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Libano: Respinte le denunce dei politici contro il giudice che indaga sull’esplosione al porto di Beirut

Libano: Respinte le denunce dei politici contro il giudice che indaga sull’esplosione al porto di Beirut

K metro 0 – Beirut – Giù le mani da Tarek Bitar! Il giudice che indaga sulla catastrofica esplosione del porto di Beirut del 4 agosto del 2020 (215 morti, migliaia di feriti) resiste sulla breccia. Sostenuto dai parenti delle vittime, che mercoledì scorso hanno organizzato una protesta in segno di solidarietà, è sopravvissuto, almeno

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K metro 0 – Beirut – Giù le mani da Tarek Bitar! Il giudice che indaga sulla catastrofica esplosione del porto di Beirut del 4 agosto del 2020 (215 morti, migliaia di feriti) resiste sulla breccia.

Sostenuto dai parenti delle vittime, che mercoledì scorso hanno organizzato una protesta in segno di solidarietà, è sopravvissuto, almeno per il momento, ai tentativi di rimuoverlo dall’inchiesta.

La Corte d’Appello di Beirut, presieduta dal giudice Nassib Elia, ha respinto, lunedì, le cause intentate contro di lui dagli ex ministri Nohad Machnouk, Ali Hasan Khalil e Ghazi Zaiter, che sono anche parlamentari, ha rivelato un funzionario del tribunale.

Bitar aveva già dovuto sospendere il suo lavoro all’inizio della scorsa settimana dopo che un ex ministro, sospettato di negligenza per la tragedia dell’esplosione, aveva chiesto a un tribunale di Beirut di sostituirlo.

Altri due ex ministri sospettati di negligenza hanno presentato una richiesta simile solo pochi giorni dopo.

La sospensione dell’indagine aveva suscitato diffuse critiche, da parte di associazioni per la difesa dei diritti umani e dei parenti delle vittime, contro i leader politici che avevano già rimosso un primo giudice, Fadi Sawan, a febbraio per aver convocato alti funzionari.

La sentenza della Corte d’Appello di Beirut, che ha respinto le denunce contro Bitar, ha effetto immediato e gli consente di riprendere le indagini, dandogli modo così di convocare i tre ex ministri deputati prima che l’assemblea legislativa torni a riunirsi il 19 ottobre, poiché dopo beneficeranno dell’immunità parlamentare.

Dopo aver rilanciato l’inchiesta, bloccata da mesi, Bitar aveva annunciato l’avvio di procedimenti legali contro almeno 9 alti ufficiali e funzionari dello Stato libanese, tra cui il primo ministro uscente Hassan Diab. Oltre agli ex ministri Nouhad Machnouk, Ali Hassan Khalil e Ghazi Zeaiter, l’ex ministro Youssef Fenianos, l’ex comandante in capo dell’esercito, Jean Kahwagi, il capo della Sicurezza dello Stato, Tony Saliba, il capo della Sicurezza generale, Abbas Ibrahim, e un ex capo dell’intelligence militare, Camille Daher.

Tutte queste persone “hanno dato prova di mancanze e commesso errori, e dovranno risponderne” aveva detto una fonte giudiziaria al quotidiano libanese “L’Orient le Jour”.

Il predecessore di Bitar, a capo dell’inchiesta, il giudice Fadi Sawan, era stato rimosso dalla Corte di Cassazione dopo aver incriminato diversi funzionari politici, tra cui gli stessi Diab, Khalil, Fenianos e Zeaiter: tre di loro, compreso il premier dimissionario, si erano rifiutati di comparire davanti al magistrato.

La mostruosa esplosione di centinaia di tonnellate di fertilizzante al nitrato di ammonio in un magazzino del porto di Beirut, il 4 agosto 2020, ha causato una delle più grandi deflagrazioni non nucleari della storia.

L’onda d’urto era stata avvertita fino a Cipro e intere aree di Beirut erano state devastate, anche a grande distanza dal luogo dell’esplosione.

Le autorità libanesi hanno ripetutamente respinto un’indagine internazionale ostacolando anche un’indagine locale che deve ancora identificare un singolo colpevole.

Per le famiglie delle vittime, la campagna diffamatoria contro Bitar indica che le sue indagini stanno andando nella giusta direzione.

“Le minacce contro di lui fanno capire che sta facendo un buon lavoro […] Molti sono talmente spaventati che sono pronti a tutto pur di rimuoverlo dal suo incarico”, ha dichiarato Antonella Hitti, che a causa dell’esplosione ha perso il fratello, il cognato e un cugino.

Il mese scorso, il parlamento ha respinto la richiesta di Bitar di interrogare i tre ex ministri deputati, sostenendo che i parlamentari potevano essere interrogati solo da un tribunale speciale.

Bitar, che è visto come una forza neutrale in un paese la cui vita politica è dominata dalla corruzione e dal nepotismo, aveva dichiarato, in un’intervista rilasciata a “L’Orient-Le-Jour” lo scorso febbraio: “L’inchiesta sull’esplosione del porto di Beirut è una cosa sacra per me. Scoprire la verità è un dovere verso le vittime”.

Sia le Nazioni Unite che la Francia hanno esortato il Libano a continuare a svolgere indagini trasparenti, dopo la sospensione dell’inchiesta della scorsa settimana. Mentre Human Rights Watch e Amnesty International hanno accusato le autorità libanesi di sfacciato intralcio alla giustizia e insensibile disprezzo per le famiglie delle vittime.

(FRANce24/AFP)

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