L’economia dell’immigrazione in Europa

L’economia dell’immigrazione in Europa

K metro 0 – Roma – Le previsioni demografiche Eurostat al 2050 delineano uno scenario europeo drammatico: ipotizzando lo scenario con “migrazioni zero”, isolando quindi solo i fattori interni, solo 4 Paesi UE registrerebbero una variazione positiva: Irlanda, Francia, Regno Unito e Svezia. Per gli altri 24 Paesi, la popolazione diminuirebbe. Complessivamente, l’UE 28 registrerebbe

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K metro 0 – Roma – Le previsioni demografiche Eurostat al 2050 delineano uno scenario europeo drammatico: ipotizzando lo scenario con “migrazioni zero”, isolando quindi solo i fattori interni, solo 4 Paesi UE registrerebbero una variazione positiva: Irlanda, Francia, Regno Unito e Svezia. Per gli altri 24 Paesi, la popolazione diminuirebbe.

Complessivamente, l’UE 28 registrerebbe una diminuzione del 7,3%, arrivando a 471 mila abitanti (naturalmente, incluso il Regno Unito). Tra le aree con la perdita maggiore, Italia e Germania assieme ad altri 4 Paesi dell’Europa meridionale registrerebbero una diminuzione superiore al 15%. In particolare, l’Italia col -16,7% sarebbe seconda solo alla Bulgaria.

In questo contesto, gli immigrati residenti in Ue sono oltre 38 milioni (inclusi i comunitari residenti in altri Stati Membri), pari al 7,5% della popolazione.

Si tratta di una componente significativa ed in costante aumento, che negli anni a venire continuerà a crescere. Secondo l’OCSE, ad esempio, “i lavoratori migranti danno un importante contributo al mercato del lavoro, sia nelle occupazioni altamente qualificate che in quelle a bassa qualifica”. Sempre secondo l’OCSE, negli ultimi dieci anni l’aumento della forza lavoro in Europa è dipeso per il 70% dalla presenza immigrata.

Il Rapporto 2018 sull’economia dell’immigrazione realizzato dalla Fondazione Leone Moressa analizza il ruolo dell’immigrazione in Europa, nel contesto demografico appena descritto.

È innegabile che in Europa – e in Italia – la presenza straniera produca reddito. Gli immigrati sono mediamente più giovani, incidono meno sulla spesa pubblica (in particolare sulle voci di sanità e pensioni) e, di conseguenza, lavorano e pagano le tasse (in Italia il tasso di occupazione nel 2016 è al 59,5% per gli stranieri contro il 57,0% degli italiani). Tuttavia, non è solo il fattore “lavoro” a garantire l’integrazione socioeconomica: mobilità sociale, distribuzione della ricchezza e partecipazione attiva sono tutti fattori che contribuiscono all’inclusione.

Incrociando indicatori di benessere (PIL pro-capite, Tasso di occupazione, Rischio povertà, Presenza di titoli di studio elevati, Percentuale di severa deprivazione) e di integrazione (Incidenza stranieri, Tasso di acquisizione di cittadinanza, Percentuale di stranieri proprietari di casa) si ottiene una classifica europea della “attrattività migratoria”, ovvero la capacità di un Paese di offrire le migliori possibilità di integrazione ai cittadini immigrati. In questo modo si nota chiaramente la frattura tra il Nord Europa e il Sud. Ciò dimostra ancora una volta come, nonostante i recenti flussi migratori abbiano interessato in misura consistente l’area Mediterranea, le mete più ambite dai migranti internazionali sono i Paesi del Nord Europa.

Negli ultimi anni l’immigrazione ha avuto un ruolo decisivo nelle scelte elettorali degli europei. I Governi hanno “subito” i flussi anziché governarli. Una priorità, in un’Europa che invecchia, dovrebbe essere la riorganizzazione dei meccanismi di immigrazione legale.

di Enrico Di Pasquale e Chiara TronChin

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