Giovanni Gronchi, il Presidente dello Stato sociale

Giovanni Gronchi, il Presidente dello Stato sociale

K metro 0 – Roma – Giovanni Gronchi (1887- 1978), eletto Capo dello Stato il 29 aprile 1955, nel messaggio di insediamento parlò della ripresa post-bellica e sostenne che occorreva valorizzare soprattutto il ruolo delle masse lavoratrici, come dei ceti medi, che il suffragio universale aveva condotto sino alle soglie dell’edificio dello Stato, senza peraltro

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K metro 0 – Roma – Giovanni Gronchi (1887- 1978), eletto Capo dello Stato il 29 aprile 1955, nel messaggio di insediamento parlò della ripresa post-bellica e sostenne che occorreva valorizzare soprattutto il ruolo delle masse lavoratrici, come dei ceti medi, che il suffragio universale aveva condotto sino alle soglie dell’edificio dello Stato, senza peraltro introdurli effettivamente nella gestione politica della cosa pubblica. La vita economica, in particolare, doveva favorire una dimensione solidaristica che garantisse, al contempo, il pieno esercizio delle libertà individuali e l’iniziativa privata, eliminando la contraddizione tra l’immensa utilità che si deduceva dal sano svolgersi dell’iniziativa privata medesima, e l’osservanza dei diritti più sacri della giustizia e della libertà umana.

Bisognava combattere i monopoli, porre attenzione al problema dell’occupazione ed impedire l’accentuarsi dei dislivelli economici tra Nord e Sud, con uno Stato proteso all’ordinato sviluppo democratico della comunità nazionale, ponendosi, per un verso, come imparziale tutore dei diritti di ognuno e, per altro verso, come inflessibile custode della legalità.

Il consolidamento delle istituzioni dipendeva tuttavia più al costume che non dalle norme; mentre a livello internazionale occorreva una politica in grado di passare da intese limitate e specifiche, ad accordi più vasti, i quali con un progressivo disarmo rendessero meno lontana la pace.

In materia costituzionale, il giornalista e uomo politico liberale Vittorio Zincone sottolineò una certa esuberanza interpretativa del ruolo presidenziale da parte di Gronchi, partendo dal presupposto che la figura del presidente di una Repubblica parlamentare dovesse risultare più vicina a quella del confessore, che non del predicatore. Comunque Gronchi per eludere i limiti formalmente previsti alla manifestazione di opinioni che, se espresse ufficialmente nell’ambito delle sue funzioni istituzionali, non avrebbero dovuto avere valenza politica, aggirò l’ostacolo facendo ricorso al rilascio di interviste, seguite da generiche smentite che, ovviamente, lasciavano il tempo che trovavano.

Nell’ultimo discorso di fine anno, lamentò la proliferazione delle leggi, la scarsa funzionalità dell’Amministrazione, la bassa moralità della vita pubblica, l’incapacità dello Stato di imporsi alle concentrazioni della ricchezza, quando tendevano ad ottenere o conservare privilegi ai danni del benessere comune. In altra sede sostenne che la politica non doveva divenire una professione vera e propria, la quale, generando dipendenza economica in chi ne traeva l’unica fonte di sostentamento, inficiava una sana dialettica democratica, con la partitocrazia che costituiva una deviante minaccia alla libertà del Parlamento.

Essenziale nella sua configurazione dell’uomo politico ideale, era il ruolo della cultura, come strumento fondamentale senza il quale si avvertiva una certa disumanizzazione della lotta politica, ridotta a dei meri rapporti di forza. La cultura in senso lato, andava a costituire un valore aggiunto sotto il profilo della qualificazione professionale, perché essa non significava solo rendimento in senso economico, ma anche morale ed intellettuale. Pertanto la lotta all’analfabetismo non si vinceva soltanto insegnando a scrivere alla meglio il proprio nome, ma offrendo gli elementi di base a che almeno una certa luce di coscienza creasse capacità di discernimento, affinché le masse popolari facili non divenissero prede di suggestioni autoritarie.

Nella circostanza dell’ultimo discorso di fine anno, tracciò un consuntivo degli straordinari progressi compiuti dall’Italia risorta dalle macerie della guerra: era calata la disoccupazione, si erano rese più stabili le occasioni di lavoro per la competitività conseguita dalla nostra industria in campo internazionale, la moneta si era fatta solida e stimata ovunque, erano migliorate alquanto le retribuzioni e si era elevato con ciò il tono generale della vita. Ciò nondimeno, difettava ancora una distribuzione più equa del benessere tra i diversi gruppi sociali, come fra le diverse regioni, con un progresso economico che non portava sempre come naturale conseguenza il progresso morale e civile.

Il campo nel quale si dispiegò con maggiore intensità il dinamismo del Capo dello Stato, fu quello della politica estera, che svolse talora a latere di quella istituzionalmente spettante al Ministro degli Esteri ed al Presidente del Consiglio, con conseguenti sovrapposizioni e conflittualità che ebbero ripercussioni anche oltre i confini nazionali.

Fu lungimirante – viceversa – nel fervido sostegno alla realizzazione dell’Europa come forza di equilibrio e di pace, in virtù del suo patrimonio ideale di matrice cristiana che includeva lo spirito di giustizia, il rispetto della dignità della persona umana, la generosa e saggia comprensione per le aspirazioni dei popoli verso l’indipendenza e la libertà. Gronchi sostenne altresì la doverosità di soccorrere le Nazioni in via di sviluppo, anche al fine di una pacifica ed ordinata convivenza internazionale, poiché il loro altissimo tasso di incremento demografico da una parte, e la persistenza di un bassissimo reddito dall’altra, avrebbero creato una crescente sperequazione fra popoli ricchi e poveri nel mondo ed una lotta di classe internazionale.

Il 17 ottobre 1978 Gronchi chiuse gli occhi, al termine di una vita intensa nel corso della quale non erano mancate incoerenze, contraddizioni ed umane debolezze, che peraltro non ne scalfirono la dimensione di Statista sensibile ed acuto, impegnato – in ambito interno – a portare a compimento il passaggio dallo Stato di diritto a quello sociale, ed in quello internazionale, alla realizzazione dell’Europa unita e del superamento dei blocchi Est-Ovest.

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