Io canto il verde che va difeso. Marcia Theóphilo contro le barbarie dell’uomo che distrugge la sua unica dimora

Io canto il verde che va difeso. Marcia Theóphilo contro le barbarie dell’uomo che distrugge la sua unica dimora

K metro 0 – Jesi – L’ultimo libro della poetessa brasiliana Márcia Theóphilo, Amazzonia verde d’acqua (Mondadori, 2020)[1], può essere considerata la summa della sua opera letteraria dal momento che prosegue in un percorso iniziato ormai decenni fa, se si pensa che i primi libri pubblicati dalla poetessa e antropologa nativa di Fortaleza e da

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K metro 0 – Jesi – L’ultimo libro della poetessa brasiliana Márcia Theóphilo, Amazzonia verde d’acqua (Mondadori, 2020)[1], può essere considerata la summa della sua opera letteraria dal momento che prosegue in un percorso iniziato ormai decenni fa, se si pensa che i primi libri pubblicati dalla poetessa e antropologa nativa di Fortaleza e da molti anni in Italia, vennero pubblicati negli anni Settanta. Il nuovo volume – non una vera opera omnia – presenta al suo interno alcuni testi già letti altrove, in sillogi precedenti, in lavori che hanno avuto ampio apprezzamento e diffusione se si pensa che, a tutt’oggi, la Theóphilo è tradotta in numerose lingue, tra le quali anche lo svedese, oltre alle maggiori lingue del ceppo neolatino. Il volume si presenta corposo al tatto ma di agevole fruizione nelle tante liriche che lo compongono, adeguatamente provviste della loro versione in portoghese-brasiliano (non è dato sapere se sono nate direttamente in questa lingua e poi “versate” nel nostro idioma o il contrario, ma tant’è); i materiali sono divisi in alcune sotto-sezioni che in qualche modo “anticipano” e agglutinano le varie simbologie e campi concettuali che la Poetessa intende far prevalere. Tutto il mondo poetico della Nostra è inscindibile dall’elemento naturale come ben si evidenzia a partire dalla titolazione delle varie ripartizioni: “Acqua”, “Terra, “Aria” e “Alberi”, “I figli della dea giaguaro” ed “Eros frutta”. Si addensano, tra i versi, i motivi fondanti di un amore imprescindibile e che mai s’esaurisce con la sua feconda terra natale, quell’Amazzonia ormai lontana fisicamente (la poetessa vive a Roma) che, come da contro canto, è un unicum totalizzante nella sua anima: “Gli animali vivono nel mio poema verde” (121). Cantrice dei riti delle popolazioni indigene (“le divinità pagane si trovano tra noi,/ qui si compie la nostra storia più grande”, 135), dei sacrifici e delle forme di scambio, collettività e coesione di una popolazione pre-colombiana che, difficilmente, cerca di resistere alle violenze e alle usurpazioni costanti, la Nostra ci parla di un eldorado difficilmente concepibile per la mente di noi europei ed occidentali, asserviti al progresso, al dominio della tecnologia, alla disaffezione ambientale: “Noi amerindi, padri e madri dell’America/ siamo piante che quando trapiantate/ se sopravvivono, soffrono grandi dolori/ non accettiamo di lasciare i coqueiros[2]/ né le radure, sfumature di rari colori/ e sapori di frutti e di fiori” (281).

Ed è proprio il motivo della sostenibilità ambientale, della difesa del verde, della denuncia delle violenze e delle azioni abominevoli contro il tessuto boschivo (e con esso faunistico) del polmone verde del mondo che la Theóphilo ci parla: “io voglio il verde che generoso si rinnova/ tutto ritorna all’essenza primordiale” (11). Lo fa con uno sguardo dolce ed estasiato quando ci parla della dea giaguaro e delle innominabili varietà avicole e delle piante autoctone che rendono paradisiaco quel posto che si vorrebbe inviolato dall’uomo; ma più spesso lo fa con un tono seccato, denunciatario, di riprovazione verso atteggiamenti diffusi e la mentalità dell’uomo contemporaneo improntato al deterioramento, alla minaccia continua, allo svilimento e alla sopraffazione dei più deboli. S’iscrive in tale discorso lo sdegno globale di pochi mesi fa, portato alla luce dalla stampa internazionale, dinanzi ai fenomeni di roghi di vaste aree dell’Amazzonia, mal gestiti dal governo e che, di fatto, non hanno rivelato colpevoli o mandanti in maniera univoca.

Il fenomeno del disboscamento, da sempre esistito dalla notte dei tempi, utile all’uomo per approdare a nuove superficie libere, calpestabili, dunque edificabili e fonte di guadagno, da anni sta riguardando quell’area del globo con evidenti ripercussioni sulla qualità dell’aria, sull’eccessiva riduzione di ossigeno nell’aria, oltre alla delimitazione, ghettizzazione e qualche volta annullamento di intere popolazioni indigene che lì hanno sempre vissuto nella loro concordia e secondo le loro tradizioni. Ci sono interi componimenti – soprattutto nella parte centrale del libro – che ci parlano di questi fenomeni: roghi multipli (“Sconvolte/ le bestiole che abitano gli alberi,/ vivono lo scompiglio”, 21) che difficilmente vengono spenti, alberi che, come torce umane, esalano gli ultimi respiri, animali storditi e feriti che non sanno dove ripararsi, persone e intere piccole comunità impaurite e costrette ad allontanarsi dai loro luoghi dove hanno sempre vissuto in cerca di riparo, che devono reinventarsi una vita dovendo coniugare il dolore delle proprie ferite aperte con l’esigenza di dare un futuro ai propri figli.

Tra i vari testi che compongono il libro senz’altro ne vanno segnalati alcuni che, in merito al tema ecologico al quale ci siamo riferiti, risultano in primo piano nel discorso della battaglia per la difesa ambientale: “L’ultima arca”; “Olocausto degli alberi” e “Altamira”.

Il poemetto “L’ultima arca” si compone di venticinque stanze di diversa composizione metrica serrate da un distico finale in cui l’io lirico torna a prendere il comando per lanciare il suo grido, che in fondo è un presentimento (di ciò che accadrà) e un ammonimento (dinanzi ciò che viene fatto) allo stesso tempo: “Con la nostra foresta tu morirai!” (229). I versi di questo poemetto ben cadenzato e dal piglio veloce si concretizzano attorno alla deplorevole condizione delle foreste amazzoniche del Brasile: la Nostra sottolinea le calamità e le sopraffazioni che nel corso degli anni ha subito (“battaglie e inondazioni/ dilagano”, 221 si legge nella prima parte) ed è tesa a evidenziare le criticità diffuse, le connivenze nella disattenzione di quell’ambiente naturale, finanche il clima di morte che da tempo si è imposto su quei boschi a seguito delle manipolazioni umane: “Estirpate radici/ si contorcono/ […]/ gli alberi cadono/ morenti sulla sabbia” (221). È un assassinio contro gli alberi, ma è pur sempre un assassinio e, data la quantità degli esseri coinvolti, è un eccidio senza pari, difatti la Theóphilo parla di “sterminio del pianeta” (227). La Nostra è affranta da abbattimenti di alberi, delimitazioni di aree, destrutturazione del patrimonio boschivo e ben lo dimostra quando s’impone il tema dolente degli incendi che, nel giro di un tempo limitato, ha prodotto una deforestazione ingente lasciando cenere e disperazione (“bruciano gli alberi,/ spogliate le foglie”, 223). Non sono solo gli alberi a farne le spese ma è l’ecosistema tutto ad essere minacciato e ferito: “muoiono/ nella loro stessa terra// Si moltiplica il grido dei falchi” (225). La poetessa ci parla con uno sguardo nitido non restio alla commozione delle “pericolose ondate di morte” (225) dettate da “incoscienti nemici” (225) che si realizzano con scenari apocalittici e inaccettabili: “Nel sacrificio finale,/ condannati/ corpi fluttuanti//[…]/ nel rogo finale” (227).

In “Olocausto degli alberi” l’avanzata delle fiamme che divorano velocemente gli alberi facendo alzare un fitto fumo nero è delineata con una sorta di diapositiva rabbrividente dinanzi alla quale l’uomo – che è esso stesso causa di quel delirio – sembra dirsi impossibilitato a intervenire, impassibile dinanzi a uno scempio di portata non quantificabile: “Le foglie ardono muovendosi/ in mezzo al disordine della foresta/ tra caos e fumo/ Tutto è fuoco… gli alberi cadono…/ tutto è cenere/ In questo ritmo frenetico anche il cielo cadrà” (245).

Nella poesia “Altamira”, sebbene si descriva sempre uno scenario di morte e devastazione della foresta, questa volta esso sembra non essere dettato da un rogo dilagante ma dall’intervento dell’uomo con armi da fuoco che irrompe nel clima pacifico dell’ambiente naturale, rotto per sempre: “Pallottole esplosive aprono il ventre/ della natura, le strappano le viscere,/ pallottole volano in mezzo ai tronchi/ degli alberi, in mezzo ai loro corpi/ […]/ gemiti e momenti di terrore, stupefatti/ nei volti coperti di sangue” (279).

Molto seducenti le immagini di completa simbiosi uomo-natura, di metamorfosi vegetale, di mimesi con l’Amazzonia che pervadono le pagine di questo libro: “pensa come un uomo e si comporta come un pesce” (41); “i suoi capelli sono radici nell’acqua/ templi e crateri di vulcani” (47); “le sue risate hanno il ritmo/ dell’acqua sulla pietra” (181). Stupenda la breve lirica “La notte dell’armonia” dove leggiamo: “Nella foresta esistono/ più occhi che foglie/ più cuori che pietre/ […]/ e non si sa quale/ i cuori di tutti gli animali/ si accendono luminosi/ scompaiono i corpi/ e tante luci vagano nel bosco/ quante le stelle nel cielo” (85). Il dettato linguistico è semplice e arriva a tutti: il colloquio della poetessa con la linfa vegetale e con gli imperscrutati occhi che animano il bosco è fluente e mai s’interrompe: si percepisce una sintonia straordinaria e rigenerante nel corso della lettura data dalla coesistenza responsabile e amichevole con ogni abitatore del Pianeta. “Albero, io conosco la tua vita,/ i tuoi fruscii, la voce dei tuoi rami,/ e tu cerchi il mio sguardo per darmi compagnia” (103); ed è l’amore che s’instaura da questo legame autentico e primordiale, con la terra, nello spirito di libertà e nel mutuo rispetto, che la poetessa intravede la possibilità di continuità metamorfizzata dalle forme vaghe quanto curiose di uomini-albero di braccia-radice, confluenze, scambi e prolungamenti, commistioni e ibridazioni vivide tra umanità e forestalità e umanità e animalità com’è il ricorrente tema dell’alberizzazione: “L’amore nasce nella nostra bocca/ tra lingua e saliva/ ci distrae dai nostri drammi./[…] l’amore nasce ampiamente/ come radici, chicchi di semente/ […]/ L’amore nasce come radici” (207; 209).

Sull’impronunciabilità e intraducibilità di molti lemmi impiegati dalla Poetessa va detto che ci troviamo dinanzi a specie animali e vegetali particolarissime e peculiari di quegli ambienti dell’Amazzonia e che, proprio per la loro tipicità (e di converso atipicità da altri spazi, a noi maggiormente comuni) essi non hanno una definizione in lingue di nazioni che, appunto, non hanno traccia fisica di molte queste specie viventi. Il dizionario di terminologie autoctone, posto al termine del volume, è uno strumento utile in tal senso, come indicato anche dall’autrice nella nota di chiusura: “La mia poesia ha le sue radici nella lingua naturale della foresta amazzonica. […] Nei miei libri, anche in quelli che pubblico in Brasile, un glossario è perciò assolutamente necessario” (321).

In tutto questo scenario di delirio e devastazione, dove la morte è palpabile e le azioni dell’uomo sono improntate sempre più a una sconfitta generalizzata dell’umanità e a un asservimento dell’ambiente alle sue logiche privatistiche e commerciali, la Theóphilo – pur affranta da tanto disprezzo verso l’ambiente – fa prevalere, nei toni speziati e pluricromatici della sua opera, il desiderio di conservazione degli spazi, la necessità del bello, l’impeto buono che muove l’uomo all’autodifesa, alla tutela coscienziosa dei suoi spazi, alla preservazione della natura, degli ambienti, vale a dire a un amore che va alimentato, ancor più dinanzi allo scempio di cui solo l’uomo è responsabile affinché  “tutto torn[i] selvatico” (161). Ecco perché il titolo del volume non dà traccia, in apertura, di questa Amazzonia che brucia, ferita, dolente, precaria, nell’atto di gridare il suo dolore, ma ne dà un’immagine lieta, quella di un’Amazzonia verde d’acqua. È l’immagine che la Poetessa ne conserva, dopo averne vissuto a contatto, immersa in quella Macondo che ora – anche nel ricordo – cerca di rievocare come vera e attuale, sebbene le condizioni socio-economiche di quell’area sono poco rassicuranti. La censura e la veicolazione di notizie viziate atte a mitigare la reale gravità della situazione non aiutano a far emergere quel grido di SOS che tutti, poeti e non, dovrebbero accogliere a gran voce e inserire nelle proprie battaglie in difesa di un bene che è di tutti.

di Lorenzo Spurio

[1] Per un ulteriore approfondimento rimando a un mio precedente intervento su questo libro: Lorenzo Spurio, “Amazzonia verde d’acqua di Márcia Theóphilo. Il nuovo eco-libro poetico sul “polmone verde” (sempre più in pericolo)”, «Oceano News», anno VI, n°, luglio 2020, pp. 8-9.

[2] La palma di cocco.

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