Eritrea, spariti nel nulla in Uganda 5 giocatori della nazionale under 20

Eritrea, spariti nel nulla in Uganda 5 giocatori della nazionale under 20

K metro 0/Africa ExPress – Asmara – Sono spariti nel nulla in Uganda cinque giocatori della nazionale eritrea under 20. La squadra era impegnata in un torneo regionale africano CECAFA (Council of east and central Africa football associations) under 20 challenge coup tournament, che si svolge dal 21 settembre al 5 ottobre. Generalmente vi partecipano

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K metro 0/Africa ExPress – Asmara – Sono spariti nel nulla in Uganda cinque giocatori della nazionale eritrea under 20. La squadra era impegnata in un torneo regionale africano CECAFA (Council of east and central Africa football associations) under 20 challenge coup tournament, che si svolge dal 21 settembre al 5 ottobre. Generalmente vi partecipano le nazionali di Kenya, Uganda, Tanzania, Sudan, Etiopia, Eritrea, Zanzibar, Somalia, Ruanda, Burundi e Gibuti. Quest’anno i ruandesi hanno dato forfait alla manifestazione, sponsorizzata da CAF (Confederazione Africana di Calcio) e FIFA, “per varie ragioni”, come hanno precisato gli organizzatori.

Secondo quanto riferito dai responsabili del torneo regionale africano, il capocannoniere Girmay Hanibal e quattro suoi compagni di squadra, Simon Asmelash, Deyben Gbtsawi Hintseab, Hermon Fessehaye Yohannes and Mewael Tesfai Yosief hanno lasciato l’albergo a Jinja, a est di Kampala, capitale del Paese per chiedere asilo politico. Immediatamente sono scattate le misure di sicurezza attorno all’albergo per evitare altre defezioni.

Durante gli allenamenti di martedì scorso al Fufa Technical Center erano presenti solamente 14 giocatori della squadra eritrea. Haile Efrem Alemseghed, allenatore del team della ex colonia italiana, non ha voluto sbilanciarsi e ha riferito che gli altri atleti avrebbero accusato un malore.

Aimable Habimana, capo dell’organizzazione del torneo CECAFA in Uganda, ha precisato che spera che la squadra eritrea possa terminare gli incontri in programma. Ma con solo 14 giocatori a disposizione, ieri hanno perso la semifinale contro gli avversari kenioti 1-0. Secondo Nicholas Munsoye, segretario generale di CECAFA, l’Eritrea avrebbe fatto quanto in suo potere per iscrivere la propria squadra a questa importante manifestazione sportiva, ma evidentemente i ragazzi avevano altre idee in testa e ha aggiunto: “Sicuramente a quest’ora saranno già a Nairobi”.

Anche Kibreab Tesfamichael, responsabile delle comunicazioni del dipartimento eritreo per lo sport, si è rifiutato di ritornare dal Marocco, dove si è svolta la 12esima edizione dei Giochi africani dal 19 al 31 agosto 2019. Kibreab ha lavorato per oltre 15 anni al ministero dell’Informazione. Secondo quanto è stato riportato dai media, sarebbe scappato in un altro Paese. In passato altri calciatori e anche ciclisti della nazionale hanno chiesto asilo politico durante le loro trasferte in occasione di manifestazioni sportive. Nell’ottobre 2015 dieci calciatori della nazionale eritrea hanno disertato e dopo una partita contro il Botswana, valevole per i mondiali del 2018, si sono presentati in una stazione di polizia e inoltrato la domanda come rifugiati politici. Pochi giorni dopo sette ciclisti della categoria Elite hanno lasciato l’Eritrea, sono scappati e hanno chiesto asilo politico al governo etiopico.

Nel 2013 l’Uganda aveva concesso asilo politico a 15 calciatori e al medico della squadra e nel 2009 l’intera nazionale non aveva fatto ritorno dal Kenya, ad eccezione dell’allenatore e un membro della dirigenza del team. Dall’Eritrea si continua a scappare. Dopo la pace siglata poco più di un anno fa con l’Etiopia, il nemico storico, il presidente Isaias Afeworki, non ha mai attuato le riforme promesse, anzi, oppressione, arresti e detenzioni ordinati mediante decisioni sommarie e assunte in assenza di contraddittorio sono ancora all’ordine del giorno. Basti pensare ai 150 cristiani, che, come riporta anche il sito dell’osservatorio cristiano Word Watch Monitor, sarebbero stati arrestati negli ultimi mesi dal regime di Asmara, tra loro anche donne e bambini e cinque monaci ortodossi del monastero di Bizen, la comunità di religiosi che si era ribellata contro l’interferenza del governo nell’ambito religioso.

È evidente che la pace con l’Etiopia non ha frenato le continue violazioni dei diritti umani nella ex colonia italiana. Se ne è parlato anche durante 41esima sessione del Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite, che si è svolta dal 24 giugno al 12 luglio a Ginevra. E nel suo rapporto Daniela Kravetz, inviata speciale delle Nazioni Unite per l’Eritrea, ha parlato anche delle persecuzioni religiose tutt’ora in atto nel Paese, della chiusura forzata di ospedali e cliniche cattoliche, sparsi su tutto il territorio nazionale, in particolare nelle zone rurali, dove spesso erano l’unico punto di riferimento per la popolazione.

Dopo la confisca di 29 strutture ospedaliere della Chiesa cattolica, il regime al potere in Eritrea si sta appropriando anche delle loro scuole, frequentate per lo più da figli di famiglie disagiate. Asmara ha giustificato anche questa rappresaglia con l’applicazione di una normativa del 1995 che limita le attività delle istituzioni religiose.

Persecuzioni, privazioni, intimidazioni, oppressione, servizio militare/civile fanno parte della vita quotidiana nel Paese e la popolazione è allo stremo. Si Continua a scappare. I giovani sanno bene che la fuga è pericolosa, sono ben coscienti che mettono a rischio la propria vita. Malgrado tutto scelgono di fuggire, insieme alle loro speranze, i loro sogni e sanno che la possibile morte è un “compagno di viaggio” sempre in agguato durante il percorso verso la Libia, nei centri-lager in quel Paese e non per ultimo, nel corso della traversata sui barconi per raggiungere le coste italiane.

E proprio oggi ricorre il sesto anniversario del tragico naufragio del 3 ottobre 2013, che è costata la vita a 368 persone. Ben 360 era eritreo.

L’Italia, il mondo intero ne era sconvolto e indignato. Tutti erano concordi: non deve succedere mai più una tragedia del genere. E lo dicono ancora, anche oggi. Eppure, nel mezzo ci sono stati migliaia e migliaia di altri morti e dispersi.

 

di Cornelia I. Toelgyes

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