Il DEF della discordia suggerisce riforme all’Europa

Il DEF della discordia suggerisce riforme all’Europa

K metro 0 – Roma – Il Documento di economia e finanza (DEF) e la sua nota di variazione presentati dal Governo italiano sta affrontando un dibattito incandescente sull’effettiva capacità delle misure proposte di stimolare la crescita verso i livelli previsti e assicurare contemporaneamente l’allineamento ai parametri europei. La manovra tende a accontentare le promesse

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K metro 0 – Roma – Il Documento di economia e finanza (DEF) e la sua nota di variazione presentati dal Governo italiano sta affrontando un dibattito incandescente sull’effettiva capacità delle misure proposte di stimolare la crescita verso i livelli previsti e assicurare contemporaneamente l’allineamento ai parametri europei. La manovra tende a accontentare le promesse elettorali dei due partiti di maggioranza, che disegnano misure per sostenere i consumi più che reali investimenti.

Ciò che genera smarrimento nell’approccio all’attuale manovra economica italiana è che, rispetto a quelle precedenti, viene meno un totem caro a molti economisti e alla Commissione Europea, in particolare lo stimolo alla crescita attraverso investimenti, cercando le risorse nelle pieghe del bilancio dello Stato, ovvero attraverso tagli di spesa pubblica. La caduta del totem, vuol dire, per molti, uno schiaffo ai poteri forti: industria e finanza. Le risorse passerebbero dai Papi ai Popoli.

Che siano i Papi o i Popoli beneficiari della manovra, unico punto certo è che le risorse sono scarse e che se l’Italia vuole rimanere in Europa, deve comunque confrontarsi con i citati parametri UE. Questo dato genera un tira e molla tutto interno al Governo: ognuno dei due partiti di maggioranza prova a tirare la coperta dalla propria parte, per finanziare in modo incrementale le misure che stanno a ciascuno più a cuore. Da qui, il balletto di cifre sul budget da dedicare al reddito di cittadinanza e alla flat tax. In un letto a tre piazze, il terzo incomodo è il Ministro Tria, cui è affidato il compito di convincere Bruxelles sulla sostenibilità della manovra, una volta composta la dialettica interna ai partiti di maggioranza.

Concentrare il dibattito sui soli numeri – quanto deficit deve richiedere l’Italia alla Commissione, quanto deficit la Commissione deve consentire all’Italia – sarebbe un grave errore, sia da parte del Governo, sia da parte della Commissione. Il caso italiano è l’occasione per un ripensamento della politica economica europea. Quello che di buono porta con sé il DEF italiano è di porre con forza il tema dell’inclusione sociale e finanziaria. L’Europa ha, fino ad ora, tenuto distinti e separati i parametri del fiscal compact dagli obiettivi che essa stessa ha fissato nella social agenda. Eppure, dalle correnti di pensiero ispirate alla crescita sostenibile, a quelli della post crescita, un nuovo modello di politica economica si aggira per l’Europa. La Commissione ne deve tener conto e deve ripensare i parametri del fiscal compact, in un’ottica di “economia del benessere”. Ciò consentirebbe di considerare alcune tipologie di investimenti – ad esempio quelli ad impatto sociale ed ambientale – come “investimenti meritori” da trattare con favore ai fini del patto fiscale. È un’operazione, questa, che deve essere compiuta con trasparenza e svincolata dalle negoziazioni one to one tra Commissione e singolo Stato membro.

D’altro canto, i singoli Stati devono dimostrare sapienza nel conciliare inclusione sociale e crescita; nello specifico del caso italiano, ad esempio, il budget dedicato al reddito di cittadinanza sarebbe disperso se questo strumento non fosse collegato a concrete misure di job creation. In quest’ottica, la scelta di puntare sulla riforma delle Agenzie per l’impiego non appare corretta: oltre alle ingenti risorse necessarie per riformarle, e ai lunghi tempi necessari per tale operazione, queste agenzie portano con sé un modello antico ispirato alle agenzie interinali, molto distante dalle moderne politiche di auto impiego. Più proficuo sarebbe utilizzare gli stessi fondi per potenziare la rete degli sportelli per il microcredito e per aumentare il capitale degli operatori di microcredito introdotti con l’art. 111 del Testo Unico bancario. Il microcredito ha infatti sviluppato in questi anni in Italia un moltiplicatore di job creation pari a 2,43: per ogni microcredito erogato si creano più di 2 nuovi posti di lavoro. Collegare ‘reddito di cittadinanza’ e ‘microcredito’ darebbe al primo maggiore dignità, anche rispetto alle valutazioni che la Commissione dovrà fare della specifica misura.

Il file rouge tra reddito di cittadinanza e microcredito è solo un esempio di politiche inclusive e sostenibili orientate alla crescita. Sta all’intelligenza dei policy maker, nazionali e comunitari, la capacità di ascoltare quel nuovo pensiero economico che si alza lento, ma inesorabile in tutta Europa.

Prof. Mario La Torre

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