Sicurezza, quel filo teso tra anni di piombo e terrorismo

Sicurezza, quel filo teso tra anni di piombo e terrorismo

K metro 0 – Genova – Gli anni di piombo e il terrorismo, l’esperienza e le capacità dello Stato italiano nel periodo più drammatico della storia della Repubblica italiana per sconfiggere la nuova minaccia internazionale. Un parallelismo di strettissima attualità che ha costituito il tema del convegno nazionale promosso a Genova nel giugno scorso dal sindacato

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K metro 0 – Genova – Gli anni di piombo e il terrorismo, l’esperienza e le capacità dello Stato italiano nel periodo più drammatico della storia della Repubblica italiana per sconfiggere la nuova minaccia internazionale. Un parallelismo di strettissima attualità che ha costituito il tema del convegno nazionale promosso a Genova nel giugno scorso dal sindacato di polizia Silp Cgil e dalla Camera del Lavoro del capoluogo ligure. Una iniziativa che ha registrato la presenza di due ospiti di eccezione – il capo della polizia Franco Gabrielli e il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Federico Cafiero De Raho – oltre a un nutrito parterre di relatori di assoluto livello. Hanno portato il loro saluto il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, il sindaco di Genova Marco Bucci, il segretario generale della Cgil Ivano Bosco e il segretario generale Silp Cgil Genova Massimo Valeri, a dimostrazione della rilevanza dell’evento.

“Il terrorismo di ieri e di oggi – ha detto il segretario generale del Silp Cgil, Daniele Tissone – è sempre e comunque una guerra psicologica, strumentale agli obiettivi dei terroristi che sono sociali, politici ed ideologici. Il terrorismo è qualcosa che subisce costantemente dei mutamenti e quindi deve essere dinamico anche il contrasto ad esso. Negli anni di piombo il nostro Paese si è dotato di diversi e nuovi strumenti di contrasto, in primis quelli giuridici con la cosiddetta legislazione d’emergenza, in una sorta di ‘inseguimento’ del diritto e della legge rispetto alle dinamiche terroristiche. La stessa cosa, in fondo, è successa dal 2001 ad oggi, dalle torri gemelle al Bataclan. Occorre ad ogni buon conto sempre vigilare affinché non siano mai lesi i principali diritti e le garanzie dei cittadini e quindi la libertà di ciascuno di noi”. Tissone, che è un commissario della Polizia di Stato e che nella sua esperienza professionale ha vissuto gli anni di piombo, ha ricordato come già in quell’epoca “nacquero le prime esperienze di coordinamento delle forze dell’ordine, modelli come quello dell’ordine e della sicurezza pubblica che, per quanto siano ancora migliorabili e rivisitabili, sono e restano molto attuali, nel segno di una centralità rappresentata dall’autorità di pubblica sicurezza che va mantenuta, senza cedere alle tentazioni della devolution. La formazione del personale ieri come oggi risulta strategica. Ricordiamo che gli anni di piombo erano quelli delle stragi, delle opacità e dei servizi segreti deviati. La legge 121 nacque anche per questo, per dare maggiore trasparenza ed efficienza, evitando derive pericolose. Per combattere il terrorismo non possiamo non pensare agli aspetti culturali, bisogna promuovere coesione e inclusione sociale perché le azioni di prevenzione e repressione dello Stato da soli non possono essere totalmente efficaci. Ed è questa, a mio avviso, la vera sfida che dobbiamo essere capaci di portare avanti”.

Significative le parole del capo della polizia. “Il più importante lascito di quella stagione che è iniziata nel dicembre del 69 con l’attentato alla banca dell’agricoltura a Milano fino ai suoi rigurgiti sul finire degli anni 90 e che ha fatto 370 morti e innumerevoli feriti – ha sottolineato il prefetto Franco Gabrielli – è stata la presa di coscienza in questo Paese che coloro i quali sono chiamati a garantire la sicurezza, forze dell’ordine e magistratura, non sono un qualcosa di ‘altro’, ma rappresentano una parte fondamentale del tessuto sociale. La Polizia di Stato ha un triste primato su quei 370 morti: 38 sono poliziotti, 21 i colleghi dell’Arma, 8 magistrati, 6 giornalisti. Oggi il tema della percezione di sicurezza passa necessariamente dal vedere le donne e gli uomini in divisa in strada. Su questo vorrei aprire una parentesi e far notare come il nostro sia un Paese schizofrenico, dove c’è stata una stagione in cui si riteneva che poliziotti, carabinieri e finanzieri fossero troppi, che il rapporto tra operatori delle forze dell’ordine e cittadini in Italia era superiore ai paesi europei. Peccato che noi avevamo e abbiamo 4 organizzazioni mafiose, un terrorismo endogeno che ha fatto innumerevoli molti e una certa ‘capacità’ del Paese di non essere sensibile al rispetto delle regole. Poi siccome da noi le parole diventano pietre, a qualcuno venne l’idea di dire: ma se sono troppi, perché ricambiare il personale quando va in pensione? E così oggi ci troviamo nella situazione in cui ci troviamo, dove abbiamo colleghi in volante di 54, 55 anni”.

Gabrielli nel suo intervento ha insistito molto sul tema della percezione di sicurezza che passa, a suo avviso, “dal vedere i poliziotti in strada, di giorno come di notte e nei festivi. Ma per fare questo i poliziotti devono essere remunerati. Io sono un convinto sostenitore del fatto che occorra remunerare il disagio. Servono quindi risorse. C’è stata una inversione di tendenza e ci auguriamo di proseguire in questa direzione. Le mafie restano comunque oggi il principale dei problemi criminali dell’Italia. Immediatamente sotto c’è la criminalità diffusa, quella che impropriamente è stata chiamata microcriminalità. Se noi a un cittadino evidenziamo il fatto che l’indice di delittuosità è in calo, questo è un dato incontrovertibile. Ma tutto questo non ha come ‘precipitato’ la percezione della sicurezza perché altre tipologie di reato, come quelli predatori, e tutto ciò che attiene a un certo degrado dei contesti urbani tendono a incidere molto sulla percezione. Sul terrorismo ho una mia visione: molte delle paure legate alla percezione di insicurezza nascono da paure che ormai sono globali, con la crisi economica che ha inciso anche sulla percezione di se stessi e sulle capacità di resistere alle paure. Oggi la minaccia esiste, ma io sono fortemente preoccupato anche dalla reazione che il Paese potrà avere all’eventuale verificarsi di episodi terroristici. Il rischio sono le reazioni abnormi rispetto a situazioni che potrebbero poi portarci a una compressione dei diritti e delle libertà. L’armamentario normativo italiano ha raggiunto livelli di grande efficacia. Abbiamo apparati capaci di rispondere nel modo giusto. Noi siamo un grande Paese che ha superato stagioni e tempi difficili. Ho fiducia che lo dimostreremo anche nei tempi che ci è dato di vivere, come diceva il grande Aldo Moro”.

Di particolare rilievo è stato anche l’intervento del procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Federico Cafiero De Raho: “Le mafie come il terrorismo – ha detto – si battono anche parlandone in iniziative come questa perché la conoscenza dei fenomeni è fondamentale. In Italia abbiamo servizi di sicurezza e informazione che condividono con la polizia giudiziaria e con la magistratura le proprie conoscenze e informazioni. Questo meccanismo risale all’esperienza degli anni 70 e 80 col terrorismo rosso e nero, senza contare le stragi delle mafie. Un meccanismo, quello della circolarità delle informazioni, che si rivela fondamentale anche oggi dove, per quel che riguarda le mafie, c’è stato un passaggio in avanti e cioè il fatto che le organizzazioni criminali operano spesso insieme, attraverso mediatori che consentono momenti di accordo e l’ingresso anche nel mercato economico”. Per quel che riguarda il terrorismo, Cafiero de Raho ha sottolineato anche in questo il caso il cambiamento degli ultimi 12, 14 anni: “Nel 2014, 2015 – ha affermato – avevano i foreign fighters che lasciavano il territorio, poco più di 100 in Italia. Circa 40 sono stati uccisi sul terreno di conflitto, una trentina sono rientrati e sono monitorati attraverso gli strumenti di cui disponiamo. Ci siamo adeguati alle direttive europee individuando nuove figure di reato. In più abbiamo strumenti che provengono dal contrasto mafioso: i colloqui investigativi, le intercettazioni preventive, quelle probatorie, i collaboratori di giustizia. Se da noi fino ad oggi non è avvenuto alcun evento terroristico è perché abbiamo polizia giudiziaria e magistratura che sono intervenuti preventivamente in molte situazioni dove erano in preparazione attentati. Oggi lo Stato islamico si è indebolito, è divenuto povero e il terrorismo viene sostanzialmente alimentato col web attraverso il quale avvengono le affiliazioni. Il pericolo maggiore è dato dai lupi solitari e questo rappresenta il punto più critico rispetto al rischio terroristico. I lupi solitari si auto-addestrano e si auto-determinano, per questo sono maggiormente prevedibili. Per questo, ribadisco, la circolarità delle informazioni, la collaborazione dei cittadini e la tempestività restano e sono fondamentali per ottenere risultati importanti nel contrasto al terrorismo in maniera ancora più efficace”.

Il sociologo Maurizio Fiasco si è soffermato sul tema della narrazione del terrorismo e del collasso culturale della memoria: “Di dibattiti sul terrorismo se ne fanno tanti – ha sottolineato -, spesso costruiti attorno al marketing dell’esperto, del giornalista, talvolta del politico che, nell’ottica dei media, si pone sulla scena attraverso il viatico di una forte tensione emotiva. I temi oggi vengono declinati con un surplus di emotività al di là delle competenze e delle tecnicalità”. Per Fiasco, dunque, tutto ciò rappresenta una situazione “non a costo zero” perché spesso i decisori politici si orientano sulla base di quanto questi “presunti” esperti vanno argomentan do.Sulla questione della possibile divaricazione tra indagini e processi legati al terrorismo, ha avuto modo dire la sua il docente universitario di diritto processuale penale Andrea Scella che ha parlato di “fisiologicità” del problema, sottolineando il fatto che oggi viviamo un’epoca di emergenza dove anche dal punto di vista del diritto lo Stato fornisce risposte immediate che “funzionano bene sul piano della prevenzione, ma che sul piano delle prove all’interno del giudizio rappresentano certamente un problema”, con la necessità di una distinzione tra intelligence e evidence.

L’avvocato Carlo Golda, infine, si è soffermato – come Nato Civili Expert – su un punto specifico e dirimente delle attività di contrasto antiterrorismo e anti criminalità in genere, quello dell’approccio alle indagini sotto il profilo delle ricognizioni che si possono svolgere a scopo prevenzionale mediante gli strumenti satellitari, evidenziano come l’accesso a dati di origine militare sia spesso soggetto a filtri che invece sarebbe necessario superare per  una maggiore efficacia di risultati.

di Massimo Montebove

Foto di Tommaso Agate

 

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