UK. Johnson in tribunale esclude un “No deal” e poi si smentisce con i suoi portavoce 

UK. Johnson in tribunale esclude un “No deal” e poi si smentisce con i suoi portavoce 

K metro 0 – Londra – La “telenovela” della Brexit, la più seguita sullo schermo europeo, rischia di produrre effetti disastrosi per la Gran Bretagna, e comunque negativi per tutta la UE. Il premier Boris Johnson, infatti, si è impegnato a scrivere una lettera all’Unione Europea per chiedere un rinvio della Brexit di tre mesi oltre il 31

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K metro 0 – Londra – La “telenovela” della Brexit, la più seguita sullo schermo europeo, rischia di produrre effetti disastrosi per la Gran Bretagna, e comunque negativi per tutta la UE. Il premier Boris Johnson, infatti, si è impegnato a scrivere una lettera all’Unione Europea per chiedere un rinvio della Brexit di tre mesi oltre il 31 ottobre – come stabilisce la cosiddetta legge “Anti no deal”, o “Benn Act”, approvata a settembre in Parlamento – se entro il 19 prossimo non sarà raggiunto un accordo di distacco con Bruxelles.

Lo si legge – informano le agenzie – in un documento presentato dal team legale del governo venerdì 4 ottobre alla Court of Session di Edimburgo, massimo tribunale civile scozzese (che già a settembre, ricordiamo, si era pronunciata sulla questione Brexit, spingendo così il Parlamento ad approvare il Benn Act): per il ricorso d’urgenza presentato, contro l’esecutivo, dall’uomo d’affari Vince Dale, dalla deputata dello Scottish National Party Joanna Cherry e da altri attivisti anti Brexit. La sentenza definitiva della Corte è attesa lunedì 7 ottobre.

Questo documento legale, secondo cui Boris Johnson, rivedendo fortemente la sua posizione della “Brexit ad ogni costo”, s’impegnerebbe a chiedere all’ UE un’ulteriore proroga della Brexit oltre il 31 ottobre, in caso di mancato accordo con Bruxelles, non comporta però alcun obbligo per l’esecutivo. Almeno secondo lo stesso Premier, che sempre venerdì ha twittato secco: “Nuovo accordo o no deal, ma nessun rinvio”. Parole che confermano innumerevoli sue dichiarazioni precedenti, e, però, contrastano fortemente non solo col dettato del Benn Act. ma con lo stesso documento presentato in tribunale dagli avvocati del governo.

Insomma, le oscillazioni del Premier britannico, che minano fortemente la sua credibilità nel contesto europeo, non solo in patria, aggrovigliano ulteriormente una situazione già complicata. Proprio per questo la deputata scozzese Cherry ha chiesto al giudice di Edimburgo di imporre un “obbligo formale” per assicurare che Johnson rispetti davvero l’impegno manifestato nei documenti legali. “Boris Johnson ha detto alla Corte tramite i suoi avvocati una cosa diversa da quella che ha detto ieri in Parlamento”, ha sottolineato la Cherry. “Con un Primo ministro del genere non serve nulla di meno di un obbligo formale”.  La rassicurazione fatta di corsa, venerdì, dagli avvocati del governo non offre, infatti, dettagli o garanzie sui contenuti della lettera che il Premier s’impegnerebbe a spedire a Bruxelles; mentre un portavoce di Downing Street, informano sempre le agenzie, rifiutandosi di commentare un caso giudiziario “aperto”, ha ribadito anzi che Johnson intende far sì che il Regno Unito esca dall’UE il 31 ottobre a qualunque costo.

E la posizione dell’Unione Europea? I colloqui tra funzionari britannici e della UE continuano, ma i principali leader europei hanno già ribadito che le misure proposte questa settimana da Johnson per concludere un nuovo accordo sulla Brexit sono troppo vaghe e insufficienti. Resta aperta la preoccupante questione della frontiera tra Eire e Ulster, che sia Bruxelles che Londra vorrebbero mantenere il più possibile aperta, non rigida: senza però sapere ancora come. Mentre gran parte del Parlamento e, soprattutto, l’opinione pubblica britannica è preoccupata degli effetti di una possibile Brexit senza accordi: effetti che lo stesso governo ha più volte sintetizzato in possibili carenze dei generi alimentari e dei medicinali abitualmente importati dagli altri Paesi UE (che non arriverebbero più “a getto continuo” come ora), gravi ritardi nei porti e generale rallentamento economico del Paese.

Questa posizione è stata confermata sia dall’ Irlanda indipendente che dalla Francia. Il premier irlandese Leo Varadkar – informa AP – ha detto chiaramente, venerdì, che Bruxelles potrebbe accordare a Londra un’ulteriore proroga della Brexit solo se ci fossero ragioni obbiettivamente valide. Mentre il Sottosegretario di Stato francese agli Affari Europei, Amélie de Montchalin, sempre il 4 ottobre ha precisato che il suo governo ritiene che solo “se vi fossero cambiamenti sostanziali del contesto politico allora avrebbe senso discutere di una eventuale proroga”. Ma “Senza un contesto politico mutato non avrebbe senso discutere di fronte ad una crisi politica che è piuttosto interna alla Gran Bretagna e non tra la Gran Bretagna e l’Europa”.

 

di Fabrizio Federici

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