Venezia, “grazie che non avete mollato”, si può fare

Venezia, “grazie che non avete mollato”, si può fare

K metro 0 – Venezia – Uno dei momenti più forti, più emozionanti di questa strana 77esima Mostra del cinema di Venezia è arrivato non da una star del grande schermo, non da un diva che sa far scivolare una lacrimuccia quando deve farlo, che sa dire parole sapientemente preparate capaci di colpire al cuore,

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K metro 0 – Venezia – Uno dei momenti più forti, più emozionanti di questa strana 77esima Mostra del cinema di Venezia è arrivato non da una star del grande schermo, non da un diva che sa far scivolare una lacrimuccia quando deve farlo, che sa dire parole sapientemente preparate capaci di colpire al cuore, ma da una ragazza finora sconosciuta, fresca e impacciata, la regista portoghese Anna Rocha De Sousa che con il film Listen, nella sezione Orizzonti, ha vinto il premio Leone del futuro-Luigi De Laurentiis, riservato a registi esordienti: grazie che non avete mollato con questo festival, ha detto tra lacrime che sgorgavano e singhiozzi che le impedivano di parlare.

Tutti gli invitati, i registi, i produttori, i premiati hanno detto qualcosa sul tempo che viviamo, ma queste poche parole, semplici, brevi, potrebbero forse riassumere il senso di questa edizione del Festival. E’ stato come un fatto necessario che Venezia 77 si sia svolta, pur tra mille rinunce e tante limitazioni. Dopo la doverosa cancellazione di Cannes a metà maggio, nel pieno del primo atto dell’epidemia che in quelle settimane aveva lasciato in un impotente disorientamento il mondo intero, dopo l’annullamento di tante importanti manifestazioni internazionali di ogni campo e settore, il festival di Venezia ha lanciato a tutte le latitudini un segno di fiducia, di possibilità di riprendere, di continuare e di farcela.

Non attraverso un sentimento astratto di speranza, ma con lucida razionalità, mettendo in campo tutte le possibili precauzioni. E se anche nei prossimi giorni dovessero arrivare notizie di contagi, non è stato invano che il festival si sia svolto, come avveniva negli anni di guerra con i teatri aperti. Gli organizzatori, a cominciare dal presidente della Biennale Cicutto, che ha fortemente voluto la Mostra, e dal direttore Barbera, hanno messo a punto una complessa macchina di controlli esemplare. Tanto minuziosa da poter sembrare, pur non essendolo, talvolta eccessiva. Rilevamento della temperatura ad ogni passaggio, mascherine indossate sempre negli spostamenti e durante le proiezioni, nelle sale posti ridotti, nominativi, prenotati, numerati e ben distanziati, code ordinate, altre sale aggiuntive e repliche dei film.

Una ricerca di massima sicurezza che certamente non garantiva l’immunità, ma che comunque riduceva fortemente la possibilità di contagio. Faticoso, certo, per chi ha seguito il festival, e non erano rari i festivalieri, a loro volta sempre disciplinati, che cercavano un angolo isolato per abbassare per qualche minuto la mascherina e respirare a pieni polmoni. Ma il pubblico non ha disertato, la Mostra registra una forte riduzione di presenze nelle sale, meno 40 per cento sull’anno scorso, ma tutto sommato contenuta rispetto a quanto prevedeva il vertice del festival, con il 65 per cento e oltre in meno di spettatori. Perfino le sfilate sul tappeto rosso fatte solo a beneficio di fotografi e tivù, senza pubblico assiepato pronto ad applaudire, senza curiosi alla ricerca di un qualunque varco per tentare di vedere qualcosa o qualcuno, con un muro altissimo che impediva qualunque sguardo, ha dato testimonianza di quella caparbia volontà di esserci, nonostante tutto.

Di fronte a questo sforzo per farcela, per non abbandonarsi impotenti piegati dal virus, anche le polemiche sulle scelte della giuria presieduta da Cate Blanchett possono essere derubricate in un secondo piano. Meritevole del Leone d’oro è stato ritenuto dai più il film americano Nomadland della regista sino-americana Chloè Zhao, con Frances McDormand, favorito della vigilia e già in cammino verso gli Oscar. Certo a giudizio di molti non mancavano altri titoli degni di nota, a cominciare dai quattro film italiani in concorso. Tutti ignorati dalla giuria ad

eccezione di Padrenostro, di Claudio Noce, che è valso il premio per il migliore attore a Pierfrancesco Favino. Gli altri tre film, accolti con favore da pubblico e critica, sono prodotti da Raicinema, e il presidente Paolo Del Brocco ha criticato duramente questa totale esclusione. Capita sempre e in tutti i festival, e questa edizione di Venezia non poteva fare eccezione.

Si chiude così, dunque, questo evento così particolare, un festival del coraggio e della fiducia che tenta anche di rinnovarsi riservando qualche attenzione verso quel pubblico meno interessato alle vicende festivaliere, ma che a partire da Venezia può essere riportato al cinema, con la serata di chiusura che per la prima volta ha ospitato un cantante, Diodato. Poca cosa, si dirà. Eppure per il rigido e anchilosato protocollo del festival è un vero e proprio strappo. E magari altri ne verranno.

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Nino Battaglia
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