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Tagikistan: La retrovia della resistenza contro i talebani

Tagikistan: La retrovia della resistenza contro i talebani

K metro 0 – Dušanbe – A Bazarak, capoluogo del Panjshir, nel nordest dell’Afghanistan c’è la tomba di Ahmad Sha Massoud “il leone del Panjshir” capo della resistenza dei mujahideen contro i talebani. Dopo l’offensiva talebana del 1° maggio scorso, all’indomani del ritiro degli americani e dei loro alleati, il Panjshir era rimasta l’unica provincia

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K metro 0 – Dušanbe – A Bazarak, capoluogo del Panjshir, nel nordest dell’Afghanistan c’è la tomba di Ahmad Sha Massoud “il leone del Panjshir” capo della resistenza dei mujahideen contro i talebani.

Dopo l’offensiva talebana del 1° maggio scorso, all’indomani del ritiro degli americani e dei loro alleati, il Panjshir era rimasta l’unica provincia a non cadere nelle mani dei sedicenti “studenti del Corano” oggi al potere a Kabul.

Ma negli ultimi mesi i ribelli hanno perso terreno e molti leader dell’opposizione afghana sono fuggiti verso nord, nel vicino Tagikistan, l’unico paese dove il Fronte Nazionale di Resistenza del Panjshir è legalmente riconosciuto. E sperano di utilizzare questo santuario come base per la lotta contro i talebani.

Una scommessa complicata visti gli equilibri di potere favorevoli a chi comanda oggi a Kabul.

Dagli avamposti sulle colline di Astana di Bazarak, dunque, alle retrovie del Tagikistan. Secondo le rivelazioni del “Financial Times”, diversi esponenti dell’opposizione afghana si trovano attualmente a Dušanbe, capitale di questo paese dell’Asia centrale, a nord dell’Afghanistan, dove il governo tagiko offre loro asilo.

Tra questi, Ahmad Massoud, figlio del famoso “leone del Panjshir” e oggi a capo del Fronte di resistenza nazionale (FNR) nella valle del Panchir, Amrullah Saleh, ex vicepresidente e autoproclamato presidente ad interim dell’Afghanistan, nonché Abdul Latif Pedram, leader del Partito del Congresso Nazionale (PCN).

La loro presenza sul suolo tagiko è ritenuta credibile da diversi esperti, considerato anche che il Tagikistan è un nemico storico dei talebani.

Mentre altri paesi della regione, compresi il vicino Uzbekistan, la Russia e la Cina, hanno cercato di stabilire buoni rapporti diplomatici con il nuovo governo di Kabul, il Tagikistan ha mantenuto una linea dura nei suoi confronti.

Il mese scorso il suo presidente, Emomali Rahmon, ha conferito la più alta onorificenza del Tagikistan ad Ahmad Shah Massoud, il padre di Ahmad Massoud jr.: un gesto fortemente simbolico verso questo tenace combattente assassinato il 9 settembre 2001.

Dopo la caduta di Kabul il 15 agosto, mentre gli Stati Uniti si ritiravano precipitosamente dal paese, Rahmon temeva che l’Afghanistan sarebbe tornato ad essere un santuario del terrorismo.

Al potere dal 1992, Rahmon è l’unico leader nella regione il cui mandato risale al periodo in cui i talebani governarono l’Afghanistan, dal 1996 al 2001.

Il Tagikistan ha sostenuto la resistenza dell’Alleanza del Nord contro i talebani in questo periodo, mentre centinaia di migliaia di tagiki residenti in Afghanistan fuggivano dal paese per sottrarsi al dominio dei fondamentalisti islamici. Da allora il Tagikistan ha sviluppato legami con l’opposizione afghana.

Per Rahmom, la lotta contro i talebani rappresenta anche un problema di sicurezza nazionale perché i militanti islamici tagiki sono fuggiti in Afghanistan e c’è “il fondato timore che i talebani accolgano questi militanti e destabilizzino il Tagikistan” spiega Jennifer Brick Murtazashvili un’esperta dell’Università di Pittsburgh.

Ma Rahmon ci tiene anche a presentarsi come difensore dei tagiki, il secondo gruppo etnico in Afghanistan, molti dei quali contrari ai talebani. “La sua aperta posizione anti-talebana è popolare in Tagikistan”, ha spiegato Paul Stronski, della Carnegie Foundation for International Peace.

La posizione di Rahmon suscita inoltre l’interesse delle potenze occidentali, in particolare della Francia: Emmanuel Macron lo ha invitato a recarsi a Parigi per colloqui il 13 ottobre. Secondo Stronski, Rahmon sta cercando di migliorare la sua immagine di statista esemplare. E l’annunciato incontro con Macron rafforza la sua credibilità.

“Pensiamo di annunciare la resistenza ufficiale ai talebani entro un mese”, ha dichiarato mercoledì, dal Tagikistan, il capo del PCN Abdul Latif Pedram. Una mossa dall’esito incerto secondo Michael Kugelman, un esperto del Wilson Center: “Un conto è offrire rifugio alla resistenza. Un altro, consentire che il suo territorio venga utilizzato per attività militari transfrontaliere”.

E si è chiesto: “Il presidente Rahmon è pronto a rischiare un coinvolgimento nel conflitto afghano? E il suo esercito è pronto a svolgere un ruolo nel respingere gli attacchi talebani transfrontalieri? La risposta è: probabilmente no”.

Prima degli attacchi dell’11 settembre 2001, Russia, India, Iran e Tagikistan erano tutti sulla stessa linea: stavano aiutando l’Alleanza del Nord, la resistenza armata contro i talebani”, ricorda Christine Fair della Georgetown University. “Oggi, la Russia è molto accomodante con gli islamisti al potere. Quindi la libertà d’azione del Tagikistan sarà limitata, a causa dei suoi rapporti con Mosca e della pressione che il Cremlino può esercitare. È improbabile che il Paese tornerà ad essere un santuario per l’Alleanza del Nord come una volta”.

Non solo, ma i talebani sono oggi molto più potenti: godono del sostegno dei cinesi, dei russi e, naturalmente, del Pakistan. “Si sono appropriati di tutto il materiale bellico che gli americani non potevano distruggere, compresa una delle più grandi flotte di elicotteri Black Hawk al mondo. Se ne hanno un controllo limitato sul piano tecnologico, beneficiano ciò nondimeno dell’Inter-services intelligence, l’agenzia di intelligence pakistana”.

Di fronte all’ascesa del gruppo islamista, i ribelli del Panjshir non sembrano in grado di opporre una resistenza credibile, secondo Christine Fair. “La resistenza del Panjshir è fallita e i ribelli si sono ritirati in Tagikistan. Non vedo come potrebbero riprendersi questo territorio”.

Oltre all’ineguale equilibrio di potere oggi esistente, la loro capacità di organizzazione interna è molto limitata, sostiene Vanda Felbab-Brown, della Brookings Institution di Washington.

Non c’è intesa tra Massoud e Saleh, che si parlano appena. Dovrebbero coordinarsi, ma non sarà facile. A settembre, per resistere ai talebani nel Panjshir, si sono affidati alle milizie locali. Ma i talebani le hanno rapidamente sopraffatte con pressioni militari, contrattazioni e negoziati. In caso di nuovi scontri con i talebani, “quelle poche forze rimaste servirebbero da carne da cannone”, conclude tristemente Felbab-Brown.

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