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Rapporto Ispi 2020: l’Europa cerca un ruolo nel nuovo disordine mondiale

Rapporto Ispi 2020: l’Europa cerca un ruolo nel nuovo disordine mondiale

K metro 0 – Roma – Non ci sono buone notizie sul futuro dell’Europa nell’ultimo rapporto dell’Ispi dedicato al mondo 2020. Un volume di circa trecento pagine che raccoglie la sintesi delle tendenze geopolitiche elaborate dagli studiosi dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI), il più antico think tank italiano e tra i più

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K metro 0 – Roma – Non ci sono buone notizie sul futuro dell’Europa nell’ultimo rapporto dell’Ispi dedicato al mondo 2020. Un volume di circa trecento pagine che raccoglie la sintesi delle tendenze geopolitiche elaborate dagli studiosi dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI), il più antico think tank italiano e tra i più prestigiosi nel globo, tanto che i suoi dossier finiscono sulle scrivanie del Foreign Office come su quelle della Farnesina. Lo studio, reso pubblico pochi giorni fa, segnala lo sfaldamento del liberalismo e delle istituzioni che ha prodotto nel tentativo di regolamentare le dinamiche globali.

Alessandro Colombo e Paolo Magri, i due coordinatori del gruppo, spiegano come “l’ordine internazionale di cui siamo eredi aveva un inequivocabile assetto multilaterale, sorretto da una proliferazione di organizzazioni (Nazioni Unite, Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Unione Europea ecc.), oltre che dal varo e dal successivo sviluppo di accordi e regimi internazionali in materia economica, commerciale, ambientale e di sicurezza. Infine, in questa architettura globale trovavano posto anche i diversi ordini regionali, prodotti in parte da dinamiche “locali”, ma in parte non minore, anche dalla capacità di penetrazione delle dinamiche globali”. Tutto ciò è entrato in un tunnel dal quale difficilmente uscirà vivo.

Nell’agone planetario si muove ora il gigante cinese, capace di trattare alla pari con i grandi di un tempo e di assumere un ruolo trainante delle economie di intere aree. Colombo e Magri scrivono di “spettacolare mutamento che ha accompagnato e fatto da contraltare, negli ultimi vent’anni, al declino del mondo liberale: la crescita della Cina. La competizione tra Usa e Cina costituisce di per sé un elemento ragguardevole di trasformazione delle dinamiche politiche ed economiche internazionali”. Un confronto-scontro, quello tra Xi Jnping e Donald Trump, che nasce su basi assolutamente inedite.

Lo studio dell’Ispi sottolinea l’aspetto senza precedenti della competizione tra Usa e Cina: “Sono del tutto diverse rispetto al passato le relazioni reciproche tra i due competitori. Mentre, all’epoca della guerra fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica non avevano rapporti economici significativi tra loro, ciascuno dominava su una sfera di influenza più o meno integrata politicamente, economicamente e ideologicamente, e separata nella stessa misura dall’altra, negli ultimi decenni Stati Uniti e Cina hanno maturato un grado molto alto di interdipendenza economica, cresciuta in modo esponenziale dopo l’ingresso della Cina nel- la World Trade Organization (Wto) nel 2001”. Le due economie sono interconnesse e producono effetti reciproci che costituiscono un ulteriore elemento di destabilizzazione di un ordine mondiale sempre più complesso da gestire e anche da prevedere. Ciò è evidente soprattutto negli scambi commerciali. In essi emergono con chiarezza gli Stati Uniti, l’Europa e un polo asiatico dominato dalla Cina. “Ma quello che si osserva considerando la rete degli scambi mondiali – scrive l’Ispi – non è tanto l’importanza dei singoli Paesi, quanto il posizionamento della loro area, dei gruppi di Paesi e di come questi sono legati al loro “paese centrale”. Gli scambi tendono infatti sempre più a regionalizzarsi”. Si opera, cioè, per aree geografiche, grandi isole che delimitano mercati nati intorno a un paese leader della zona. Gli unici settori realmente globali, appaiono la finanza e la tecnologia. La finanza è sempre più sovra-statale. La tecnologia è per sua stessa natura intimamente globale. Osservano Colombo e Magri: “Il commercio di tecnologia, decisamente diverso da altri settori, può essere definito un settore veramente globale, con catene di approvvigionamento altamente integrate, che funziona meglio quando può collaborare a livello internazionale. Una spaccatura tecnologica tra Stati Uniti e Cina influenzerebbe infatti le aziende in tutti i settori e in tutte le parti del mondo”.

L’Europa appare debole in uno scenario di tal fatta. Scrive Alessandro Colombo : “La partita principale della seconda metà del Novecento era centrata sull’Europa, quella che si profila nel XXI secolo si è spostata in Asia, completando quella detronizzazione dell’Europa da centro del mondo che, sempre di più, si conferma come la vicenda fondamentale dell’ultimo secolo”. La fine del multilateralismo ha ricevuto una forte accelerazione con la presidenza Trump. Un altro ricercatore dell’Ispi, Andrea Locatelli, scrive a tal proposito: “L’allontanamento di Washington da organizzazioni internazionali come il Wto (World Trade Organization), la retorica aggressiva e a volte sprezzante rispetto alla Nato, la revisione (quando non la cancellazione) di accordi come Tpp (Trans-Pacific Partnership), Nafta (North American Free Trade Agreement) e Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces) sono tutti sintomi dell’incapacità del principio multilaterale di fungere da meccanismo di gestione dei rapporti tra Stati – o quantomeno di farlo in modo efficace e funzionale agli interessi delle grandi potenze”.Cosa possiamo aspettarci dal futuro? Nel caso peggiore il sistema commerciale emergente sarà dominato da blocchi commerciali esclusivi, volti a incrementare gli scambi al loro interno e a creare barriere con l’esterno. Si tratta di un sistema difficilmente foriero di prosperità e cooperazione: venendo meno il principio della soluzione legale delle controversie, sarà la mera superiorità economica a stabilire l’esito delle dispute commerciali. Questo costringerà gli stati minori del sistema a stabilire relazioni meramente opportunistiche con una grande potenza, rinforzando rapporti di subalternità a tutto vantaggio dei più forti”. Una prospettiva buia, eppure molti fattori sembrano indicare che l’Ispi abbia, ancora una volta, la vista lunga.

Un ruolo fondamentale in questo scenario di un futuro molto prossimo lo giocano le materie prime fondamentali all’industria avanzata. Sono le cosiddette “terre rare” alle quali è dedicato uno specifico capitolo del rapporto Ispi ad opera del ricercatore Ugo Tramballi che ricorda come “Le terre rare siano composte da 17 elementi comuni da trovare, ma raramente reperibili in una concentrazione che sia economicamente vantaggiosa da produrre. Grazie ai suoi bassi costi di estrazione, la Cina controlla quasi il 90% delle terre rare. I suoi elementi sono necessari per l’industria strategica mondiale: leghe per batterie, display a cristalli liquidi, auto ibride, LED, energie rinnovabili. E industria militare”.

L’Europa rischia di essere esclusa dal tavolo dei grandi partner anche per effetto delle tensioni interne. La Brexit se mal gestita può avere un effetto valanga e la crisi tedesca far perdere un fulcro di stabilità all’intero continente. Sonia Lucarelli – che nel rapporto Ispi si occupa specificatamente dell’Europa – individua però alcuni ambiti nei quali UE può giocare ancora in serie A. Scrive la ricercatrice: “Rebus sic stantibus, non possiamo sapere quale scenario si staglierà all’orizzonte, ma sappiamo che l’Unione può contare su un peso economico e una dimensione del proprio mercato tali, per cui potrebbe assumere un ruolo di leadership in almeno tre ambiti importanti per il rilancio dell’ordine liberale e del ruolo dell’Europa nel mondo: la ridefinizione dell’equilibrio tra libero commercio e tutele sociali, la lotta al cambiamento climatico (e più in generale un’economia eco-sostenibile), la regolamentazione di internet. In ciascuno di questi ambiti, l’Unione può creare le condizioni per porsi come contraltare rispetto a Stati Uniti e Cina”.

Ancora una volta il Vecchio Continente dovrà fare affidamento alla saggezza dei suoi governanti per uscire dal declino. Ci riuscirà?

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