Regno Unito, “braccio di ferro” tra Johnson e il Parlamento sulla Brexit

Regno Unito, “braccio di ferro” tra Johnson e il Parlamento sulla Brexit

K metro 0 – London – Il premier Boris Johnson ha messo in subbuglio il mondo politico britannico con un’iniziativa a dire poco anomala: ha richiesta alla regina Elisabetta II (richiesta accolta in tempi rapidi) di chiudere il parlamento britannico dal 10 settembre fino al 14 ottobre.Il Parlamento britannico – informa AP – si è

K metro 0 – London – Il premier Boris Johnson ha messo in subbuglio il mondo politico britannico con un’iniziativa a dire poco anomala: ha richiesta alla regina Elisabetta II (richiesta accolta in tempi rapidi) di chiudere il parlamento britannico dal 10 settembre fino al 14 ottobre.Il Parlamento britannico – informa AP – si è opposto alle pretese di  Johnson non solo di arrivare alla Brexit, entro il 31 ottobre, anche senza un accordo, ma addirittura, come  già riferito da vari media britannici, di chiudere il Parlamento stesso, per impedirgli di contestare l’esecutivo. Questo, l’impegno preso solennemente, martedì 27 agosto, da circa 160 parlamentari, decisi anzitutto a fermare l’incostituzionale pretesa di Johnson, “alla Cromwell”, di bloccare per almeno due mesi i lavori del Parlamento.

A svelare questo piano del governo, esattamente è stato il domenicale “Observer”, secondo cui Johnson avrebbe chiesto al Procuratore generale, e consulente legale della Corona, Geoffrey Cox, se il Parlamento britannico possa essere chiuso per cinque settimane a partire dal 9 settembre, al fine proprio di impedire ai parlamentari di votare un ulteriore rinvio dela Brexit.

“Il Primo Ministro deve rispettare il Parlamento, e comprendere che il ruolo del Parlamento è mettere in discussione le pretese dell’esecutivo e sfidarlo “, ha dichiarato il leader laburista Jeremy Corbyn. Ma il fronte dell’opposizione a Johnson non comprende solo il Labour Party: anche il Partito Nazionale Scozzese (rappresentante di una Scozia che nel referendum del 2014, si rifiutò di separarsi dall’Inghilterra, ma oggi, avendo tutto da perdere dalla Brexit, sarebbe pronta a farlo), i liberaldemocratici, il Plaid Cymru (partito che esprime le aspirazioni indipendentiste del Galles). i verdi e il Gruppo indipendente per il cambiamento (nato, mesi fa, dalla confluenza di vari scontenti, transfughi dei tories come dei laburisti) hanno affermato che Johnson si è mostrato disponibile” all’utilizzo di mezzi antidemocratici per spingere verso una Brexit No deal”.

Johnson, per tutta risposta, ha rifiutato di escludere la sospensione del Parlamento, e cercato di scaricare su di esso le responsabilità dell’attuale stallo. Affermando che spettava ai legislatori attuare la decisione del referendum del 2016 di lasciare l’UE (delineando, quindi, un accordo con Bruxelles più adeguato di quello definito da Theresa May, senza limitarsi alla sola bocciatura); e battendo il tasto sul desiderio dell’opinione media britannica di chiudere prima possibile questa partita.

A Bruxelles, il premier britannico ha ripetuto che non sarà possibile fermare l’allontanamento della Gran Bretagna anche dal solo spazio commerciale europeo comune senza la rimozione della controversa clausola “backstop” dell’accordo con la UE negoziato, a suo tempo, dal suo predecessore. Clausola che – sottolinea Downing Street – potrebbe causare il ritorno di un confine “duro” tra l’Irlanda indipendente, membro della UE, e l’Irlanda del Nord britannica. In una conferenza stampa alla chiusura del vertice del G-7 a Biarritz, in Francia, lunedì 26 agosto, Johnson ha detto di essere “marginalmente più ottimista” sui possibili progressi della trattativa. Mentre non ha mancato di rassicurare i concittadini sul conto finale delle pendenze finanziarie di Londra verso la UE (oggetto di un complesso contenzioso contabile con Bruxelles).

La scorsa settimana, il premier inglese ha perorato la sua causa presso i leader di Germania e Francia: i quali hanno risposto sfidandolo ad escogitare lui un’alternativa migliore alla “Backstop”. Johnson avrebbe dovuto avere anche un colloquio telefonico, martedì 27, col presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker: che utilizzerà il suo primo giorno di lavoro, dopo un’operazione alla cistifellea, per discutere sullo stallo dei negoziati per la Brexit. La portavoce di Juncker, Mina Andreeva, ha affermato che qualsiasi proposta di Johnson deve essere comunque “compatibile con l’accordo di recesso” che l’UE aveva già negoziato con Theresa May.  Oggi, 28 agosto, il consigliere europeo di Johnson, David Frost, sarà a Bruxelles per colloqui che si protrarranno per tutta la settimana.

Intanto, durante un incontro di ieri, esattamente nel luogo in cui il Parlamento si riunì durante la Seconda guerra mondiale, i legislatori hanno firmato quella che hanno chiamato la “Dichiarazione della Chiesa”, chiedendo al popolo britannico di essere ascoltati. “La chiusura del Parlamento sarebbe un oltraggio non democratico in un momento così cruciale per il nostro Paese, e una storica crisi costituzionale”, afferma la dichiarazione. “Ogni tentativo di impedire la seduta del Parlamento, per forzare verso una Brexit senza accordi, sarà accolto da una forte e diffusa resistenza democratica “.

Nel frattempo, l’arcivescovo di Canterbury ha affermato di essere disposto, in linea di principio, a presiedere un forum dei cittadini sulla Brexit, ma che non sono state soddisfatte le condizioni per accettarlo (commento arrivato dopo che un gruppo di parlamentari aveva chiesto al presule di presiedere un dibattito che avrebbe comportato “un po’ meno urla e un po’ più ascolto”, in tipico stile parlamentare inglese). Un simile forum – osservano i Brexiteers – sarebbe mirato ad evitare una Brexit senza accordo.

In questa situazione di stallo, davvero critica per la Gran Bretagna, colpisce in modo particolare – osserviamo – il silenzio dei reali. Che stanno interpretando anche troppo il ruolo storico del monarca costituzionale, che “regna ma non governa”.

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