Protesta allevatori, la guerra per il prezzo giusto del latte ovino dei pastori sardi, e non solo, arriva a Roma

Protesta allevatori, la guerra per il prezzo giusto del latte ovino dei pastori sardi, e non solo, arriva a Roma

K metro 0 – Roma – La lotta non si ferma. I pastori sardi continuano la loro battaglia contro il crollo del prezzo del latte, e spostano la protesta a Roma, mentre sull’isola continuano i blocchi e le manifestazioni in molti aree della Regione. Quello che chiedono è un prezzo equo per il cosiddetto ovocaprino, materia che

K metro 0 – Roma – La lotta non si ferma. I pastori sardi continuano la loro battaglia contro il crollo del prezzo del latte, e spostano la protesta a Roma, mentre sull’isola continuano i blocchi e le manifestazioni in molti aree della Regione. Quello che chiedono è un prezzo equo per il cosiddetto ovocaprino, materia che producono e che, secondo le loro istanze, gli viene pagata troppo poco dai consorzi di lavorazione industriale. La richiesta è quella di almeno 77 centesimi al litro, mentre Confagricoltura stima in 1 euro al litro il giusto prezzo. Ma forse si apre uno spiraglio. I pastori sardi sono ormai allo stremo e anche oggi a Roma, in piazza Montecitorio, sono scesi a manifestare insieme gli olivicoltori pugliesi messi in ginocchio dalla Xylella e alla Coldiretti. Anche oggi hanno versato per strada centinaia di litri di latte in segno di protesta contro un meccanismo dei prezzi e speculazioni che stanno mettendo in ginocchio il settore. Centinaio ha risposto convocando un tavolo permanente al ministero delle Politiche agricole sul latte ovino il 21 febbraio, al quale ci sarà un prevedibilmente sanguinoso confronto tra pastori, trasformatori e sindacati. Ma a parlare sono i numeri.

In Sardegna ci sono 12mila aziende agropastorali, che allevano circa 3 milioni di pecore, corrispondenti a quasi la metà del patrimonio ovino italiano. Queste pecore forniscono oltre 3 milioni di quintali di latte, più del 50% dei quali destinato alla produzione del Pecorino Romano, formaggio Dop esportato prevalentemente negli Stati Uniti. Il pecorino romano è una Dop interregionale che copre Lazio e Sardegna e il disciplinare di produzione consente ai produttori di scrivere sul pecorino romano “del Lazio” o “prodotto in Sardegna”. Gli ettolitri di latte gettati in strada hanno destato scalpore, sconcerto e suscitato diverse reazioni, di solidarietà ma non solo: a molti vedere quel latte scorrere in terra ha dato fastidio, ci si è chiesti perché non regalarlo, darlo in beneficenza. Ma, spiegano non a torto i pastori, quel gesto plateale ha portato il problema della crisi del prezzo del latte sotto gli occhi di tutti, è stato l’apertura dei telegiornali, ha costretto l’Italia a guardare la Sardegna e i pastori sardi. Alla base della caduta vertiginosa del prezzo del latte ci sono due fattori, intimamente legati: la sovrapproduzione di pecorino romano negli ultimi due anni, con una forte giacenza nel 2018, e la crisi (-40% circa) del pecorino sul mercato Usa, che è il primo acquirente di pecorino romano Dop. L’aumento delle quantità di prodotto invenduto ha determinato il calo dei prezzi del latte. Con gli attuali prezzi, al pastore arrivano 2,8 euro ogni 5 litri. All’ingrosso, il prezzo medio del Pecorino romano Dop attualmente è di circa 5,6 euro a chilo (era 7,7 euro solo un anno fa, secondo l’osservatorio Clal). Al consumatore, nei supermercati, il Pecorino romano Dop si aggira – secondo una media calcolata dalle associazioni – sui 18 euro. Se i calcoli fossero corretti, dal latte al prodotto finito e commercializzato al dettaglio, il prezzo aumenterebbe di circa sei volte, tutto a vantaggio della trasformazione e degli intermediari. Per questo i pastori chiedono in primis un aumento del prezzo del latte (la richiesta è di almeno 0,70 centesimi netti) e al contempo denunciano e contestano l’acquisto da parte di aziende sarde di materia prima comunitaria, usata poi per fare formaggi e prodotti a marchio sardo, chiedendo un maggiore controllo sulle DOP.

Una delegazione di pastori è andata al Viminale per incontrare il ministro Salvini il quale ha garantito che si lavora “a una soluzione entro 48 ore per restituire dignità ai lavoratori sardi”. Si rivedranno il 15 febbraio, ma nel frattempo non vogliono mollare la presa e chiedono a gran voce una risposta. Non vogliono solo “tavoli” ma “atti concreti” perché sono a rischio “le nostre aziende e il futuro dei nostri figli”. Anche la Chiesa si fa sentire. A chiedere di evitare sprechi di latte e donarlo ai poveri è il presidente della Conferenza episcopale sarda, monsignor Arrigo Miglio. “Rovesciare il latte – ha detto- è un gesto estremo ma non deve essere sprecato. Esiste la possibilità di fare donazioni a tante realtà che aiutano i poveri. Alcuni pastori lo hanno fatto. E devo dire che anche altri stanno seguendo questo esempio. La protesta può essere vibrante senza sprecare il latte”. Intanto la mobilitazione dei pastori sardi è a macchia di leopardo in tutta l’Isola. Tra movimenti spontanei e organizzati, la guerra del latte si sposta nuovamente sulle strade. Dopo la protesta sulla Statale 125, ora è la volta della Statale 131. Nulla per ora si blocca, almeno fino al 15 febbraio.

Infine, oltre seicento tra pastori e allevatori, provenienti dal resto della Toscana, dall’Umbria e dal Lazio si sono radunati a Grosseto, in piazza Barsanti, per una manifestazione di solidarietà nei confronti dei loro colleghi della Sardegna. Hanno rovesciato numerosi bidoni di latte, con lo slogan “Mai più sotto un euro”. La manifestazione è stata organizzata attraverso i social network, col sostegno del comitato” L’unione fa la forza”, che ha sede a Siena. Gli allevatori provenivano dalle province toscane ma anche da Viterbo e dall’Umbria. Alla protesta hanno preso parte anche imprenditori della filiera, come i produttori di mangimi per il bestiame ovino e caprino. Tra due giorni, il 14 febbraio, è in programma un’altra manifestazione, sempre a Grosseto, nel centro storico.

 

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