La guerra senza confini condotta dagli spioni di mezzo mondo

La guerra senza confini condotta dagli spioni di mezzo mondo

K metro 0 – Berlino – In pieno scontro all’ultimo bit sul 5G Huawei, ecco che dagli archivi della Cia spunta un nuovo capitolo della guerra senza confini condotta dagli spioni di mezzo mondo. I giornali ed anche Kmetro0 ne hanno dato notizia in questi giorni: per anni l’intelligence a stelle e strisce sapeva quel che

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K metro 0 – Berlino – In pieno scontro all’ultimo bit sul 5G Huawei, ecco che dagli archivi della Cia spunta un nuovo capitolo della guerra senza confini condotta dagli spioni di mezzo mondo. I giornali ed anche Kmetro0 ne hanno dato notizia in questi giorni: per anni l’intelligence a stelle e strisce sapeva quel che si scrivevano le élite di un gran numero di nazioni, compresi molti paesi europei alleati della Nato. L’operazione – nome in codice Rubicone – era condotta dalla Cia insieme al Bnd, l’ex servizio segreto della Germania occidentale che avevano messo le mani su un colosso dei sistemi di crittografia con sede nella “neutrale” Svizzera. Usa, Svizzera e Germania formavano così un triangolo delle spie che permetteva di conoscere le conversazioni riservate di vertici politici, militari ed economici dei Paesi sotto osservazione. Dall’Iran al Pakistan, dalle giunte militari in America Latina all’Italia, fino al Vaticano. La Cia e i servizi segreti tedeschi della Bnd hanno monitorato – almeno dal 1970 – le comunicazioni di Paesi alleati e avversari attraverso una società svizzera, la Crypto. In tutto più di 120 Paesi e i rispettivi servizi di intelligence.

Nella rete sono finiti Stati ostili agli Usa come l’Iran, l’Iraq, la Libia, oppure gli avversari sul fronte nucleare come Pakistan e India, e ancora alleati di ferro come Arabia Saudita, Giordania e Corea del Sud. La lista dei clienti della società svizzera comprendeva, almeno fino agli anni ’80, pure diversi Paesi della Nato oltre all’Italia, come Spagna, Grecia e Turchia. L’elenco non comprende invece le due potenze che hanno rappresentato i più temibili avversari dell’Occidente negli ultimi decenni: Russia e Cina. In pratica – viene sottolineato dalla stampa – lo spionaggio avveniva soprattutto ai danni degli amici. Nel 1994 l’agenzia di spionaggio tedesca era uscita dal giro, temendo che la storia sarebbe stata scoperta e avrebbe messo in imbarazzo la Germania all’interno della Nato. La Cia ha lasciato soltanto due anni fa. Dal 2018 la società svizzera è stata smantellata e divisa in vari marchi. Al momento, non ci sarebbero più collegamenti con i governi o con agenzie di spionaggio.

La notizia è stata rivelata da un’inchiesta del Washington Post e dall’emittente tedesca Zdf. Il primo fa capo a Jeff Bezos, il proprietario di Amazon da sempre in contrasto con Trump; Zdf è invece la seconda Tv pubblica tedesca formata da alcuni Land e che opera su rete Deutsche Telekom. La notizia esplode proprio nel bel mezzo dello scontro tra Trump e una parte di governi europei che hanno scelto di non assecondare la linea anticinese del presidente americano e praticamente all’indomani del disco verde al 5G dato da Gran Bretagna e Austria.

A quarantotto ore di distanza dagli scoop di Washington Post e Zdf, con una sincronia che fa riflettere, risponde il Wall Street Journal del gruppo Murdoch (vicino alla Casa Bianca) che riporta un’ennesima rivelazione: la procura di New York accusa Huawei di furto di proprietà intellettuale. La formulazione dell’accusa è pesantissima: “criminalità organizzata” e riguarda un arco demporale di almeno dieci anni. Dalle notizie di fonte Wall Street Journal sembrerebbe un nuovo filone di inchiesta che si va ad affiancare a quello che ha portato all’arresto in Canada, nel gennaio del 2019, della responsabile finanziaria del gruppo cinese Meng Wanzhou, figlia del fondatore del gruppo cinese. Per la manager si ipotizza il furto di segreti commerciali ai danni dell’americana di Tlc T-Mobile.

Come si vede la battaglia dello spionaggio è in pieno svolgimento. Un conflitto freddo senza esclusione di colpi.

A molti queste vicende hanno riportato alla memoria il discusso accordo segreto che, negli anni del dopoguerra fino agli anni ’90, andava sotto il nome di sistema Echelon.

Una rete di controllo globale che ha visto la partecipazione di vari Paesi: Nuova Zelanda, Regno Unito, Australia e Canada. L’infrastruttura spaziale di Echelon è stata realizzata nei primi anni Sessanta, mediante la messa in orbita di un gran numero di satelliti spia, poi successivamente sostituiti da sistemi tecnologicamente più avanzati. Quindi lo scopo è quello di spiare ogni comunicazione per la salvaguardia della sicurezza nazionale, alla ricerca di messaggi. Il timore – col tempo diventato più di un’ipotesi – è che le intercettazioni siano servite non solo a prevenire attacchi alla sicurezza dell’Occidente ma anche a carpire segreti industriali.

Vien quasi da esclamare “niente di nuovo sotto il sole”. Ma questa volta la partita si fa più dura. Chi vince la gara del 5G – è opinione condivisa tra tutti gli esperti – conquista la possibilità di partecipare ai futuri sviluppi tecnologici. È questo il leit motiv dei ripetuti documenti prodotti dalla Commissione europea e delle linee guida Ue che sollecitano tutti gli stati ad alzare il livello di attenzione e ad avere una politica comune.

Appelli che sembrano però cadere spesso nel vuoto se è vero quello che scrive il Corriere della Sera a proposito dell’Italia: “L’Italia, nonostante gli avvertimenti ricevuti dal Copasir negli ultimi dieci anni, ha invece messo le sue reti in mano all’azienda cinese, che offriva prodotti a costi estremamente bassi. «Già nel 2009 le agenzie di cybersicurezza mondiali avevano bandito Huawei dagli appalti per le infrastrutture critiche, mentre in Italia stava stringendo accordi con Telecom per sostituire Cisco», spiega al Corriere della Sera Giuseppe Esposito, ex vicepresidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. «Mentre il prodotto di Cisco si sapeva com’era fatto, con la quantità di produzione messa in piedi da Hauwei nessuno ha mai potuto controllare l’effettiva sicurezza». Persino la Panic Room di Palazzo Chigi, la stanza di massima sicurezza della presidenza del Consiglio, «passa attraverso due grandi nodi: il primo con i router di Tim, e quindi è fatto da Huawei», afferma Esposito. «Se ci fosse un microchip, loro potrebbero ascoltare o addirittura vedere in video il presidente del Consiglio: è possibile, ma non è mai stato provato».

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Andrea Lazzeri
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