Il conflitto turco-curdo nella rassegna stampa internazionale

Il conflitto turco-curdo nella rassegna stampa internazionale

Il conflitto turco-curdo nella rassegna stampa internazionale. Chi sono i curdi, cos’è il Rojava e perché è così strategico per Erdogan K metro 0 – Parigi – Settimana cruciale per il destino dei popoli mediorientali, e in particolare per quello curdo che risiede nel nord est della Siria, nella provincia della Rojava, assediato dall’avanzata dell’esercito

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Il conflitto turco-curdo nella rassegna stampa internazionale. Chi sono i curdi, cos’è il Rojava e perché è così strategico per Erdogan

K metro 0 – Parigi – Settimana cruciale per il destino dei popoli mediorientali, e in particolare per quello curdo che risiede nel nord est della Siria, nella provincia della Rojava, assediato dall’avanzata dell’esercito turco con l’ausilio dei bombardamenti degli F16. Tutto nasce dalla decisione del presidente americano Donald Trump di ritirare un migliaio di soldati statunitensi di stanza nella regione settentrionale della Siria proprio per evitare lo sconfinamento turco e tutelare le popolazioni di nazionalità curda. La stampa internazionale, ovviamente, ha dedicato alla vicenda servizi, cronache e commenti. Ne abbiamo selezionato alcuni, molto significativi, soprattutto per gli effetti sul dibattito internazionale che la vicenda turco-curda ha imposto all’agenda delle istituzioni planetarie.

L’Observer infatti sostiene che si tratti di una “calamità prevista. La Turchia da molto tempo problemi relativi alla sicurezza dei suoi legittimi confini. Ritiene che la milizia curda che controlla il nord-est della Siria abbia dei legami forti e stretti con un suo vecchio nemico, il PKK, il partito dei lavoratori curdi (PKK), che è considerato dagli Stati Uniti, dalla Unione Europea, e da Ankara, un gruppo terrorista. E il PKK ha la sua base proprio nel Kurdistan turco. Erdogan minaccia da mesi un’azione militare a est del fiume Eufrate”, scrive ancora l’Observer. “Ma solo la presenza delle truppe americane l’aveva fermato”. Da qui discende il legame tra ritiro delle truppe americane e avanzata turca verso l’Eufrate. L’Observer infine cita ufficiali dell’esercito americano, secondo i quali “era in fase di attuazione un accordo con i turchi, per pattuglie militari congiunte al fine di assicurare la sicurezza dei confini. Ma ciò non era abbastanza per Erdogan”. Anzi, prosegue il quotidiano britannico, “la sua impazienza saliva non tanto per effetto di una minaccia terroristica immediata, che egli spesso esagerava, quanto dalla necessità di una vittoria politica dopo le recenti elezioni andate male e dalle pressioni della destra nazionalista per sistemare i rifugiati siriani in una ‘safe zone’, una zona di sicurezza controllata dalla Turchia”.

A sua volta Le Monde Diplomatique dedica un numero speciale alla crisi siriana. E intanto spiega cosa siano i curdi, “un peuple sans Etat”, un popolo senza uno Stato. “Le stime della popolazione curda”, scrive Le Monde Diplomatique, “variano da 25 a 45 milioni di persone. Pertanto, i curdi costituiscono una delle popolazioni storiche del vicino Oriente, popolazione sempre negata, con un destino sempre più differenziato a seconda degli Stati che si dividono il Kurdistan: la Turchia (più del 50% dei curdi), l’Iran (circa il 25%), l’Iraq (più del 15%) e la Siria (appena il 5%). La partecipazione de curdi alla vita politica degli Stati autoritari della regione”, sottolinea Le Monde Diplomatique, “segna una sfida permanente, e resta indissociabile dalla loro democratizzazione generale. L’Iran ha deputati curdi, ma le prigioni iraniane, come le prigioni turche e siriane, sono ancora piene di prigionieri curdi”. Inoltre, ricorda il settimanale francese, “i curdi si distinguono per un sostenuto dinamismo demografico. Campagne di pianificazione familiare sono state lanciate per lottare contro quel che lo stato maggiore turco qualifica come una bomba demografica a scoppio ritardato. Questo dinamismo contribuisce a ridefinire gli equilibri locali e regionali, ad esempio come accade tra siriani e curdi nel sud-est della Turchia. E tuttavia, la mortalità infantile resta elevata. I curdi sono ormai una popolazione sempre più dispersa e nomade: si perpetuano migrazioni ancestrali, si attraversano distanze più grandi, sia verso regioni agricole che verso i cantieri delle grandi città. Inoltre, l’esodo rurale curdo sta accelerando in direzione delle città del Kurdistan, ed sempre più verso il Kurdistan, verso Istanbul, Damasco, Teheran o Baghdad”.

Negli Stati Uniti è stata forte l’emozione per la decisione di Trump e l’invasione turca. Ne dà testimonianza il New York Magazine che cita la “disperazione de curdi alla base dell’alleanza con il presidente siriano Assad e la Russia di Putin”. Senza alcun’altra opzione fino a domenica, abbandonati dal mondo occidentale, scrive il New York Magazine, “i leader curdi siriani hanno siglato un’alleanza col dittatore siriano Bashar al-Assad, sostenuta dai russi e dall’Iran, come forma di protezione. I parametri generali dell’accordo non sono ancora chiari. Le autorità curdo-siriane hanno spiegato in una nota che l’accordo concede alle forze siriane di spostarsi verso il confine settentrionale, al fine di aiutare le milizie curde a respingere le forze turche e a riconquistare il suo territorio, allo scopo di preservare la sovranità siriana”. Inoltre, sintetizza il New York Magazine, “le analisi di giornalisti ed esperti indicano che i leader curdo-siriani si siano arresi ad Assad e alla Russia in cambio della protezione dall’avanzata turca. Ciò contribuirebbe, di fatto, a consegnare ad Assad il controllo di una vasta maggioranza di territorio siriano, e di quasi tutti suoi confini. E sarebbe la prima volta da quando ha avuto inizio la guerra civile in Siria. Sarà la fine del Rojava?”, si chiede con molte ragioni il New York Magazine. Infine, scrive il settimanale americano, “sembra che i leader curdo-siriani abbiano sacrificato la loro notevole regione autonoma in Siria, il Rojava appunto, piuttosto che sacrificarne la popolazione in una guerra con la Turchia. Per lo storico Gelvin, il Rojava è la democrazia più florida che il Medio Oriente abbia mai visto”.

di Joseph Villeroy

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