I valori dell’Azerbaigian. Intervista all’Ambasciatore Mammad Ahmadzada

I valori dell’Azerbaigian. Intervista all’Ambasciatore Mammad Ahmadzada

Ambasciatore, lei di recente ha dichiarato che l’Italia è un partner strategico in Europa, anzi quello principale. Ci spiega in sintesi perché? L’Italia e l’Azerbaigian sono ormai da anni partner strategici, con una cooperazione a 360° che va dal settore politico a quello economico, per toccare gli ambiti culturale e accademico. L’anno 2020 riveste un’importanza

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Ambasciatore, lei di recente ha dichiarato che l’Italia è un partner strategico in Europa, anzi quello principale. Ci spiega in sintesi perché?

L’Italia e l’Azerbaigian sono ormai da anni partner strategici, con una cooperazione a 360° che va dal settore politico a quello economico, per toccare gli ambiti culturale e accademico. L’anno 2020 riveste un’importanza fondamentale in questo contesto, perché ha visto la prima visita di Stato in Italia del Presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, svoltasi nello scorso febbraio. Nel corso della visita è stata data una forte spinta alla strategicità delle nostre relazioni, grazie alla firma di ben 28 accordi, e tra questi il ruolo principale va alla “Dichiarazione Congiunta sul Rafforzamento del Partenariato Strategico Multidimensionale”, che il Presidente dell’Azerbaigian ha definito come “un documento politico estremamente serio, approfondito e dettagliato, che copre tutti i settori delle nostre relazioni e identifica le priorità chiave per la nostra futura cooperazione”. Inoltre l’Italia è il principale partner commerciale dell’Azerbaigian, che rappresenta il primo fornitore di petrolio per la penisola italiana e proprio quest’anno, grazie al completamento del Corridoio Meridionale del Gas, il mio paese inizierà a fornire anche gas all’Italia, che grazie a questa opera acquisterà il ruolo di hub energetico per l’Europa.

Heydar Aliyev Center di Baku

La vicinanza dell’Azerbaigian al nostro paese è testimoniata anche dalle vostre donazioni finanziarie agli istituti ospedalieri Spallanzani e Sacco di Milano durante la fase acuta dell’emergenza sanitaria per il Covid. Vuole ricordarci in cosa è consistito il vostro aiuto all’Italia?

La pandemia da COVID-19, che purtroppo non possiamo ancora definire passata, ha rappresentato un momento importante per la cooperazione e la solidarietà internazionale. In momenti di difficoltà, come questo, è naturale manifestare la propria vicinanza a chi si considera affine, e nei giorni più bui dell’emergenza, è stato per noi prioritario dimostrare il nostro sostegno all’Italia e al popolo italiano, che per l’Azerbaigian non è solo un partner strategico ma un vero amico. Per questo abbiamo promosso azioni di solidarietà formali, penso ad alcuni video di vicinanza all’Italia realizzati dal Baku Media Center o all’illuminazione con il tricolore italiano dell’Heydar Aliyev Center, ma anche pratiche, come le donazioni economiche agli ospedali in trincea per la lotta al virus. Ma la solidarietà è stata reciproca: il 28 maggio, nel giorno della nostra festa nazionale, i mercati di Traiano a Roma si sono tinti dei colori della bandiera azerbaigiana e proprio in questi giorni un team italiano di specialisti in medicina è in partenza per Baku, per offrire la propria competenza ai nostri medici e alle nostre strutture sanitarie, che stanno tenacemente combattendo il virus.

Quali sono le reali motivazioni di questo conflitto con l’Armenia che si protrae da molto tempo?

Non bisogna distinguere gli attacchi delle settimane scorse, nel distretto di Tovuz dell’Azerbaigian, da tutto il contesto del conflitto del Nagorno Karabakh tra Armenia ed Azerbaigian, che prosegue da quasi 30 anni. Questo è un conflitto territoriale, basato su rivendicazioni avviate dall’Armenia a partire dal 1988, a ridosso del crollo dell’URSS. Come conseguenza di tali rivendicazioni l’Armenia ha occupato militarmente circa il 20% del territorio dell’Azerbaigian, inclusa la regione azerbaigiana del Nagorno Karabakh e sette distretti adiacenti, che prima del conflitto erano abitati solo da azerbaigiani. Tale occupazione inoltre ha avuto una drammatica ricaduta sociale, causando 1 milione di rifugiati e profughi interni, che ora, con l’aumento demografico in Azerbaigian, hanno raggiunto 1 milione e 200 persone circa. Gli scontri avviati dall’Armenia il 12 luglio sono un’evoluzione di questa situazione, perché hanno colpito non più la linea di contatto tra gli eserciti, ma i confini di stato Azerbaigian-Armenia.

Una civile azerbaigiana nella sua casa distrutta dai recenti attacchi armeni.

Come spiega, appunto la presa della zona del gasdotto che dovrebbe fornire anche l’Italia tre mesi prima dell’avvio della fornitura all’Europa?

Nell’avviare i suoi attacchi l’Armenia aveva almeno tre obiettivi: distogliere l’attenzione dai suoi gravi problemi interni, cercare di coinvolgere nel conflitto parti terze e danneggiare un’area strategica dell’Azerbaigian, proprio quella da cui passano opere logistiche ed energetiche fondamentali, come il Gasdotto Meridionale del Gas. C’è sicuramente una volontà di destabilizzare la regione, mettere a rischio la sicurezza non solo dell’Azerbaigian ma anche dei suoi vicini, provocare un danno alle infrastrutture. Vorrei aggiungere che l’Armenia si presenta al mondo come il “popolo perseguitato”, e cerca, con vari raggiri e nascondendo le sue azioni, di perpetuare questa immagine, non esitando ad accusare l’Azerbaigian di azioni da lei stessa compiute. Nel corso delle scorse settimane infatti, invece di riconoscere i rischi legati al suo attacco nell’area strategica di Tovuz, ha paventato un rischio nucleare per la centrale armena di Metsamor, al centro di un potenziale fantomatico attacco da parte dell’Azerbaigian. Nonostante le immediate smentite dell’Azerbaigian, l’Armenia ha utilizzato questa bandiera per mobilitare la comunità armena nel mondo, e cercare, fortunatamente con scarsi risultati, la solidarietà internazionale. Questo mentre quella stessa comunità armena in giro per il mondo attaccava e vandalizzava sedi diplomatiche dell’Azerbaigian.

l’Azerbaigian è membro del Consiglio d’Europa dal 2001, ha una missione permanente nella Ue e ospita anche una missione nella Commissione europea. Lei, ambasciatore, ha invocato una forte pressione nella comunità internazionale. Cosa si aspetta dunque dall’Europa?

C’è una frase che mi piace spesso ricordare: i crimini impuniti portano a nuovi crimini. Ciò che l’Azerbaigian si aspetta è che la comunità internazionale distingua in modo irrevocabile il ruolo dell’aggressore – l’Armenia, da quello della vittima – l’Azerbaigian, e che l’Armenia venga forzata ad applicare i numerosi documenti internazionali, tra cui 4 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che richiedono all’Armenia il ritiro immediato ed incondizionato dai territori azerbaigiani sotto occupazione.  L’Azerbaigian non potrà mai accettare lo status quo attuale e farà di tutto per il ripristino della sua integrità territoriale.

A proposito, oggi quanto la politica dell’Azerbaigian è vicina all’Europa e quanto lontano dalla Russia?

L’Azerbaigian è molto vicino all’Italia, come sottolineato precedentemente, e all’Europa tutta, ma in generale persegue una politica di buon vicinato con tutti gli stati confinanti, esclusa l’Armenia. Con la Federazione Russa abbiamo molte iniziative comuni, di pensi al Forum Umanitario internazionale di Baku, che fu organizzato per la prima volta nel 2011 proprio per volontà dei Presidenti dell’Azerbaigian e della Russia e poi è diventato un evento tradizionale che coinvolge tutta la comunità mondiale. Un importante momento di confronto internazionale, di cui i popoli hanno sempre più bisogno.

Per finire, il suo paese, a maggioranza musulmana, è rinomato nel dialogo interreligioso, potrebbe dunque diventare un modello per i popoli?

Credo di poter dire che l’Azerbaigian sia già un modello per il dialogo interreligioso, e che lo diventi ogni giorno un po’ di più. Il nostro essere paese realmente multiculturale, in cui convivono pacificamente tutti i credi religiosi, ai quali per costituzione sono riconosciuti uguali diritti, è molto apprezzato dalla comunità internazionale. Vorrei inserire anche questo nel triste contesto dei fatti di queste ultime settimane: l’Armenia cerca di presentare al mondo il conflitto del Nagorno Karabakh come una contesa religiosa, ma nella realtà non ha nulla a che vedere con cause religiose, bensì si tratta di un conflitto territoriale. L’Azerbaigian è aperto e propositivo verso tutte le fedi religiose dei suoi vicini, come testimoniano i numerosi monumenti religiosi presenti nel paese e che garantiscono la pratica quotidiana ad un’importante parte della popolazione che vive in Azerbaigian. Penso per esempio alle numerose sinagoghe o alla chiesa cattolica, e vorrei ricordare che nel centro di Baku c’è anche una chiesa armena, recentemente restaurata. I nostri sono valori che si trovano nello stesso DNA e nelle radici del popolo azerbaigiano, e che richiederebbero un maggior apprezzamento dal mondo civilizzato, che nulla ha invece in comune con la monoetnica Armenia contemporanea – causa della distruzione del patrimonio delle altre culture nel suo territorio e trasgressore del diritto internazionale.

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