Sandro Pertini, il “nonno Presidente” perennemente giovane

Sandro Pertini, il “nonno Presidente” perennemente giovane

K metro 0 – Roma – Sandro Pertini (1896-1990) innovò l’interpretazione del ruolo presidenziale, in quanto ad una prassi quasi notarile, sostituì con l’innato suo carisma comunicativo, un costante dialogo con il popolo. Deputato alla Costituente, Presidente della Camera, l’8 luglio 1978 divenne Presidente della Repubblica. In occasione del discorso per il giuramento, espresse la

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K metro 0 – Roma – Sandro Pertini (1896-1990) innovò l’interpretazione del ruolo presidenziale, in quanto ad una prassi quasi notarile, sostituì con l’innato suo carisma comunicativo, un costante dialogo con il popolo.

Deputato alla Costituente, Presidente della Camera, l’8 luglio 1978 divenne Presidente della Repubblica.

In occasione del discorso per il giuramento, espresse la sua fiducia nell’Europa e nel ruolo dell’Italia come portatrice di pace nel mondo: “Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte per milioni di creature umane che lottano contro la fame – esordì -. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra”.

Il valore più prezioso da difendere e consolidare era quello della libertà, per la quale sin da giovane aveva lottato: “se a me, socialista da sempre– precisò al riguardo tra vivissimi e generali applausi – offrissero la più radicale delle riforme sociali a prezzo della libertà, io la rifiuterei, perché la libertà non può mai essere barattata”.

Pertini ebbe costantemente caro il contatto con i ragazzi, cui amava ricordare che la giovinezza era, innanzi tutto, una condizione dello spirito, al cui riguardo disse: “C’è chi nasce vecchio, e chi vive giovane per tutta la sua vita. Io appartengo a questa seconda categoria. Bene, giovani, questo è il primo insegnamento che desidero, dalla mia vita di 60 anni e più di lotta, offrire alla vostra meditazione, senza prevenzione alcuna . Badate, non dimenticate questo: che la libertà è un dono prezioso e inalienabile. Voi dovete battervi per questo, ma restando nel terreno civile della democrazia”. Né le angosce per motivi di studio o di disoccupazione, o causate dalla droga, dovevano costituire un terreno fertile all’inganno del terrorismo.

Se non volete, cari giovani, come io mi auguro, che la vostra vita scorra nuda, grigia, monotona, fate quello che abbiamo fatto noi alla vostra età – concluse, in una sorta di testamento spirituale – date alla vostra vita un’idea, una fede, fate che una fede illumini ogni giorno la vostra giornata, ed allora non vi sarete mai pentiti e sentirete che la vita vale la pena di essere vissuta”.

Nuovamente rivolgendosi ai giovani con una nota di toccante autobiografismo, disse loro:” Non guardate ai miei capelli bianchi: so che non avete bisogno di prediche, ma di onestà, di esempi. Ma non usate violenza, armate il vostro animo di una fede sicura ….Ero all’ergastolo a Santo Stefano, in una nuda cella e sentivo lo scorrere del tempo , con la mia giovinezza che sfioriva, e con lei gli anni più belli. Ma nonostante questo, mi sentivo fiero ed orgoglioso, perché quella cella era illuminata dalla luce della mia fede politica. Illuminate così la vostra vita. Il coraggio lo potete dimostrare non con armi della violenza, ma difendendo sempre la vostra fede politica contro tutti e tutto, difendendo la libertà”.

Tra gli strumenti più efficaci a prevenire la devianza giovanile e l’attrattiva criminale, andava considerata la scuola, che doveva trasmettere una cultura non in senso meramente nozionistico, bensì come strumento “atto a formare il carattere dell’uomo”, massimamente attraverso gli studi classici.

Quanto ai suoi poteri, ritenne doveroso precisare che-a fronte dei problemi che gravavano sul Paese- non gli era dato intervenire oltre i limiti imposti da una Repubblica di tipo parlamentare e non presidenziale, per cui, concluse: “i miei poteri mi consentono soltanto di consigliare, di esortare, di dare dei suggerimenti, certo sì anche al Presidente del Consiglio, ma solo suggerimenti..”.

In tema di terrorismo ebbe ampia risonanza il discorso rivolto dal Capo dello Stato agli operai dell’ Italsider di Taranto, nel corso del quale esclamò: “oggi, ancora una volta, la democrazia è minacciata[…]; non dimenticate che, se per dannata ipotesi in Italia dovesse crollare ancora una volta la democrazia, il prezzo più duro lo pagherete voi[…] .Il terrorismo non deve entrare nelle fabbriche, non deve esservi posto per i rappresentanti dei terroristi e se qualcuno vi è, deve essere cacciato via come un nemico dei lavoratori.”.

Durante il consueto periodo di ferie a Selva di Val Gardena, il Presidente dovette precipitosamente interromperle per la strage del 3 agosto 1980 alla stazione di Bologna, recandosi a visitare i feriti ed a rendere omaggio ai defunti : la scena che si ripeté con monotona mestizia, fu quella del popolo che, innanzi ad ogni tragedia, distingueva il Presidente della Repubblica da tutti gli altri rappresentanti delle Istituzioni.

Dopo lo scandalo della Loggia P2 nella prima metà dell’81, Pertini nominò per la prima volta a Palazzo Chigi un laico: il repubblicano Spadolini .

Dal campo della politica, secondo il Capo dello Stato, andavano allontanati sia gli appartenenti alla citata Loggia, sia i ladri ed i corrotti: “Io sono intransigente, prima di tutto verso me stesso..-disse- E dico che la politica deve essere fatta con le mani pulite.. Cioè [il politico] non deve compiere atti di disonestà ,poiché ne deve rispondere non solo dinanzi alla sua coscienza, ma ne deve rispondere anche di fronte al corpo elettorale” .

Un comune sentire aveva legato durante il mandato l’anziano Presidente a Giovani Paolo II, che chiamò in punto di morte, senza peraltro che questi riuscisse ad esaudirne il desiderio, perché impeditone dalla Consorte dell’illustre infermo.

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