mohammad e terzo imam dello sciismo) Yazid incontrò inizialmente l’opposizione di quei musulmani ostili a introdurre in principio dinastico, rappresentata appunto dal nipote del Profeta. Era infatti consuetudine, agli albori della società islamica, scegliere come capo una persona dotata di forti capacità intellettuali e spirituali e non già in virtù del suoi legami di parentela…

Era implicito che l’errore di Hafez Al Assad, secondo il titolo suggerito per la copertina di “Al-Bilad”, sarebbe stato analogo: “Hafez Al Assad riuscirà ad evitarlo?“. Quando fu proposto dal capo servizio esteri, i membri della redazione si guardarono stupiti e uno di loro esclamò: “Vuoi farci uccidere tutti?”.

Dopo la morte (in un incidente d’auto nel 1994) del figlio prediletto Bassel Al Assad, destinato a succedergli, Hafez Al Assad avrebbe commesso a sua volta lo stesso errore di Muawiyah designando al potere suo figlio Bashar? Muawiyah e Hafez avevano in comune il fatto che governavano la Siria e i suoi dintorni.

Durante un’intervista con il capo dell’intelligence dell’aviazione del regime siriano, Abdel Fattah Kodsiya (Abou Khaled), nel suo ufficio presso la sezione palestinese di Damasco, ricorda Ziad Itani, all’epoca direttore regionale del quotidiano “Okaz” in Libano e Siria (e oggi caporedattore del sito web internazionale Asas Media, creato nel 2020), mi disse: “Quando il presidente Hafez Al Assad è morto nel giugno del 2000 i topi sono usciti dalle tane per correre verso il potere. E queste tane erano nel quartier generale del partito e nelle istituzioni statali. Ma eravamo a conoscenza dei loro piani e abbiamo sventato tutto in 24 ore. La decisione spetta alla famiglia Assad e a nessun altro”.

La crisi siriana non è iniziata il 15 marzo 2011, quando 5 persone, tra cui due donne, si sono recate al mercato di Hamidiya a Damasco gridando: “Il popolo vuole rovesciare il regime”, o quando gli abitanti di Daraa, furibondi, sono insorti contro l’assassinio di Hamza Al Khatib, un giovinetto di 13 anni morto sotto tortura, per le sevizie e le orrende mutilazioni (era stato anche evirato…) subite dai servizi segreti siriani che lo avevano arrestato durante una manifestazione di protesta antigovernativa.

Per essere più precisi, la crisi siriana è iniziata, storicamente, quando Hafez Al Assad è morto e suo figlio Bashar ha ereditato il potere.

Ma la crisi siriana non è in caso isolato. Presenta analogie con quella egiziana, quando Hosni Mubarak manovrò per lasciare in eredità il potere a suo figlio Jamal. E con quella dello Yemen, quando Ali Abdallah Saleh (signore incontrastato del paese e suo primo presidente, dal maggio 1990, anno dell’unificazione con lo Yemen del Sud, al febbraio 2012) brigò anche lui per assicurare la successione a suo figlio Ahmed. Come pure con il caso di Muammar Gheddafi in Libia che voleva lasciare in eredità il potere a suo figlio Saif Al Islam.

Qualcuno potrebbe dire che questo è legittimo, dal momento che esistono regni ed emirati arabi in cui il governo è soggetto al principio della successione dinastica, ma trascurano il fatto che questi paesi sono chiamati, appunto, regni o emirati, dove questo principio è invalso per tradizione.

Ma, tornando al Libano, vediamo che anche se la leadership e le posizioni di potere sono ereditate in molti partiti, ciò non toglie che questo paese non ha conosciuto né sperimenterà mai una successione “dinastica” negli incarichi di governo, e in particolare della presidenza. Tutti i discorsi che si sentono fare qui e altrove sul sogno dell’attuale presidente, Michel Aoun, di lasciare in eredità la somma carica istituzionale al genero, Gebran Bassil (deputato, guarda caso, del Movimento Patriottico Libero, lo stesso partito fondato dal suocero, Michel Aoun, nel 1994…) indicano una preoccupante involuzione dell’etica pubblica, prima ancora di evocare un colpo di Stato contro la costituzione e il suoi principi ispiratori.

Il principio di successione dinastica mal si addice alle tradizioni del Libano, dove le varie comunità confessionali racchiudono al loro interno dei partiti e sono libere di avvicendarsi l’un l’altra per preservare i loro capi. La famiglia Gemayel può essere libera di lasciare in eredità la leadership di Kataeb (il Partito falangista libanese fondato nel 1936 da Pierre Gemayel). E la famiglia Joumblatt può avere piena libertà di lasciare in eredità il Partito Progressista, così come la famiglia Hariri può fare altrettanto con il Movimento Futuro (fondato da Saad Hariri nel 2005). E Michel Aoun, con il Movimento Patriottico Libero, ha tutta la libertà di lasciare in eredità il partito a Gebran, a Chamel o a una delle sue figlie.

Ma il suo sogno di trasmettere la presidenza a suo genero, Gebran, non può essere realizzato. Questi sogni si trasformano presto in incubi nazionali che fanno perdere al Paese la sua stabilità, la libertà di vivere, dormire, mangiare e bere come meglio crede. Turbare questo equilibrio è un attacco all’esistenza e al destino del Libano.

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