Oscar Luigi Scalfaro, il gentiluomo di stampo antico

Oscar Luigi Scalfaro, il gentiluomo di stampo antico

K metro 0 – Roma – Oscar Luigi Scalfaro (1918 –2012 ) fu eletto all’Assemblea costituente e poi alla Camera, ricoprì numerosi incarichi di Governo, sino ad essere nominato presidente della Camera stessa e dopo un sol mese, Capo dello Stato il 25 maggio 1992. Uno stile non gridato, sobrio ed eloquente anche attraverso studiati

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K metro 0 – Roma – Oscar Luigi Scalfaro (1918 –2012 ) fu eletto all’Assemblea costituente e poi alla Camera, ricoprì numerosi incarichi di Governo, sino ad essere nominato presidente della Camera stessa e dopo un sol mese, Capo dello Stato il 25 maggio 1992.

Uno stile non gridato, sobrio ed eloquente anche attraverso studiati silenzi, era quello del nuovo capo dello Stato, dal portamento naturalmente aristocratico ed elegante, che nella forma e nella sostanza appariva orientato a riposizionare l’immagine presidenziale in una dimensione di sacrale terzietà. Malgrado gli iniziali intendimenti, dovette interpretare il suo ruolo in modo tutt’altro che asettico -notarile, e quindi facendo sentire il suo peso nella formazione dei sei Governi che si avvicendarono nel corso del suo mandato, con la conseguenza che, in un sistema partitico che sembrava irreversibilmente orientato al bipolarismo, gli venne imputato di essere venuto meno a quella funzione arbitrale che – senza dubbio – nel precedente contesto proporzionalistico, avrebbe avuto modo di esplicarsi in maniera meno problematica.

Nel discorso di insediamento, sottolineò che sarebbe stato il supremo moderatore al di sopra delle parti, consapevole dei grandi problemi che incombevano: “la riforma istituzionale, la riforma elettorale, le questioni inerenti al grave disavanzo del bilancio dello Stato, la criminalità aggressiva e sanguinaria, il traffico di droghe e di armi, la delicata questione morale”.

La Magistratura portava il peso di responsabilità gravissime “con coraggio, con professionalità, con efficacia, con sacrificio”; ma sotto la toga non dovevano nascondersi faziosità o interessi di parte, che contrastavano con la dignità della funzione e con l’imparzialità che era il midollo del render giustizia. Per chi ambiva a responsabilità pubbliche, non bastava avere la fedina penale pulita, ma occorreva la pubblica stima, la trasparenza, l’essere sempre in grado di rendere conto delle proprie azioni. Lo Stato doveva essere servito con fedeltà assoluta e non per interessi di parte.

Il 25 novembre1992 il Capo dello Stato concesse la sua prima intervista – agli universitari di Padova – censurando il sistema del cosiddetto voto di scambio”, moralmente e politicamente esecrando; ma deprecò anche l’atteggiamento di sterile protesta di coloro che, per conseguente disgusto, optavano per un abbandono dell’interesse verso la cosa pubblica, chiudendosi nella fatalistica ed irreale attesa che il mondo si “migliorasse da solo”. Un sottile filo rosso collega tutti o quasi i discorsi presidenziali: la salvaguardia dei principi contenuti nella prima parte della Costituzione, la fiducia nella tenuta delle Istituzioni colpite da Tangentopoli, l’impegno in favore dell’Europa, ma – soprattutto – la sollecitudine per i giovani e per l’occupazione, cogliendo nel lavoro il carattere fondante della dignità dello Stato stesso, ancor più fragile nel Mezzogiorno.

Il 1993 fu segnato da eventi drammatici come gli arresti a tappeto per numerosi politici, di primo piano e non, per reati sul finanziamento illecito dei partiti, dei quali il Capo dello Stato si rifiutò di firmare depenalizzazione.

Nel messaggio di fine anno del 1994, tenne ad esaltare il ruolo delle donne, sia di quelle impegnate nel mondo professionale, sia di quelle che “consumavano l’esistenza nella quotidiana e insostituibile presenza familiare”: era il sobrio elogio delle casalinghe, per la prima volta considerate in un messaggio di fine anno presidenziale.

Coerentemente ai suoi costanti richiami alla cultura del dialogo, il Capo dello Stato fu ben lieto di presenziare il 21 giugno 1995 all’inaugurazione della Moschea di Roma, auspicando al contempo che negli Stati islamici fosse specularmente concessa la costruzione di chiese per le locali minoranze cristiane.

Un rilevante tema affrontato nell’ultima parte dell’anno, fu quello del rapporto tra il problema del lavoro e quello del risanamento dei conti pubblici, al cui riguardo avvertì che nel momento in cui si rendeva indispensabile affrontare dei sacrifici seri per far quadrare i conti, bisognava pure aver ben presente che “un bilancio dello Stato, tecnicamente perfetto, ma pagato dalla mortificazione della Persona, non è neppure ipotizzabile da una democrazia degna di questo nome”..

Il 2 giugno, 50° anniversario della Repubblica italiana, il Presidente fece un discorso in Parlamento, ricordando il clima ideale della libertà riconquistata, la risurrezione della Patria; mentre al presente l’Italia aveva ancora dei gravi problemi insoluti, che nel loro insieme avevano “duramente ferito la coscienza democratica del popolo, allontanandolo dalle Istituzioni”.

Altro tema “caldo” era quello della giustizia, nel cui ambito criticò l’eccesso del ricorso alla carcerazione preventiva, strumento di pressione sull’indagato, abusato da qualche magistrato “un po’ rozzo” come vero e proprio mezzo di tortura: “il tintinnare le manette in faccia ad uno che viene interrogato da qualche collaboratore – disse con felicissima espressione onomatopeica – questo è un sistema abietto, perché è di offesa. Anche l’imputato di imputazioni peggiori ha diritto al rispetto”.

Lasciato il Quirinale, il 29 gennaio 2012, esalò l’ultimo respiro uno degli ultimi padri della Costituzione, così intensamente amata da tenerne un esemplare sul comodino accanto alla Bibbia ed al Santo Rosario: nell’accostamento dei due libri, la sintesi di una vita intera.

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