Amnesty su caso Navalny, “prigioniero di coscienza è attestato di eccellenza”

Amnesty su caso Navalny, “prigioniero di coscienza è attestato di eccellenza”

K metro 0 – Adnkronos – Roma – Amnesty International continuerà a chiedere la scarcerazione di Aleksei Navalny. Ma ha deciso di revocare lo status di “prigioniero di coscienza” assegnato all’oppositore dopo il suo arresto, al suo ritorno in Russia dalla Germania lo scorso gennaio. A causa del materiale emerso in seguito sulle sue posizioni

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K metro 0 – Adnkronos – Roma – Amnesty International continuerà a chiedere la scarcerazione di Aleksei Navalny. Ma ha deciso di revocare lo status di “prigioniero di coscienza” assegnato all’oppositore dopo il suo arresto, al suo ritorno in Russia dalla Germania lo scorso gennaio. A causa del materiale emerso in seguito sulle sue posizioni passate, non ha più diritto a quello che viene considerata come “un attestato di eccellenza, un bollino blu del dissenso”, come spiega all’Adnkronos il portavoce per l’Italia dell’organizzazione, Riccardo Noury. Neanche Nelson Mandela fu considerato a lungo da Amnesty International, che pure in seguito lo nominò “Ambasciatore di coscienza”, un “prigioniero di coscienza”, ricorda Noury. Per la sua appartenenza all’Anc e per i metodi violenti adottati dal partito dopo la sua messa al bando in Sudafrica negli anni Sessanta.

Il concetto di prigioniero di coscienza viene formulato nel 1961, contestualmente alla nascita dell’organizzazione internazionale, “con la decisione di occuparci di coloro che erano stati arrestati o condannati unicamente per aver esercitato la loro libertà di opinione, credo o coscienza, con la clausola ben precisa che escludeva atti di violenza o di istigazione alla violenza”.

La decisione di nominare una persona prigioniero di coscienza, e la sua revoca, sono frutto di un “riesame continuo”, precisa il portavoce. “Navalny salta all’occhio, ma sono diversi i casi in cui vi è una revoca, persone apparentemente in carcere per motivi politici che poi si scopre essere reati comuni, o per aver invocato riforme ma che in realtà hanno un background che non è coerente con la cultura dei diritti“. Il processo viene aggiornato in entrambe le direzioni, per la nomina e per la revoca, “mano a mano che vengono raccolte informazioni”. La decisione finale viene presa dal responsabile di area. E bisogna tenere presente, ribadisce Noury, che la definizione di prigioniero di coscienza è “molto rigida”.

Difficile calcolare quanti siano nel mondo. In Egitto, sono centinaia (fra cui Patrick Zaki, lo studente dell’Università di Bologna in carcere, in custodia cautelare, da oltre un anno). Ma sono almeno 50 i Paesi in cui ci sono prigionieri di coscienza. I casi sono in lieve aumento, ma il reale cambiamento avvenuto negli ultimi anni sono le somme enormi stanziate da alcuni Paesi nel cyberspionaggio e quindi nella persecuzione di persone per le loro opinioni espresse online.

La decisione “reattiva” di nominare Navalny prigioniero di coscienza è conseguente alla persecuzione immediata di cui è stato bersaglio appena sceso dall’aereo, per ragioni politiche e per aver esercitato il suo diritto di espressione contro la corruzione. Ma poi un esame del suo background ha fatto emergere che “la cultura dei diritti di questa persona è abbastanza deficitaria”.

Quanto al nazionalismo che Navalny, pur avendo cambiato toni, non ha mai rinnegato, Amnesty esclude di poter contestualizzare le posizioni degli attivisti “alla situazione culturale dei singoli Paesi”. “Ci troveremmo in difficoltà, noi abbiamo uno standard e lo applichiamo”, sottolinea Noury, ricordando anche il caso della leader birmana Aung San Suu Kyi, a cui nel 2018 era stato ritirato lo status di Ambasciatrice di coscienza concesso nel 2009, a causa delle atrocità commesse dai militari del Myanmar contro la minoranza dei Rohingya.

‘video Navalny è palese incitamento all’odio xenofobo, decisione presa da Amnesty è atto di coerenza e rigore’

La prima volta che ho visto il filmato di Navalny (un video del 2007 in cui l’oppositore a Putin suggerisce metodi anti immigrati musulmani del Caucaso, che chiama scarafaggi, e in cui compare anche una pistola, ndr) mi ha fatto orrore. E’ un palese incitamento all’odio xenofobo. Io sono contento della decisione presa da Amnesty perché è un atto di coerenza che pretendo dalla mia organizzazione”.

“Il nostro non è un atteggiamento pilatesco. Non possiamo fare le nostre valutazioni sulla base delle ripercussioni che avranno. Noi continuiamo a fare il nostro lavoro di denuncia in modo rigoroso il motivo per cui Amnesty è nata”, conclude Noury.

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