Smart working, va regolamentato in tutti i nuovi contratti di lavoro

Smart working, va regolamentato in tutti i nuovi contratti di lavoro

K metro 0 – Jobsnews – Non solo diritto alla disconnessione. Per Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, “a partire dalla fase 2 c’è la necessità di togliere l’unilateralità della decisione di utilizzare la modalità di lavoro da casa al datore di lavoro, com’è stato in questa prima fase determinata dall’emergenza sanitaria, e ripristinare la

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K metro 0 – Jobsnews – Non solo diritto alla disconnessione. Per Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, “a partire dalla fase 2 c’è la necessità di togliere l’unilateralità della decisione di utilizzare la modalità di lavoro da casa al datore di lavoro, com’è stato in questa prima fase determinata dall’emergenza sanitaria, e ripristinare la regolamentazione dello smart working allargando la contrattazione dei diritti anche all’ambito digitale, una dimensione che ha dilagato in tutti gli aspetti della vita, anche sindacale e relazionale”. Landini lo ha dichiarato partecipando alla presentazione della prima indagine nel panorama nazionale che racconta lo smart working dal punto di vista delle lavoratrici e dei lavoratori. Lo studio è stato promosso dalla Cgil nazionale in collaborazione con la Fondazione Di Vittorio, ed è stato realizzato attraverso un questionario diffuso online durante i giorni del lockdown.

Dal sondaggio emerge che l’età di chi ha risposto al questionario è compresa al 93 per cento tra i 35 e i 64 anni, al 45 per cento con laurea o titolo di studi superiore. Con percezioni e gradimenti molto diverse, addirittura opposte. L’82 per cento degli intervistati si è ritrovata in questa modalità di lavoro domestico solo con l’emergenza coronavirus, il 31 per cento avrebbe desiderato attivarla anche prima e solo il 18 per cento già prima dell’emergenza ne aveva esperienza. Anche i livelli di competenza e formazione necessaria erano presenti prima del lockdown solo nel 12 per cento dei casi. Mentre le relazioni con il datore di lavoro e con i superiori sono rimaste “come prima” nel 67 per cento delle situazioni censite, è peggiorato nel 23 per cento, nella maggior parte per le donne, ed è diventato migliore e più stimolante nel 10 per cento. Quanto ai carichi di lavoro sono risultati gli stessi nel 51 per cento dei casi, sono diminuiti nel 13 per cento e sono invece aumentati nel 29 per cento delle situazioni, spesso perché sono aumentati i passaggi e perché non è stata messa in atto una organizzazione del lavoro diversa e realmente “smart”. Problemi sono stati individuati per quanto concerne il possesso della tecnologia e della connessione internet “adeguata e sufficiente” nell’84 per cento delle realtà ma “limitata” o “assente” nel 16 per cento rimanente. Gli spazi dedicati al lavoro sono stati ricavati nel 50 per cento del campione, ma nel 19 per cento si tratta di un nomadismo domestico e solo nel 19 per cento esiste una stanza tutta per sé.

Spesso, soprattutto le lavoratrici non hanno un device aziendale e neanche personale, ma solo condiviso con altri membri della famiglia mentre la stampante risulta spesso del tutto assente.

La percezione dello smart working risulta più stimolante per gli uomini e più alienante per le donne che in maggioranza hanno fatto più fatica a distinguere i tempi di vita con i tempi di lavoro e si sono ritrovate con minore tempo per sé. Quasi unanime invece, sia per gli uomini che per le donne, la valutazione positiva sul risparmio di tempo nel pendolarismo casa- lavoro: il 94 per cento risponde di avere beneficiato di questo tempo liberato. Inoltre il 72 per cento delle donne si dice meno esposta ai rischi di molestie sessuali sul lavoro. La stessa percentuale dell’intero campione avverte una diminuzione delle relazioni e del confronto con i colleghi che per le donne si traduce in maggiore senso di solitudine mentre negli uomini prevale un senso di serenità. La differenza di percezione sull’esperienza di lavoro da casa durante il lockdown si struttura, nella comparazione delle risposte, in quattro diversi profili di approccio: lo smart working occasionale, determinato dallo slogan “ci ho provato”, dove prevalgono le criticità sia nella individuazione di spazi domestici dedicati, tempi definiti, relazioni più complicate con i capi e con i colleghi: smart working desiderato con il motto “finalmente… ora me la gioco”; smart working provvisorio, connotato dalla versione più problematica, dove prevale l’abbrutimento e l’idea prevalente “che disastro”; e infine lo smart working governato, per cui “basta che funzioni… ma per un po’”.

Secondo il segretario generale della Cgil Landini “in questa nuova fase anche il sindacato deve cambiare e tornare ad occuparsi oltre che di salario e orario anche dell’organizzazione del lavoro, che ha impatto sia sulla salute sia sulla tecnologia e l’innovazione”. E lo strumento, secondo Landini, sono: la contrattazione collettiva e la contrattazione aziendale. “In ogni nuovo contratto – specifica – dovremo inserire anche la trattazione dello smart working e questa ricerca ci dà alcune indicazioni, ad esempio sull’esigenza che, anche dal punto di vista della soddisfazione relazionale e lavorativa, questa modalità non sia applicata in via esclusiva e permanente se non richiesto dal lavoratore”.

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