Grecia. Katerina Sakellaropoulou la prima donna presidente

Grecia. Katerina Sakellaropoulou la prima donna presidente

K metro 0 – Atene – Ieri i parlamentari greci hanno eletto la prima presidente della Repubblica donna della storia del Paese. La nomina è arrivata quasi all’unanimità per la giudice Katerina Sakellaropoulou. Dopo esser stata formalmente informata della decisione del parlamento, Sakellaropoulou ha dichiarato di voler raggiungere “il consenso più ampio possibile” durante il suo

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K metro 0 – Atene – Ieri i parlamentari greci hanno eletto la prima presidente della Repubblica donna della storia del Paese. La nomina è arrivata quasi all’unanimità per la giudice Katerina Sakellaropoulou.

Dopo esser stata formalmente informata della decisione del parlamento, Sakellaropoulou ha dichiarato di voler raggiungere “il consenso più ampio possibile” durante il suo mandato. La giudice, nelle sue prime dichiarazioni da presidente, ha sottolineato “le difficili condizioni e le sfide del XXVI secolo, tra cui la crisi finanziaria, i cambiamenti climatici, le migrazioni di massa e le conseguenti crisi umanitarie, l’erosione dello stato di diritto e tutte le iniquità e le esclusioni”. Il primo ministro, Kyriakos Mitsotakis, ha incaricato Sakellaropoulou come candidato neutrale che potrà ricevere il consenso da parte di tutta la classe politica. Tutti i maggiori partiti l’hanno sostenuta, una maggioranza quasi unanime, con 261 a favore e 33 contrari, molto al di sopra della soglia dei 200 richiesti. La Grecia possiede storicamente un numero esiguo di donne in ruoli importanti in politica e lo stesso Mitsotakis è stato criticato per aver selezionato quasi tutti membri maschili per il governo, dopo aver vinto le elezioni nazionali a luglio scorso. Nell’attuale esecutivo, infatti, 17 posizioni sono ricoperte da uomini e la rimanente da una donna. Parlando al termine delle votazioni, il premier ha descritto la 63enne come “una grande giurista, una grande personalità giudiziaria che unisce ha unito tutti i greci dal minuto in cui questa procedura è iniziata”.

Una delle questioni più spinose, al momento, riguarda la crisi dei centri migranti. Migliaia di residenti e proprietari di attività sono scesi in strada nelle isole della Grecia ieri per chiedere al governo di risolvere la situazione diventata ormai insostenibile. La maggior parte dei negozi è rimasta chiusa e i servizi pubblici sono stati interrotti nelle isole di Lesbo, Chio e Samo, dove alcuni centri accolgono 10 volte il numero di persone per cui sono stati costruiti. Anche le organizzazioni internazionali hanno criticato aspramente le condizioni in cui riversano gli stessi. Il giorno di protesta è stato organizzato da governatori regionali e sindaci che oggi si recheranno ad Atene per un faccia a faccia col governo. Circa 6 mila i dimostranti a Lesbo e altri 2 mila a Samo. Nel 2019 circa 75mila persone arrivano illegalmente dalla Turchia in Grecia, e quindi nell’Unione europea, secondo quanto riportato dall’Onu. Un incremento del 50% rispetto all’anno precedente. Le autorità delle isole vogliono che vengano fatti passi avanti nella ricollocazione dei migranti e vorrebbero maggiori informazioni sui piani di costruzione di nuovi centri per accogliere quelli in lista di rimpatrio. Tuttavia, nonostante la promessa di un intervento tempestivo e di un atteggiamento più severo nei confronti dell’immigazione illegale, il governo conservatore, in carica da sei mesi, non è stato in grado di mantenerla. L’obiettivo dichiarato è quello di creare una rete più ampia di centri per rifugiati sulla terra ferma.

Molti dei greci, che vivono nei pressi del fiume Evro, che forma un confine naturale con la Turchia, sono abituati alle tensioni internazionali. Negli ultimi anni, gli sfollati hanno tentato in tutti i modi di attraversare il corso d’acqua per arrivare in Grecia ed essere accolti nei sopracitati centri per rifugiati di Lesbo, Samo e Chio. Molti hanno rischiato, e rischiano tuttora, la vita per completare il proprio viaggio verso l’Ue. Secondo le organizzazioni umanitarie, riporta Deutsche Welle, una ragione per cui molte di queste persone si rifiutano di registrarsi alle autorità, è perché le unità di polizia devono respingere coloro i quali sono arrivati illegalmente. Spesso vengono arrestati e rimpatriati con la forza nella vicina Turchia.

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