Tajani, l’Europa va cambiata, non distrutta – Intervista

Tajani, l’Europa va cambiata, non distrutta – Intervista

K metro 0 – Milano – Pochi giorni fa Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, era stato duramente attaccato in seduta plenaria dall’eurodeputato M5S Piernicola Pedicini che lo aveva accusato di essere presente in tutti i media con dichiarazioni contro il governo. Ma lui ha risposto in maniera decisa di essere sempre stato imparziale nello svolgere

K metro 0 – Milano – Pochi giorni fa Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, era stato duramente attaccato in seduta plenaria dall’eurodeputato M5S Piernicola Pedicini che lo aveva accusato di essere presente in tutti i media con dichiarazioni contro il governo. Ma lui ha risposto in maniera decisa di essere sempre stato imparziale nello svolgere le sue funzioni, e di sentirsi fiero di essere un giornalista, non condividendo affatto i recenti attacchi alla stampa dei grillini. Con noi di Kmetro0 si lascia andare a una lunga chiacchierata, invece, sul futuro dell’Europa anche in vista delle prossime elezioni del 2019.

Intervista di Alessandro Luongo

Presidente Tajani, innanzitutto, che bilancio può fare, obiettivamente, di quest’ultima legislatura europea quasi conclusa? E quali i provvedimenti più importanti, le decisioni con il maggior impatto positivo sulla vita dei cittadini Ue, adottati dall’Europarlamento?

«Gli italiani chiedono un’Europa più politica, più democratica e meno burocratica, per questo vogliono che il Parlamento europeo abbia un ruolo centrale nel processo decisionale dell’Unione. Ho fatto del riavvicinamento tra istituzioni e cittadini il primo impegno del mio mandato. Questa legislatura ha votato molte iniziative importanti e concrete, quali l’eliminazione dei costi del roaming telefonico, la riforma del Copyright, il nuovo regolamento europeo per la protezione dei dati personali e, non ultimo, una strategia per rafforzare la lotta al terrorismo a livello europeo.

L’Europa va cambiata, non va distrutta. Per questo, su mia precisa iniziativa, ho già ricevuto a Strasburgo 11 capi di Stato e di governo europei, invitati a presentare la propria strategia per il futuro del progetto europeo, innanzi all’unica istituzione europea eletta dai cittadini».

Europa e Difesa/sicurezza. Il Presidente francese, Emmanuel Macron, recentemente, ha esortato l’Unione europea a “non mettere la sua sicurezza solo nelle mani degli Stati Uniti” e ad assumersi le proprie responsabilità nel campo della Difesa per garantire la propria sovranità autonomamente come vero e proprio ‘pilastro’ Ue? Che cosa si è fatto finora e cosa dovrebbe essere messo in atto?

«Se vogliamo spendere meno a livello nazionale ed essere più efficaci a livello europeo, dobbiamo creare economie di scala e valore aggiunto. Questo vale anche, soprattutto, per i settori della difesa e sicurezza. Ogni singolo euro speso a livello Ue su ricerca, innovazione, sicurezza, difesa, controllo delle frontiere o sviluppo dell’Africa, ha un effetto moltiplicatore molto maggiore di 1 euro speso a livello nazionale. Se ogni Stato avesse realizzato un proprio sistema satellitare GPS o per l’osservazione della terra, il conto sarebbe stato venti volte quello di Galileo e Copernico. Canadair o elicotteri per una protezione civile europea, motovedette per la guardia costiera, sistemi per la cyber-sicurezza, mezzi militari interoperabili, ci consentirebbero di far fronte a crisi ed emergenze con più mezzi e a costi inferiori.

Pochi mesi fa, lo scorso 3 luglio, il Parlamento europeo ha approvato il primo fondo industriale Ue per finanziare progetti comuni nel settore della difesa (EDIDP). Questo pacchetto prevede: 500 milioni di euro per iniziative industriali nel biennio 2019-2020; la promozione della cooperazione tra Stati membri e imprese europee; l’ottimizzazione delle capacità di difesa, riducendo la duplicazione di equipaggiamenti; misure per il completamento del mercato unico della difesa.

Il nuovo programma di sviluppo industriale per la difesa contribuirà alla competitività delle nostre tecnologie e prodotti, rendendo l’Ue più indipendente e garantendo un uso efficiente delle risorse. Questa strategia può essere vista come un progetto pilota del futuro Fondo europeo per la Difesa che dovrebbe avere un bilancio di circa 13 miliardi di euro per un periodo di sette anni».

Come valuta la complicata situazione all’interno del Partito popolare europeo (Ppe)? Come si concilia la linea tradizionalmente europeista dei democratico-cristiani con la presenza al suo interno di gruppi dichiaratamente euroscettici?

Il Partito popolare è la più grande forza moderata europea che ha in primo piano il lavoro, l’impresa, i valori cristiani della solidarietà e dell’economia sociale di mercato. Da De Gasperi ad Adenauer, un’intera generazione di padri fondatori dell’Europa si è riconosciuta in questi valori comuni che, ancora oggi, contraddistinguono il modello sociale europeo.

Alle prossime elezioni europee il Ppe sarà determinante e centrale. Tutti insieme i partiti populisti o sovranisti non arriveranno a 200 deputati, quindi non saranno decisivi per le sorti dell’Europa. Staremo a vedere, intanto noi vogliamo vincere queste elezioni.

La scorsa settimana abbiamo tenuto il congresso del Ppe a Helsinki, in Finlandia, per prepararci al meglio in vista dell’appuntamento elettorale di maggio 2019. Ho avuto conferma che siamo uniti nel dare segnali forti e chiari, anche in campagna elettorale, sulla necessità di cambiare e ripensare l’Europa. In questo senso, il Parlamento europeo deve essere protagonista nel ridurre le distanze con i cittadini, ma in maniera concreta e non attraverso il ricorso sistematico alla disinformazione, alla propaganda o alla denigrazione attraverso i social media».

A proposito dello ‘scottante’ dossier ungherese, cosa farà l’Europarlamento se l’Ungheria guidata dalla Fidesz del Premier Viktor Orban ignorerà le votazioni dell’11-12 settembre, che, basandosi sul “Rapporto Sargentini”, la invitano a un maggiore rispetto dei valori fondamentali dell’Unione Europea in tema di alterazione degli equilibri dei poteri, di un sistema informativo indipendente o sul piano dei diritti?

«Il Parlamento europeo ha approvato la relazione Sargentini sullo stato di diritto in Ungheria, dando così il via libera all’applicazione dell’Articolo 7 dei Trattati che, nella sua fase più avanzata, può condurre a sanzioni contro il Paese. Ora la parola passa al Consiglio europeo, in altre parole ai capi di Stato e di governo europei. Per l’approvazione definitiva serve l’unanimità».

La questione immigrazione è un tema molto delicato che mantiene altissima l’attenzione e – direi – la ‘temperatura’ dell’opinione pubblica, provocando tensioni e divisioni in molti Paesi dell’Unione. Secondo lei, sarebbe utile e opportuno che l’Europarlamento dedicasse a questo tema un’apposita seduta plenaria?

«Esattamente un anno fa, lo scorso 16 novembre, il Parlamento europeo ha votato la sua proposta di riforma del regolamento di Dublino. L’Europa deve dotarsi di un sistema automatico e obbligatorio di distribuzione dei chiedenti asilo tra tutti gli Stati membri, in linea con la richiesta del Parlamento europeo.

Lo stallo creato dai Paesi Ue sulla riforma di Dublino contribuisce ad alimentare i populismi e crea pericolose divisioni. Inoltre, allontana l’attenzione dai buoni risultati che stiamo ottenendo grazie agli accordi sottoscritti dall’Ue con Niger e Turchia, che hanno permesso di ridurre del 77% i flussi migratori verso l’Italia tra il 2016 e il 2018, e del 50% quelli verso l’Europa. Per questo, in occasione dell’ultimo vertice, ho rinnovato la mia richiesta ai leader europei di raggiungere, al più presto, un accordo in sede di Consiglio europeo. Abbiamo già sprecato troppe opportunità.

Detto questo, dobbiamo affrontare alla radice, direttamente in Africa, il problema dei flussi migratori incontrollati. Se vogliamo fermare le partenze, dobbiamo creare opportunità per gli africani nei loro rispettivi Paesi. Serve un Piano Marshall, finanziato dal bilancio Ue con almeno 50 miliardi di euro, per dare slancio agli investimenti, alla crescita e alla creazione di posti di lavoro nel continente africano».

Terminiamo questa conversazione con una chiave italiana ed europea. Lei, presidente Tajani, proviene da una formazione politica – Forza Italia – popolar-liberale di centro destra; i suoi vicepresidenti italiani, David Sassoli dal Pd di centro sinistra e Fabio Massimo Castaldo dal Movimento Cinque Stelle-M5S. Vi è, e si nota, un rapporto e un linguaggio parlamentare più responsabile e collaborativo, meno tempestoso rispetto al Parlamento nazionale. Incide il senso del dovere, rapporti personali buoni e corretti o, semplicemente, si tratta di mantenere un’immagine alta e dignitosa, se non coesa, sulle grandi opzioni, dell’Italia nello scenario europeo e internazionale?

«Fare sistema a Bruxelles è fondamentale per ogni Paese e, ancor di più, lo è per l’Italia, anche per via della sua posizione strategica nel bacino del Mediterraneo e della sua speciale vocazione nei confronti della regione dei Balcani. Se pensiamo che l’80% dell’intera attività normativa italiana consiste nel recepimento e trasposizione di decisioni prese a livello europeo, allora comprendiamo l’importanza di essere presenti, ogni giorno, in maniera strutturata, nei diversi gruppi di lavoro e tavoli di negoziato che contano davvero, producendo un impatto reale sulla vita dei cittadini.

Lo ripeto da molti anni: Bruxelles deve essere considerata dalla classe dirigente, sia imprenditoriale sia politica, alla stregua di una “seconda capitale” da affiancare a Roma. Nel corso degli anni, l’industria italiana si è attrezzata bene, grazie all’ottimo lavoro svolto a Bruxelles dalla delegazione di Confindustria. Non posso dire la stessa cosa per quanto riguarda la politica. Pur contando sul supporto di una valida Rappresentanza permanente, spesso i ministri italiani disertano le riunioni o i gruppi di lavoro, preferendo farsi rappresentare a Bruxelles o nel Lussemburgo dai rispettivi sottosegretari. Lo abbiamo visto, di recente, in occasione dell’assegnazione dell’Agenzia europea del farmaco (EMA). Senza un lavoro preparatorio forte, costante e organizzato, l’Italia si è vista spesso soffiare delle importanti opportunità che, al contrario, le spetterebbero in virtù dell’eccellenza delle proprie attività di ricerca e della rilevanza del tessuto manifatturiero e produttivo.

In quasi 25 anni di responsabilità politica in Europa, prima come deputato, poi come Commissario europeo e, oggi, come Presidente del Parlamento, mi sono speso in tutte le sedi per valorizzare e promuovere le richieste del nostro Paese. L’Italia, paese fondatore dell’Unione, ha il diritto e il dovere di indicare all’Europa la sua strada maestra per imprimere nuovo slancio e vigore al progetto europeo, nell’interesse primario di tutti i cittadini italiani».

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