Pietro Spirito: i porti italiani nella scommessa dell’Euromediterraneo

Pietro Spirito: i porti italiani nella scommessa dell’Euromediterraneo

Il Presidente dell’Autorità Portuale del Tirreno Pietro Spirito fa il punto sulle infrastrutture italiane e il potenziale nel contesto euromediterraneo e internazionale, in primis guardando alla portualità e ai trasporti. Intervista di Alessandro Di Liberto Presidente, in questi anni il mondo è cambiato velocemente. Con i BRICS si è consolidato un multipolarismo concretizzatosi in nuove

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Il Presidente dell’Autorità Portuale del Tirreno Pietro Spirito fa il punto sulle infrastrutture italiane e il potenziale nel contesto euromediterraneo e internazionale, in primis guardando alla portualità e ai trasporti.

Intervista di Alessandro Di Liberto

Presidente, in questi anni il mondo è cambiato velocemente. Con i BRICS si è consolidato un multipolarismo concretizzatosi in nuove direttrici di sviluppo, commercio e classi medie che viaggiano e spendono. L’Italia dinanzi a questo scenario in parte trainato dal gigante cinese, come è posizionata?

L’Italia ha rafforzato, nonostante gli anni della difficile crisi economica, la sua capacità di essere competitiva sui mercati internazionali con le sue esportazioni. Se nel 2008 la bilancia commerciale delle partite correnti si era chiusa con un disavanzo di 30 miliardi di euro, nel 2017 abbiamo registrato un saldo positivo pari a 50 miliardi di euro. Come è stato negli anni del miracolo economico, l’Italia torna ad essere un Paese export led. Dobbiamo mettere in campo tutte le politiche che servono a rafforzare la nostra capacità di essere presenti sui mercati internazionali, puntando sulla innovazione e sulla qualità.

Il Mediterraneo rimane un mare centrale e la crescita asiatica ne enfatizza il ruolo. L’Italia che ne è essa stessa baricentro, potrebbe mettere a profitto questa centralità. Uno strumento per questa strategia che potremmo definire “Centralismo Costruttivo”, è sicuramente la valorizzazione del nostro Meridione. Lei pensa che la realizzazione delle Zone Economiche Speciali (ZES) possa essere un primo passo verso un riscatto interno e una proiezione/attrazione esterna?

Il Mediterraneo, con il raddoppio del Canale di Suez, ha rafforzato la sua centralità nei traffici marittimi mondiali: copre il 20% del traffico container, il 25% del traffico complessivo, ed il 30% del traffico di rinfuse liquide. Di questa rinnovata rilevanza non si è accorta l’Unione Europea, che considera il Mare Nostrum più fonte di crisi migratoria che non opportunità per un rilancio dell’economia. La Cina, con l’iniziativa One Belt One Road, sta investendo risorse finanziarie ed attenzione geo strategica al Mediterraneo: ha acquisito il porto del Pireo, possiede partecipazioni rilevanti in molti terminal strategici (Port Said, Haifa, Marsaxllokk), sta finanziando enormi progetti infrastrutturali in Nord-Africa, dove lavorano in duemila imprese più di un milione di cinesi.

In questo quadro, caratterizzato dalla disattenzione politica europea e dalla distrazione nazionale sullo sviluppo del Mezzogiorno, la recente istituzione delle ZES può costituire il germe per una inversione di tendenza. Attrarre investimenti produttivi nelle aree portuali e logistiche delle regioni meridionali può generare una ripartenza dell’economia che si rifletterebbe positivamente anche sulle regioni del Centro-Nord dell’Italia. Certo, le ZES da sole non bastano: sono l’innesco di una positiva reazione a catena se vengono accompagnate da misure che rafforzino la competitività complessiva delle regioni meridionali.

Guardando agli investimenti infrastrutturali, avere una lacuna in questo settore è sicuramente una delle condizioni per esserne attrattivi. Nei Balcani per esempio, dal porto greco del Pireo, ai corridoi paneuropei, sia stradali che ferroviari in direzione Europa Centro Orientale, sempre la Cina ha investito discrete somme. Guardando a Sud, è invece l’Africa il maggior attrattore di Pechino. Noi perché non riusciamo ad attrarre investimenti? Dove consiglierebbe di indirizzarli?

L’industria meridionale deve innanzitutto consolidare le sue vocazioni già radicate: nel caso della Campania le 4A (Alimentare, Automotive, Abbigliamento, Aerospazio) e il Pharma. Poi deve puntare sulle nuove tecnologie, sull’industria 4.0, sul rapporto con la ricerca e con le università. Il capitale che fa la differenza nel mondo contemporaneo sono le competenze distintive generate dal capitale umano. Dobbiamo smetterla di disperdere le nostre migliori energie senza attrarre cervelli dall’Italia e dal mondo: nel corso dell’ultimo decennio sono emigrati dalla Campania oltre 54.000 laureati.

Poi, esiste un tema legato alle dimensioni di impresa. Per aggredire i mercati globali, non bastano produzioni di nicchia e di qualità. Serve anche conseguire una massa critica capace di produrre in qualità su stock che consentano di raggiungere quei minimi quantitativi adeguati ad essere presenti in quelle aree a maggiore domanda, che sono caratterizzate oggi da grandi agglomerati di popolazione (Cina, India, in prospettiva Africa).

Nel mondo di oggi non mancano i capitali finanziari. Anzi, ne esistono tanti in cerca di allocazione. Quello che serve è un ambiente attrattivo dal punto di vista delle condizioni esterne favorevoli allo sviluppo economico, alla certezza di regole, alla efficienza dei servizi comuni, primo tra i quali la logistica.

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