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L’Arminuta, film sulla poesia dell’infanzia

L’Arminuta, film sulla poesia dell’infanzia

K metro 0 – Roma – Il film L’Arminuta regia di Giuseppe Bonito è tratto dal romanzo bestseller di Donatella Di Pietrantonio vincitore del Premio Campiello 2017. Il regista esordisce nel 2012 con il film Pulce non c’ è , Premio speciale della Giuria al Festival di Roma – Sezione Alice nella città. Giuseppe Bonito

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K metro 0 – Roma – Il film L’Arminuta regia di Giuseppe Bonito è tratto dal romanzo bestseller di Donatella Di Pietrantonio vincitore del Premio Campiello 2017. Il regista esordisce nel 2012 con il film Pulce non c’ è , Premio speciale della Giuria al Festival di Roma – Sezione Alice nella città. Giuseppe Bonito ha ottenuto la candidatura come miglior regista esordiente ai Nastri d’Argento. Nel 2020 dirige il film Figli – scritto da Mattia Torre – con Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi. L’Arminuta è il suo terzo film.

Incipit

Siamo nell’estate del 1975. Un‘auto si ferma davanti ad una fatiscente casa di campagna: scendono un uomo e una ragazzina di tredici anni, ben vestita, volto delicato, capelli lunghi rossi, ben curata. L’uomo è turbato e fugge, incurante delle grida di colei che lo invoca come padre. La ragazzina (una giovanissima Sofia Fiore, al suo esordio e già così prodigiosa) resta al centro dello stanzone, attonita, con le valige in mano. Una donna dal volto tragico (Vanessa Scalera, interpretazione molto incisiva) ha in braccio il figlio piccolo piangente. Dice di essere la sua vera madre. La protagonista davanti all’immane dolore di vivere in un mondo a lei estraneo, trasandato e pieno di insidie, sviene.

Temi

Il film basa la sua tesi iniziale sul contrasto tra povertà/agiatezza, laddove la povertà è decadimento umano e l’agiatezza è rinascita.

Il passaggio dalla presunta agiatezza alla povertà, presuppone un rito di accettazione da parte del nuovo nucleo familiare. Non è un caso che la protagonista del film, senza più identità, casa e famiglia, sia ribattezzata proprio dal fratellino “povero”, con l’espressione “lasciala stare che quella è l’Arminuta”. La sua origine borghese, viene dunque azzerata e con essa i suoi eventuali salvacondotti.

Nella sua insistita descrizione di una ruralità respingente, lontana da quel mondo contadino e dai suoi valori “primitivi” (ben narrati nel cinema d’autore italiano n. d. r) il film offre delle soluzioni parziali, rischiando di aderire al falso binomio povero-cattivo/ricco-buono.

E ancora lo spazio angusto interno della casa rurale si contrappone al sogno del benessere borghese, costituito da una casa pulita e accogliente. Anche per i luoghi aperti, infine, la montagna (bellissimi campi lunghissimi, non sempre in uso!) pur bella e maestosa è il pericolo e perfino la morte ed il mare, invece, quello prossimo alla vita borghese (con tanto di cartelloni pubblicitari) è la libertà.

La famiglia

Nella sua prima vita l’Arminuta era figlia unica ed ora deve convivere (in promiscuità) con i suoi fratelli, tre maschi ed una femmina. Una famiglia senza pietas è un topos, dove il padre picchia violentemente i figli, davanti ad una madre silente. In questa famiglia d’origine, il fratello più grande Vincenzo (ispirato Andrea Fuorto)vive un’esistenza atroce, fatta di violenze paterne e di fughe. Egli cerca l’attenzione (più o meno lecita) dalla sorella tredicenne, a lui sconosciuta. Quell’ispirazione innocente è per lui una fuga dalla spietata realtà. Meravigliosa la sequenza in rallenty della giostra, dove Vincenzo “vola” verso l’alto con l’Arminuta-sorella, in luogo inarrivabile di innocenza infantile, di gioia liberatrice.

Lo sguardo de l ‘Arminuta è quello del lirismo.

Lo stato d’animo della protagonista offre allo spettatore uno sguardo dall’interno, una vista privilegiata su ciò che si manifesta nello spazio filmico. Grazie al talento interpretativo di Sofia Fiore, ogni gioia o turbamento divengono sguardo stupefatto/stupefacente. La sua “visione” del mondo idealistica, pare opposta a quella brutalmente disincantata della sorellina Adriana (eccellente Carlotta De Leonardis). Non bisogna illudersi, perché nessuno vorrà che l’Arminuta torni nella sua bella casa, dice Adriana con fermezza. Non è forse questo lo sguardo che ancora salva il mondo?

L’Arminuta riscatto sociale

L’Arminuta è poco più di una bambina, è l’ultima arrivata, l’esclusa, la parìa, abbandonata dal ceto alto e rigettata da quello basso: in un’epoca quella, dell’Italia post boom economico, dove ancora l’infanzia è abbandonata e sfruttata, ad uso e consumo dell’adulto (pensiamo a quanto ancora oggi lo sia!) sarà lei la paladina del riscatto sociale, verso la nuova vita.

I ruoli e il film

Le figure maschili, laddove sono fisicamente violente (come nel caso del padre naturale di Arminuta-un bravissimo Fabrizio Ferracane ) lo sono ancor di più psicologicamente, mutando nella forma ma non nella sostanza (come nel caso del compagno della madre adottiva dell’Arminuta ). Quelle femminili manifestano patologie simili in diversi contesti: la zia Adalgisa (madre pro tempore della ragazzina)soffre di una profonda depressione, per non aver avuto figli suoi ;la madre naturale, sfinita dai numerosi parti, cerca la propria identità di persona e si reca dalla veggente del paese per chiedere perdono. La veggente le risponde che la figlia ritrovata, l’Arminuta, le darà molte soddisfazioni.

Il film

La grandezza delle interpretazioni e lo stile lirico della fotografia, sono elementi cardine di un’opera filmica di grande intensità. Il regista Giuseppe Bonito riesce ad estrarre il talento di ciascuno mettendolo al servizio del film. Operazione ben riuscita e non facile, ispirata ad un’opera letteraria di grande notorietà.

Una coproduzione Italo Svizzera Roberto Sbarigia per Maro Film, Maurizio e Manuel Tedesco per Baires Produzioni, Javier Krause per Kaf con Rai Cinema

Il film è realizzato con il sostegno di Lazio Cinema International – Regione Lazio

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