Stress test dell’Autorità bancaria europea (Eba) su banche Europee

Stress test dell’Autorità bancaria europea (Eba) su banche Europee

K metro 0 – Bruxelles – Oggi, sono arrivati i nuovi stress test dell’Autorità bancaria europea (Eba), l’organismo che da Londra vigila sulle banche dell’Unione europea affiancando la Banca centrale europea. Stavolta, in assenza di sorprese, per le 4 banche italiane coinvolte, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Ubi e Banco Bpm, non si sono state bocciature o risultati

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K metro 0 – Bruxelles – Oggi, sono arrivati i nuovi stress test dell’Autorità bancaria europea (Eba), l’organismo che da Londra vigila sulle banche dell’Unione europea affiancando la Banca centrale europea. Stavolta, in assenza di sorprese, per le 4 banche italiane coinvolte, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Ubi e Banco Bpm, non si sono state bocciature o risultati dirompenti. Soltanto Bpm sarebbe quella con l’eccedenza di capitale Cet1 più esile rispetto a quanto chiesto negli Srep della Bce 2018, trovandosi al di sopra del limite con un solo punto percentuale.

Gli scenari di ‘stress’ test, il banco di prova a cui vengono sottoposti i bilanci delle maggiori 48 banche dell’Unione europea nelle ipotesi di grave recessione, balzo dei tassi, crollo dei prezzi immobiliari, partono da una fotografia iniziale che è quella di fine 2017, cioè qualche mese prima che il balzo degli spread della primavera di quest’anno facesse peggiorare nuovamente il quadro di numerosi istituti, tornando a far parlare di nuovi aumenti di capitale a causa dei prezzi delle azioni tornati ai minimi storici nelle ultime settimane, e del deterioramento dell’ingente attivo custodito sotto forma di Btp. Non ci saranno promossi o bocciati, non essendoci una soglia ufficiale di capitale Cet1.

Lo scenario avversò vedrebbe per l’Italia un calo del Pil dello 0,6% nel 2018, dell’1,5% per il 2019 e -0,6% per il 2020, con disoccupazione in rialzo fino al 12,7% alla fine del periodo e un calo sensibile dei prezzi immobiliari (-7,3%, -4,9% e -0,1% rispettivamente). Per la Borsa si ipotizza un crollo del 35% quest’anno, del 31% il prossimo innescato da una Brexit in grado di scuotere i mercati, e del 25% nel 2020.

Gioca a favore dell’Italia il fatto che le banche italiane più problematiche siano state escluse dai test dell’Eba (a partire da Carige, che invece sarà passata al setaccio dalla Bce che a gennaio comunicherà i risultati ai singoli istituti, e Mps, esclusa dai test essendo del tesoro dopo il salvataggio).

Più ottimisti sembrerebbero gli analisti dell’agenzia di rating canadese Dbrs, nonostante lo scenario dell’Eba sia duro, che noterebbero i presupposti di partenza meno rigidi per gli spread e l’assenza di una soglia minima per il coefficiente patrimoniale Cet1 che risulterebbe dopo lo stress simulato. Le quattro banche italiane appaiono tutte ben al di sopra del 5,5% di capitale Cet1 minimo fissato come standard dai principi di Basilea2.

Tuttavia, i risultati dell’esercizio dell’autorità guidata da Andrea Enria saranno di grande importanza per il ‘dopo’, quando la Bce valuterà l’adeguatezza patrimoniale su base ‘fully loaded’, cioè con i nuovi criteri Ifrs9 (che impone alle banche una stretta sulla gestione dei rischi in tutto il processo del credito) a regime dal 2021 e con i criteri transitori da qui fino ad allora. Francoforte potrà alzare i requisiti patrimoniali, in una congiuntura caratterizzata dall’incognita Brexit, da una crescita globale che rallenta, dalla fine del Qe che impatta inevitabilmente sull’Italia, e dalle Borse sotto pressione dopo anni di rialzi.

L’attenzione potrebbe finire anche sulle banche tedesche, con Deutsche Bank particolarmente indebolita dai recenti risultati. Ma nel frattempo, come specificato nelle nuove linee guida sugli Npl, l’Eba si appresta a chiedere strategie di gestione dei crediti deteriorati quando questi superino il 5%., segno che il pressing, in tandem con quello della Bce, su questo ‘vulnus’ delle banche italiane proseguirà per un bel po’.

Dunque, si presenta uno scenario macroeconomico duro, con una recessione che toglierebbe al Pil italiano un 2,7% in tre anni. Ma allo stesso tempo con criteri meno rigidi per la valutazione dello spread, e dunque per i circa 380 miliardi di euro di titoli di Stato in portafoglio alle banche italiane.

 

di Salvatore Rondello

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