Da Taiwan al virus di Wuhan, non c’è bisogno di chi tace e acconsente

Da Taiwan al virus di Wuhan, non c’è bisogno di chi tace e acconsente

K metro 0 – Roma – Quando un analista si cimenta nell’esame degli effetti del covid-19 sulle relazioni internazionali, deve sempre partire da due certezze: La prima è che nella storia recente del nostro pianeta la minaccia per la salute globale e l’economia a causa della possibile diffusione di malattie infettive non sono mai da

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K metro 0 – Roma – Quando un analista si cimenta nell’esame degli effetti del covid-19 sulle relazioni internazionali, deve sempre partire da due certezze: La prima è che nella storia recente del nostro pianeta la minaccia per la salute globale e l’economia a causa della possibile diffusione di malattie infettive non sono mai da scartare nel tempo. La seconda è che le pandemie possono diffondersi rapidamente in tutto il mondo a causa della globalizzazione.

Al momento tutti s’interrogano e cercano di capire quali siano le origini del virus, ma una cosa è certa: il virus è partito dalla città di Wuhan e, se non si vuole cambiare versione, la storia riporterà per sempre come il “Virus di Wuhan”. Esempio triste, il nome del gas Iprite che fu usato come aggressivo chimico per la prima volta dai tedeschi, durante la Prima guerra mondiale, nel settore di Ypres (Belgio, 1917), città da cui prende nome. L’influenza spagnola che fu chiamata così, non perché veniva dalla Spagna, ma perché i primi a parlarne furono i giornali spagnoli. Infatti, la stampa degli altri Paesi, che era sottoposta alla censura di guerra, negò a lungo che fosse in corso una pandemia sostenendo che il problema fosse confinato alla Penisola Iberica. Anche negli anni passati si è parlato del contagio da virus Ebola che prende il nome di una zona del Congo.

Non siamo in guerra e siamo nel terzo millennio, la Cina e i suoi sostenitori, spesso impauriti dalle possibili ritorsioni, accettino almeno il nome “Virus di Wuhan” e non facciano propaganda ostinata al nome tecnico Covid-19. Gli “impauriti” sono stati oggetto della campagna cinese di “soft power”, purtroppo efficace anche in Italia, che persegue principalmente obiettivi sia interni al paese sia esterni verso l’opinione pubblica del resto del mondo. In Cina il partito comunista vuole fa passare al suo popolo “che Pechino ha salvato il mondo dal coronavirus e che la comunità internazionale riconosce gli sforzi di Pechino per affrontare l’epidemia”, mentre all’estero Pechino tenta di far passare la notizia che la pandemia non ha avuto origine a Wuhan, e di trasformare l’immagine della repubblica popolare cinese da quella di “untore” a quella di “salvatore” del mondo utilizzando la cosiddetta “diplomazia delle mascherine regalate insieme a qualche altra strumentazione ormai in esubero negli ospedali cinesi o ormai non di più di necessaria produzione”.

La pandemia in corso ha fatto da ulteriore propellente al latente stato di conflitto USA – Cina. Dai propri alleati NATO, Washington si aspetta lealtà e lo fa capire chiaramente. Per chi si sente sotto pressione per la stagnazione economica e attacco” batteriologico”, infatti, l’atteggiamento attendista e impaurito di un “Amico Storico” e spesso debitore morale di libertà democratica. In queste ore, comunque, non si discute solamente della proposta d’inchiesta sulle origini del virus, ma sul futuro dell’umanità in termini di Sanità, diritti ed economia.

Altro tema che promette di infuocare lo scontro tra Cina e Stati Uniti, come se non bastasse quello sull’origine dello stesso, sarà la partecipazione ai lavori di Taiwan. L’Oms su forte influenza di Pechino non ammette Taipei, scegliere infatti di non conformarsi alla visione della One China Policy promossa da Pechino non ha solo dei costi diplomatici, ma anche sanitari. Taiwan, dopo la breve parentesi 2009-2016, è nuovamente (e ancora) esclusa dai lavori e dal flusso di informazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Un isolamento difficile da gestire nel corso di una pandemia globale. Taipei comunque è riuscita a limitare i danni della pandemia a soli sei decessi il bilancio del contagio e non ha dovuto neanche attuare le misure di “lockdown”.

Tale positivo risultato è conseguenza del fatto che quando le informazioni concernenti un nuovo focolaio a dicembre, Taiwan ha iniziato a implementare con immediatezza la quarantena a bordo dei voli diretti da Wuhan. Il 2 gennaio 2020, Taiwan ha istituito un team di risposta per la malattia e attivato il Central Epidemic Command Center (CECC- Comando Centrale per l’Epidemia) che è stato in grado di integrare efficacemente le risorse di vari ministeri e di impegnarsi completamente nel contenimento dell’epidemia. Nonostante la citata vicinanza alla Cina, Taiwan si è classificata al 123° posto su 183 paesi in termini di casi confermati per milione di persone. Quanto precede, è la prova che gli sforzi di Taiwan per controllare l’epidemia stanno funzionando.

Inoltre, se si concorda che la sicurezza sanitaria globale richiede gli sforzi di ognuno per garantire una risposta ottimale alle minacce e alle sfide della salute pubblica la Cina si deve convincere che Taiwan, non può stare da sola e deve essere inclusa nella lotta globale al virus.

Infine, non va fatto passare sotto silenzio che la scorsa settimana durante la pausa delle dimostrazioni di strada seguite alle “restrizioni da virus” ci sono stati arresti di attivisti anticomunisti nel territorio, ancora parzialmente autonomo, di Hong Kong che evidenziano come il regime cinese stia cercando di trarre vantaggi dal lockdown per inasprire la repressione e minare lo stato di diritto.

Tale strategia potrebbe in futuro minacciare anche Taipei e la sua democrazia. Solo Washington e Londra hanno protestato. Europa, Italia compresa, ha utilizzato la strategia del tacere…che sa tanto di “assenso da impaurito”.

 di Giuseppe Morabito

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