Etica e religioni: L’etica, linguaggio universale dell’umanità, II parte

Etica e religioni: L’etica, linguaggio universale dell’umanità, II parte

K metro 0 – Roma – Il progresso non va inteso come mero sviluppo di opportunità tecnicamente fruibili dall’uomo, ma come scelta razionale tra dette opportunità, onde evitare che –altrimenti- si ritorcano contro l’uomo medesimo degradandone la dignità. Il progresso economico, come quello tecnologico, al pari delle innovazioni legislative, deve avere come parametro ultimo di

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K metro 0 – Roma – Il progresso non va inteso come mero sviluppo di opportunità tecnicamente fruibili dall’uomo, ma come scelta razionale tra dette opportunità, onde evitare che –altrimenti- si ritorcano contro l’uomo medesimo degradandone la dignità. Il progresso economico, come quello tecnologico, al pari delle innovazioni legislative, deve avere come parametro ultimo di riferimento l’etica, che è la sintesi doverosa dell’agire umano, in assenza della quale la società intera è destinata inesorabilmente ad un regresso morale e civile.

Quella che in età classica era chiamata naturalis ratio, dal punto di vista cattolico può essere interpretata come il “Soffio dello Spirito” evocato da papa Francesco in occasione dell’Esortazione apostolica Querida Amazonia.

Vi è anche un problema di etica ambientale innanzi alla crescita dei Paesi economicamente più sviluppati, che avviene producendo un inquinamento che va a penalizzare maggiormente le aree più arretrate della Terra; una divaricazione fra un Nord sempre più ricco ed un Sud sempre più povero, nella cornice di un progrediente inquinamento dell’aria contestuale allo sfruttamento delle risorse della terra, che non sono infinite ed inesauribili.

È sempre più frequente dunque il ricorso a detto termine di “etica”, evocativo di un patrimonio valoriale tanto più invocato, quanto più se ne percepisce la carenza, o la necessità di un solido ancoraggio ad essa innanzi alla rapidità del divenire sociale e del progredire scientifico.

Essa è il comune denominatore di ogni forma dell’agire e del pensiero umano, sicché quando si ritiene di poterne prescindere, alla lunga prende la sua rivincita travolgendo come uno tsunami impetuoso chi la ha calpestata.

Per potersi considerare un determinato comportamento esteriormente corretto, anche come moralmente esemplare, occorre che esso scaturisca da una piena libertà di scelta, senza la quale detto comportamento è semplicemente un atto dovuto e non necessariamente anche voluto.

Ciò nondimeno, si è avvertita nel nostro Paese negli ultimi 25 anni, la necessità di approntare dei Codici deontologici. La causa principale è stata il dilagare del fenomeno della corruzione, a sua volta imputabile ad un’ involuzione valoriale di società nelle quali la ricchezza- ovvero la bramosia dell’utile materiale- ha finito per il sopravanzare ogni sentimento morale, valutandosi l’individuo non per quello che è, ma per quello che ha, con conseguenze devastanti nel tessuto sociale. Il prezzo più alto è pagato dalle nuove generazioni, smarrite innanzi a modelli effimeri di una società del transeunte, dell’apparente, del “mordi e fuggi.”

A fronte dell’evocata nuova sorta di anarchismo morale, che è calato su di una vita relazionale sempre più complessa ed articolata, si è avvertita la necessità di codificare, per l’appunto, per coloro che rappresentano lo Stato ai vari livelli, delle linee guida volte ad orientarli nel discernimento tra comportamenti dove la linea di demarcazione tra il giusto e l’ingiusto si è alquanto sbiadita.

Ora il Codice deontologico è sì la redazione scritta di precetti che appartengono alla sfera dell’etica, ma nel momento stesso in cui la sua violazione comporta delle sanzioni, diventa un codice giuridico a tutti gli effetti.

Sono stati approntati recentemente vari codici siffatti sia in ambito pubblico (quello per i dipendenti del Ministero della Difesa, di cui fanno parte i Carabinieri, quello per i Dipendenti pubblici in genere; quello per la Guardia di Finanza) , che privato (es. quello degli Avvocati) , a segno di una crescente attenzione verso una correttezza comportamentale, che costituisce la precondizione delle relazioni umane tra gli interlocutori istituzionali o professionali, con i cittadini.

L’etica è scolpita nel cuore di ciascun uomo direttamente da Dio (o dalla Natura, per chi non ha il dono della Fede) , ed è solo alla luce di esso che ha potuto aver luogo il processo di Norimberga come –a seguire- gli altri processi per i crimini contro l’umanità.

All’etica vanno ascritte tutte le norme di detto diritto naturale, che è recepito dalla coscienza prima ancora di qualsivoglia regola codificata, presupponendo una condizione di esistenza in natura, che precede la costituzione dello Stato il quale è-viceversa- una costruzione convenzionale.

I giureconsulti romani evidenziarono una serie di precetti razionali in cui era dato identificare quell’ideale del Giusto in assoluto, cui avrebbero dovuto ispirarsi le legislazioni particolari. Ne ricordiamo alcuni: “Nemo locupletari debet cum alterius detrimento; inadimplenti non est adimplendum; cuius commoda, eius et incommoda; honeste vivere, alterum non laedere; suum cuique tribuere…”

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