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Brexit. Mancano 4 giorni alla data del 29 marzo. La premier, incalzata alla Camera, ora molti sperano nelle sue dimissioni

K metro 0 – Londra – La petizione per chiedere la revoca dell’Articolo 50 del Trattato di Lisbona che sancisce la Brexit ha raggiunto 5,5 milioni di firme in soli quattro giorni dal lancio. Si tratta della petizione più firmata di sempre sul sito del Parlamento britannico. “Il governo ha ripetuto più volte che l’uscita dall’Ue è

K metro 0 – Londra – La petizione per chiedere la revoca dell’Articolo 50 del Trattato di Lisbona che sancisce la Brexit ha raggiunto 5,5 milioni di firme in soli quattro giorni dal lancio. Si tratta della petizione più firmata di sempre sul sito del Parlamento britannico. “Il governo ha ripetuto più volte che l’uscita dall’Ue è ‘la volontà del popolo – si legge nel testo della petizione – Dobbiamo fermare queste dichiarazioni dimostrando la forza del sostegno pubblico adesso, per restare nell’Ue. Non ci sarà un voto popolare, quindi votate ora”. Le petizioni che superano 100mila firme sono automaticamente calendarizzate per il dibattito in Parlamento.

Intanto la Brexit sta per divorare un altro premier britannico. Dopo David Cameron che aveva promosso il referendum nella convinzione di avere una maggioranza per il “remain”, è a rischio anche la poltrona di Theresa May. Comunque finisca questa partita, è molto difficile che possa essere l’attuale premier a gestire la nuova fase della politica britannica. Tanto più che dalle fila del suo stesso partito si moltiplicano le richieste di dimissioni. La sua parabola sembra essere finita oggi alla Camera dei Comuni, avendo riconosciuto che il governo non può contare su una maggioranza sufficiente a far votare un’altra volta, dopo le due bocciature precedenti, l’accordo di separazione negoziato con Bruxelles. Lo ha ammesso intervenendo in Parlamento la stessa May, che a mezzogiorno aveva incontrato il leader laburista Jeremy Corbyn per un “franco scambio di pareri”. Secondo quanto annunciato dallo speaker della Camera John Bercow, per arrivare a un terzo voto, il governo avrebbe dovuto apportare modifiche sostanziali all’accordo, non semplici cosmesi di facciata.

Un nuovo voto appare dunque sempre più improbabile mentre mancano 4 giorni alla data del 29 marzo. L’azzardo della May è fallito. Aveva sperato che il Parlamento messo alle strette e sotto l’incalzare del tempo avrebbe accetto di votare il suo piano. Invece, deve prendere atto che il ricatto non è riuscito. Una situazione, a questo punto, indecifrabile. Non c’è piu’ spazio per un nuovo voto considerando che Bruxelles ha già dichiarato la sua indisponibilità a negoziare un altro testo. Ma non c’è nemmeno la possibilità del “no deal” (divorzio senza accordo) essendo stata questa strada espressamente vietata con un altro voto parlamentare. L’immobilismo assoluto imporrà un rinvio oltre la scadenza del 29 marzo. Ma per quanto? Non oltre il 12 aprile “altrimenti dovremo partecipare alle elezioni europee” ha dichiarato Theresa May. Per la premier, l’alternativa al rifiuto del ‘no deal’ si traduce nella ricerca di “una diversa forma di Brexit o in un secondo referendum”. La prima strada appare fumosa. La seconda è tutta da costruire. In nessuno dei due casi percorribile prima del 12 aprile. La Ue è stata categorica: non concederà una proroga più lunga rispetto a quella fissata (22 maggio con la ratifica dell’accordo esistente, fino al 12 aprile senza).  In quel caso lo scenario di un no deal, pur rigettato dal Parlamento, resterebbe sullo sfondo come soluzione automatica. Quanto alle proposte alternative al suo piano, May ha chiarito che il governo “non può dare assegni in bianco” e impegnarsi in anticipo a sposare qualunque piano B. “Non posso impegnare il governo in un piano che fosse non negoziabile” con Bruxelles, ha sottolineato, non senza ripetere ancora una volta d’essere in ogni caso contraria a revocare la Brexit, poiché si tratterebbe di un tradimento della volontà popolare espressa nel referendum del 2016. Polemizzando con Corbyn, che le ricordava la partecipazione di massa al corteo anti-Brexit di sabato a Londra, May ha ironizzato quindi sul fatto che lo stesso leader laburista non vi abbia preso parte (ma c’era l’intero stato maggiore dei laburisti, compreso il sindaco di Londra). La premier ha infine difeso le sue invettive contro i deputati, sostenendo di aver dato voce alla “frustrazione” popolare “contro il nostro fallimento collettivo di arrivare a una decisione”, pur aggiungendo di “rispettare i punti di vista diversi” dai suoi. Ma Corbyn ha voluto insistere: la Camera dei Comuni deve “prendere il controllo” del processo di divorzio perché la premier Theresa May ha “fallito” il negoziato con l’Unione europea.

Alla luce dei “rischi di uno scenario di no deal sempre più verosimile”, l’Ue e gli Stati membri hanno sostanzialmente “completato” la preparazione in caso di un’uscita traumatica dall’Ue della Gran Bretagna. Lo ha annunciato la Commissione Ue, spiegando che anche quasi tutte le misure legislative (17 su 19) sono già state adottate e le rimanenti dovrebbero esserlo “rapidamente”. Anche i 27 Stati, dopo le missioni compiute in ogni Stato membro dai vertici di Bruxelles, sono sostanzialmente “pronti”, assicurano fonti Ue, con i Paesi più esposti quali Francia, Olanda, Belgio, Irlanda ma anche Spagna e Danimarca che hanno approntato controlli alle frontiere, in particolare per i prodotti agroalimentari, assumendo nel complesso un paio di migliaia di nuove guardie. Le misure adottate dall’Ue per evitare danni nel trasporto aereo, ferroviario, stradale e marittimo, commercio, pesca, Erasmus, mobilità dei cittadini e fondi Ue sono – si sottolinea a Bruxelles – “unilaterali, limitate nel tempo, e non sostituiscono l’accordo di divorzio”. “Sono convinto che possiamo evitare una Brexit senza accordo e penso che la eviteremo”, ha detto il commissario Ue agli Affari economici e alla fiscalità Pierre Moscovici; un raro intervento ottimistico in uno scenario che si sta facendo sempre più fosco.

 

 

di Pino Salerno

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