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Intervista a Emilio Paolo Taormina. A cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Emilio Paolo Taormina. A cura di Lorenzo Spurio

K metro 0 – Palermo – Emilio Paolo Taormina (Palermo, 1938), dopo un periodo trascorso in Germania e vari viaggi, dal 2000 vive ad Altavilla Milicia (PA), “in un rustico perso nella campagna dentro un uliveto”, come ha avuto modo di rivelare. Poeta e scrittore, alcune sue opere sono state tradotte in varie lingue straniere

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K metro 0 – Palermo – Emilio Paolo Taormina (Palermo, 1938), dopo un periodo trascorso in Germania e vari viaggi, dal 2000 vive ad Altavilla Milicia (PA), “in un rustico perso nella campagna dentro un uliveto”, come ha avuto modo di rivelare. Poeta e scrittore, alcune sue opere sono state tradotte in varie lingue straniere tra cui l’albanese, l’armeno, il croato, il francese, l’inglese, il portoghese, il russo, il greco, il tedesco e lo spagnolo. La sua prima opera, Dopo il Fonografo, è del 1970. Da allora sono seguite numerose pubblicazioni; negli anni Ottanta i suoi libri vennero pubblicati dalla nota casa editrice forlivese Forum/Quinta Generazione, col cui editore, Giampaolo Piccari[1], s’instaurò un legame amicale importante. Passarono gli anni e non mancarono altre pubblicazioni di Taormina. Tra le più recenti figurano Archipiélago (2002) con testo a fronte in spagnolo a cura di Carlos Vitale; Lo sposalizio del tempo (2011), Le regole della rosa (2014); La cengia del corvo (2016) con testo a fronte in spagnolo a cura di Carlos Vitale; Cronache da una stanza (2017); Gelsi neri (2018); Il giardino dell’elleboro (2019) e Il sorriso del tulipano (2020). Per la prosa ha pubblicato: Elvira des Palmes (1991), La pioggia di agosto (1993), Il giusto peso dell’anima (1999), Inchiostro (2011), Passeggiata notturna (2018).

Taormina è – per dirla con Elio Giunta[2] – un “soggetto astratto dalla visione della vita come vicenda e tutto inteso ad un uso della parola come vita”[3]. Ha senz’altro ragione anche un altro grande della critica, Giorgio Bàrberi Squarotti, che in una breve nota a lui diretta scrisse: “Le sue poesie di memoria e di visioni sono sempre molto belle: luminose, armoniose, elegantissime, incantate, meravigliate”. Riportiamo, tra quelli più recenti, alcuni dei giudizi critici espressi sulla produzione del Nostro da alcuni poeti, scrittori e promotori culturali: “I brevissimi testi, compatti e al contempo ariosi, levigati, intensi ed eloquenti, ci trafiggono per la grande forza del vettore “Parola” che, inoculandoci (sublime arciere), concentra emozioni e immagini di autentica levatura poetica (Ester Monachino recensendo Cronache da una stanza, 2017); “Taormina crea infinitudine, il suo verso si declina in un cosmo di risonanze struggenti, le sue sintesi aguzze sono pungoli nella carne, non fanno male, ma divaricano i silenzi, sollevano le voci assopite, costringono a recuperare le parole e le emozioni mancate. […] Il tenore della realtà corre attraverso una sensualità sottopelle, compone con raffinato erotismo il divenire della vita, sprigiona anima e carne, fonde odori, sapori e colori in un unico crogiolo nel quale si separano e si contaminano continuamente il bambino, il ragazzo e l’uomo. […] Nella [sua] poetica […] l’amore occupa un posto privilegiato, trasuda soavissimo, incarna i fantasmi dell’esitazione, percepisce la minaccia impalpabile dell’inesistenza, e come nella favola di Amore e Psiche, anela a raggiungere una sua immortalità” (Giulia Metelli recensendo Il sorriso del tulipano, 2020); “La poesia di Emilio Paolo Taormina mantiene sempre intatto il suo profumo, il suo crisma di esclusività, e sembra scaturire da un delicato processo di rarefazione. La sensazione che si prova leggendo i suoi versi è quella di essere in presenza di una sinopia dalla quale può nascere l’intero affresco, di cui comunque comunica la sostanza profonda mentre suggerisce al lettore, grazie al peso sempre diverso assunto da ogni singola parola, l’iter creativo seguito” (Biagio Balistreri intervenendo a una presentazione di un libro di Taormina); “L’autore palermitano non dà titoli alle poesie, ma esse si susseguono a gruppi più o meno grandi separati l’uno dall’altro da brevi spazi bianchi. Qualcuno ricorda gli haiku, qualche altro costituisce invece un poemetto molto breve. L’amore, la donna lontana, la natura, la vita, la solitudine, la morte sono espressi a mo’ di soliloquio come le figure e gli scritti di un papiro pieno di fascino e di musica, di sofferenza e di consolazione. È un grande poeta […] perché nel suo entusiasmo e amore per la poesia, arriva a dire cose profonde con frasi originali e toccanti (Commento di Nevio Nigro).

Ma per meglio approcciarsi alla sua scrittura e al suo legame con la poesia risultano forse più utili e illuminanti le sue stesse parole: “La mia scrittura, poesia e narrativa, nasce dalla vita vissuta, non sono capace di scrivere nulla che non è entrato nel mio sangue. […] Non so dire altro. So quello che non è poesia: la mafia, la corruzione, l’inquinamento, il razzismo, le dittature, il fanatismo e qualsiasi atto che limita la libertà dell’uomo. Non ho la formula esatta della poesia. Lei è nata con l’uomo. Esiste come possibilità e diviene realtà con la partecipazione fantastica e l’intelligenza del lettore. La sento nascere dentro di me come una musica: misteriosa, dolorosa che mi libera e mi fa sentire realizzato ed essenziale. La scrittura per me è il perno su cui gira la mia vita”[4].

A continuazione alcuni componimenti estratti dalla raccolta inedita Aceto – nato di sabato:

la memoria è
un animale marino
cammina a ritroso
come i gamberi
io sono l’acqua
di una pozzanghera
la notte gioco
a dama con le stelle
mi chiedo
come il tempo
senza traccia scivola
tra le mie dita

* * *

sono isolano
le parole che scrivo
sono bagnate
di salmastro
scivolano sulla pelle
delle pagine come pesci
conoscono
il canto delle sirene
gli incantesimi della luna
sono come i castelli
di sabbia
lasciati sulla rena
dai bambini
si sgretolano con le maree
anche il mio cuore
è circondato dal mare
ho paura che finito  il sogno

tu svanisca
t’invierò una poesia
legata alla zampa di un piccione

* * *

gli aranci che crescono
sul palmo della mia mano
hanno perso le foglie
come un antico libro
sfogliato dal vento
cadono parole
come coriandoli
non ho la chiave
di questa lingua morta
seguo le note di un violino
arrivo alla porta del tempo
nell’ansa del torrente
è annegato un uccello
domani sui miei rami
fioriranno occhi
che mi condurranno
come un bastone da cieco
verso la tua casa

* * *

tu mi baciavi

fuori c’era l’autunno

nelle foglie sui vetri

nella pioggia

nel fumo delle caldarroste

negli ombrelli

c’era l’autunno

entrava nelle fessure

nei muri

come una cancrena

gli alberi

nudi come noi

non avevano vergogna

INTERVISTA A EMILIO PAOLO TAORMINA

Intervista di Lorenzo Spurio

L.S.: Come definiresti la poesia?

E.P.T.: La poesia è una panacea dell’anima. La ricerca e lo scrivere poesia mi fanno sentire essenziale e d’accordo con me stesso.

L.S.: Che ruolo ricopre la poesia nella sua vita?

E.P.T.: Ho pubblicato la prima poesia a quindici anni nel giornalino del liceo. Ho preso coscienza d’essere poeta a vent’anni. La poesia e la scrittura sono il perno su cui ha girato la mia vita.

L.S.: A quali poeti, italiani e stranieri, si sente maggiormente legato? Perché?

E.P.T.: Sono onnivoro e ho letto tantissimo. Nelle diverse età ho amato poeti diversi. Pascoli e Leopardi nell’adolescenza. Rimbaud, Pavese, Ungaretti, Lorca, Salinas, Borges.

L.S.: Quali considera le voci “giovani” più promettenti e incisive del panorama poetico odierno in Italia?

E.P.T.: In Italia l’università e gli editori non fanno ricerca e non emerge nulla di buono.

L.S.: A quale sua opera si sente maggiormente legato? Perché? Può parlarcene?

E.P.T.: L’opera a cui sono più affezionato è un romanzo, La stanza su canale, è l’opera in cui mi sono rotte le ossa e ho imparato il mestiere di scrivere. Poeti si nasce, scrittori si diventa. A diciannove anni, sono partito in auto stop per Utrecht dove abitava la mia fidanzatina. È un romanzo d’amore, ma è anche il primo romanzo italiano che parla di emigrazione, vista dal punto di vista di un giovane che lavorava in fabbrica. L’ho finito di scrivere a ventidue anni, dopo avere girato per diversi editori l’ho pubblicato nel 1971 a mie spese.

L.S.: Nella nostra età pensa che sia concreto e utile parlare di poesia civile? Con riferimento alla sua produzione ha pubblicato qualcosa affine a questo ambito? Può parlarcene?

E.P.T.: Un uomo non è un’isola, vive in un contesto di uomini, quindi si rispecchia nella società. Io sono un uomo libero e non mi faccio chiudere in uno scatolo infiocchettato. Ho bisogno di essere libero da redini e paraocchi. Sono anarchico?

L.S.: Tre punti di forza e tre punti di debolezza della poesia.

E.P.T.: Poco più che in fasce pensavo che dentro una radio ci fossero delle persone che parlassero e facessero musica. Io non so che cosa è la poesia. Se lo sapessi non avrei più interesse a scrivere. La poesia è come la donna di cui sei innamorato, vedi tutti i pregi ma non i difetti. Ho ottantadue anni, ma penso di avere dentro di me la poesia che le cancella tutte come uno tsunami.

L.S.: Quanto è importante il critico nel processo di interpretazione dell’opera?

E.P.T.: La poesia esiste in fieri e diventa realtà con la partecipazione fantastica e l’intelligenza del lettore. Il critico dà una sua lettura del testo e non una verità.

L.S.: In merito ai nuovi mezzi di creazione e trasmissione della poesia (poetry slam, Istant poetry, street poetry) che cosa ne pensa?

E.P.T.: Non guardo in giro le mode e le tendenze. Se ti vedi in uno specchio d’acqua vedi te stesso, io vedo la mia anima e dialogo con lei e quello sconosciuto ch’è la “poesia”

L.S.: Conosce il mondo poetico orientale? Ha mai scritto degli haiku? Se sì può dirci quali pensi siano le grandi potenzialità di questo “genere” per noi non autoctono?

E.P.T.: Ho scritto anche degli haiku: Occhi di rugiada. Personalmente non mi va di essere costretto o costringere la lingua nella metrica. Ho apprezzato la essenzialità e l’aprirsi del pensiero come i colori in un quadro.

L.S.: Poesia e scienza, letteratura e branche scientifiche, possono viaggiare su binari paralleli? Perché?

E.P.T.: La poesia è una scienza. Lavora sul significato attuale della parola e quello remoto. Reinventa la parola come una nota sullo spartito.

L.S.: Una delle sue narrazioni uscite in volume la cui storia le piace condividere con noi. Ci parla di uno dei suoi romanzi, dei suoi contenuti e messaggi lanciati?

E.P.T.: In Italia non sono mai stato pubblicato da un grande editore. I miei romanzi hanno avuto il successo che può avere un libro underground pubblicato in trecento copie. Elvira des Palmes è uno spaccato della società, nel periodo più felice di Palermo: la belle époque. Il romanzo ruota sul personaggio di Elvira, mia nonna paterna, figlia di Enrico Ragusa, il Darwin siciliano dell’Ottocento e fondatore e finanziatore del “Naturalista siciliano”, le sue collezioni d’insetti e i suoi scritti, oggi si trovano al British Museum e da una donna di San Pietroburgo, forse contessa, forse avventuriera, che sul rettilineo d’arrivo del matrimonio di Enrico con una marchesa palermitana, Lucia Cozzo di Pietraganzili, lasciò Elvira al padre. Elegante signora dagli occhi verdi, bella e intraprendente, Elvira era stata in quell’ambiente e in quel periodo storico, un incisivo esempio di come una donna dotata di personalità possa essere libera e protagonista, anche senza proclami e riscatti sociali.

L.S.: Qual e è lo stato di salute della poesia oggi?

E.P.T.: La grande editoria rende un pessimo servizio alla poesia. In giro per il web mi capita talvolta di leggere qualche buon poeta. Sono molto deluso delle pubblicazioni della grande editoria. È clamoroso il caso di Luise Glück, ultimo premio Nobel per la letteratura, in Italia è pubblicata da un piccolo editore.

L.S.: Quali progetti e interventi potrebbero rivelarsi utili nel fomentare l’interesse di giovanissimi e giovani nei confronti della poesia?

E.P.T.: Per cinquantadue anni ho gestito un negozio di musica e la mia mia esperienza mi dice che l’interesse per l’arte nasce dal basso verso l’alto. I Beatles e Fabrizio de André sono stati virali perché parlavano la lingua dei giovani. Sono convinto che i “premi” sono una visione provinciale dell’arte. Magari per fare cassetta.

L.S.: Poesia e Coronavirus. Nel corso delle ultime settimane sono nate decine di antologie poetiche attorno ai vari fenomeni della pandemia in atto. Che cosa ne pensa di simili operazioni editoriali?

Il COVID-19 può essere un tema poetico? Perché?

E.P.T.: Il Coronavirus è malattia grave che ha seminato morte. Bisogna avere rispetto dei morti.

[1] La fiorente attività editoriale, che vide in pochi anni la pubblicazione di un gran numero di poeti esordienti e non solo che si affacciavano alla letteratura (tra di loro anche autori che poi sarebbero diventati piuttosto famosi e centrali nella nostra poesia contemporanea) terminò negli anni Ottanta con la morte del suo ideatore e direttore Giampaolo Piccari.

[2] Fu proprio Elio Giunta nella prima metà degli anni Settanta a prefare le sue prime opere Il fonografo a colori e Deserti.

[3] Elio Giunta, recensione a Emilio Paolo Taormina, La cengia del corvo, edizione Foglio clandestino, 2016.

[4] Emilio Paolo Taormina, “Dio era donna”, in CESIM – Centro Studi e Iniziative di Marineo, 23/03/2018, link: https://cesim-marineo.blogspot.com/2018/03/emilio-p-taormina-dio-era-donna.html?view=flipcard (Sito consultato il 05/11/2020).

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