20 anni dopo gli attentati dell’11 settembre arabi di New York risentono ancora i contraccolpi

20 anni dopo gli attentati dell’11 settembre arabi di New York risentono ancora i contraccolpi

K metro 0 – New York – Vendetta: questo fu il sentimento che andò rapidamente diffondendosi dopo gli attentati dell’11 settembre alle Torri Gemelle. Lo stato di shock dell’America si trasformò ben presto in una risposta rabbiosa. Anche prima che la Guerra al Terrore si diffondesse in tutto il mondo, gli arabi e i musulmani

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K metro 0 – New York – Vendetta: questo fu il sentimento che andò rapidamente diffondendosi dopo gli attentati dell’11 settembre alle Torri Gemelle. Lo stato di shock dell’America si trasformò ben presto in una risposta rabbiosa.

Anche prima che la Guerra al Terrore si diffondesse in tutto il mondo, gli arabi e i musulmani americani hanno avvertito subito il contraccolpo. Ferite che ancor oggi stentano a rimarginarsi.

Sono passati vent’anni da quegli attentati, ma il loro ricordo fa ancora venire le lacrime agli occhi di Rabyaah Al-Thaibani, immigrata a New York dallo Yemen con la sua famiglia da bambina.

Rabyaah lavorava presso l’Arab-American Family Support Center, un’organizzazione no-profit con sede nell’enclave arabo-americana del centro di Brooklyn.

Da lì ha assistito al crollo degli edifici. E mentre cenere e detriti si riversavano su Brooklyn da qualche miglio di distanza, Rabyaah e i suoi colleghi stavano già avvertendo un altro tipo di ricaduta.

Il suo ufficio è stato rapidamente chiuso quando hanno iniziato a ricevere “minacce di morte” e anche le famiglie che assistevano hanno cominciato a farsi prendere dal panico.

Paure del resto giustificate. Arabi e musulmani americani sono stati poi investiti da una furiosa reazione che andava dalle molestie e discriminazioni quotidiane alle angherie delle forze dell’ordine federali.

Complessivamente, 762 persone, tra cui quasi 500 newyorkesi, sono state arrestate dall’FBI e da altre autorità dopo l’11 settembre con l’accusa di sostenere gruppi terroristici.

Nell’aprile 2002, un gruppo di detenuti ha intentato una causa sostenendo che erano stati posti “in isolamento 23 ore al giorno con regolari perquisizioni corporali a causa della loro fede o razza”. La causa è stata avviata solo nel 2015.

Nel frattempo, lo shock degli attacchi ha spinto Rabyaah verso un crescente attivismo politico, a sostegno di candidati di sinistra che vanno da Khader El-Yateem, un pastore palestinese-americano in lizza per il consiglio comunale di New York, a Bernie Sanders.

Oggi lavora come consulente per una serie di campagne, con l’obiettivo di costruire un consenso politico tra i suoi compagni yemeniti e arabi americani, a partire dal suo quartiere di Bay Ridge a Brooklyn, uno dei principali centri arabo-americani della città, per poi estenderlo in tutto il paese.

Camminando lungo la Fifth Avenue, la principale via commerciale di Bay Ridge, non tutti condividono lo zelo di Rabyaah.

“Nei primi giorni dopo l’11 settembre, abbiamo attraversato un periodo teso, difficile. Ma nessuno è stato molestato. Non ci siamo sentiti discriminati”, dice Ahmed Zaid, 55 anni, un palestinese che lavora in una drogheria del quartiere. “In questo paese, le persone rispettano lo Stato di diritto”.

Il suo amico Bassem Moustafa è d’accordo. “Le vessazioni contro alcuni cittadini arabi o musulmani dopo gli attentati dell’11 settembre non erano opera delle autorità americane ma di una piccola frazione della popolazione”.

“Oggi quegli attacchi terroristici non hanno quasi alcun impatto sulle nostre vite”.

Rabyaah è pronta a riconoscere che arabi e musulmani newyorkesi subiscono oggi molte meno discriminazioni di quanto non ne abbiano patite subito dopo gli attentati, nonostante l’astio degli anni di Trump.

Eppure molti residenti di Bay Ridge dicono di sentirsi ancora stigmatizzati. Una giovane donna, che indossa un ampio velo nero, lamenta che si sente abitualmente “trattata in modo diverso”, sia sul posto di lavoro che negli spazi pubblici.

“Mi hanno già lanciato addosso dei drink, di punto in bianco, nei ristoranti e in altri locali. E sono stata in zone in cui non risiedono musulmani, e ti scrutano dalla testa ai piedi”.

Nel 2017, tre quarti dei musulmani statunitensi intervistati dal Pew Research Center hanno lamentato “forti discriminazioni” nei loro confronti e poco meno della metà ha affermato di aver subito almeno un atto di discriminazione nell’anno precedente.

Ad agosto, il 53% degli americani intervistati dall’Associated Press e dai ricercatori dell’Università di Chicago ha espresso un’opinione sfavorevole sull’Islam, mentre molti hanno espresso opinioni positive sul cristianesimo e sull’ebraismo.

Nel 2011, un’inchiesta dell’Associated Press ha rivelato un programma di spionaggio segreto del dipartimento di polizia di New York che ha infiltrato informatori sotto copertura in moschee, ristoranti e gruppi di studenti a New York e nel New Jersey a partire dal 2002. Attività finalmente interrotte 15 anni dopo, in seguito a cause intentate dalle presunte vittime e da gruppi per i diritti civili.

Le comunità musulmane della Grande Mela sono sparse in cinque distretti e appartengono a varie nazionalità. Nel profondo del Queens, oltre le linee della metropolitana, i quartieri di Flushing e Fresh Meadows ospitano un’altra comunità affiatata che ha recentemente risentito dei contraccolpi dell’11 settembre: gli afgani americani di New York.

La città ospita attualmente circa 20.000 afgani, su circa 250.000 negli Stati Uniti, il che la rende il terzo centro afgano-americano dopo California e Virginia.

“Con ogni ondata di cambiamenti nel sistema politico in Afghanistan, abbiamo avuto un’enorme ondata di profughi e richiedenti asilo negli Stati Uniti”, dice Naheed Samadi Bahram, direttrice dell’organizzazione Women for Afghan Women (WAW), che assiste le donne in Afghanistan e nella diaspora.

Ha iniziato a fare volontariato per il WAW, creato pochi mesi prima degli attentati alle Torri Gemelle, prima di diventare una dei suoi dirigenti. In quegli anni, ha lavorato con i profughi afgani fuggiti dal loro paese, per ritrovarsi poi ad affrontare discriminazioni e problemi d’ogni genere nel loro paese di adozione.

Eppure, nonostante tutto, ha mantenuto vivo, nel tempo, un sentimento di speranza.

Oggi, però, si sente impotente ad aiutare chi è bloccato in Afghanistan mentre il paese torna sotto il dominio dei talebani. Fra questi, anche gli stessi dipendenti del WAW che finora non è riuscito a garantire l’evacuazione di uno solo dei 1200 membri dell’organizzazione.

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