Elezioni Europarlamento 2019: bilancio e speranze per il futuro dell’Europa

Elezioni Europarlamento 2019: bilancio e speranze per il futuro dell’Europa

K metro 0 – Roma – Nel 2019, esattamente 40 anni dopo le prime votazioni dirette dei cittadini dei Paesi CEE, si terranno le nuove elezioni del Parlamento Europeo. Le votazioni per questa nona legislatura europea – come deciso, a gennaio scorso, dalla conferenza dei capigruppo dell’Europarlamento – avverranno tra il 23 e il 26 maggio

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K metro 0 – Roma – Nel 2019, esattamente 40 anni dopo le prime votazioni dirette dei cittadini dei Paesi CEE, si terranno le nuove elezioni del Parlamento Europeo. Le votazioni per questa nona legislatura europea – come deciso, a gennaio scorso, dalla conferenza dei capigruppo dell’Europarlamento – avverranno tra il 23 e il 26 maggio 2019; una relazione approvata all’ unanimità dai parlamentari il 7 febbraio scorso prevede per il marzo 2019 – quando dovrebbe attuarsi la Brexit – la riduzione dei seggi dagli attuali 751 a 705. I seggi assegnati al Regno Unito, infatti, sono 73, il Parlamento ha deciso che 27 di questi seggi vengano “salvati” e redistribuiti tra altri Paesi (Francia, Spagna, Italia e alcuni con esigua rappresentanza parlamentare, come Estonia, Croazia, Danimarca e Austria), e 46, invece, messi da parte nel caso di future “new entries” nella UE.

L’Europarlamento ha visto crescere storicamente poteri e composizione dal settembre 1952. Nel giugno del ’79, 410 europarlamentari venivano eletti dai cittadini dell’allora Europa dei 9. Oggi, il Parlamento europeo, prima istituzione UE, è la più grande assemblea parlamentare al mondo, tra quelle elette democraticamente, col più grande corpo elettorale transnazionale (circa 375 milioni di aventi diritto nel 2009): la quota di seggi spettante ad ogni Paese, secondo il trattato di Lisbona del 2007, è determinata in base alla sua popolazione.  L’affluenza alle urne, però, specie negli ultimi anni, è progressivamente scesa: calando al 50% nel 1999, e al 42,4 nelle ultime elezioni del 2014.

L’ Europarlamento esercita, insieme al Consiglio dei ministri UE, il potere legislativo comunitario, approvando o respingendo le proposte di norme europee avanzate dalla Commissione. Né l’assemblea di Strasburgo né il Consiglio dei ministri, però, hanno potere d’ iniziativa legislativa, che spetta solo alla Commissione. Nel 2007-2009, tuttavia, l’allora presidente del Parlamento, il tedesco Hans-Gert Pottering, riuscì a far diventare prassi ordinaria di Strasburgo una sorta di “iniziativa dell’iniziativa”: la consuetudine del Parlamento di raccomandare alla Commissione – mediante voto a maggioranza assoluta – la predisposizione di una determinata normativa.

Invece, nel rapporto con la Commissione Europea il ruolo del Parlamento, specie nell’ ultimo quindicennio, s’è gradualmente rafforzato, sul modello d’ un normale sistema parlamentare nazionale. Strasburgo esercita il suo potere di controllo sull’ operato politico della Commissione mediante interrogazioni scritte o orali, e l’estremo strumento della mozione di censura, nonché l’eventuale istituzione di commissioni d’ inchiesta (vedi, nei primissimi anni Duemila, quella creata per accertare la verità sul caso “mucca pazza”); mentre, insieme al Consiglio dei Ministri dell’Unione, approva o respinge il bilancio UE presentato sempre dalla Commissione.

Ma quale Europarlamento potrà scaturire, tra un anno, dal voto degli europei?

Oggi, l’assemblea di Strasburgo è ancora dominata dai due grandi gruppi del Partito Popolare Europeo e dell’Alleanza progressista dei Socialisti e dei Democratici – PES (217 e 189 parlamentari), che da decenni controllano tra il 50 e il 70% dei seggi. Ma che i tempi siano profondamente cambiati rispetto soprattutto agli anni ’80, lo dimostra anzitutto la presenza, oggi a Strasburgo, addirittura di un “Inter-gruppo antifederalista” europeo, comprendente soprattutto 3 gruppi accesamente sovranisti e nazionalisti (peraltro tra loro molto divisi).

Non è troppo presto per disporre di sondaggi attendibili sulle intenzioni di voto dei cittadini europei per il 2019. Un sondaggio esteso, diramato nell’aprile scorso dal sito www.eurobull.it, poi ripreso dalla pagina Facebook “Europe Elects”, mostra che, a maggio 2019, pressoché tutti i partiti tradizionalmente presenti nell’ Europarlamento dovrebbero perdere consistentemente voti: questo riguarderebbe, soprattutto, proprio Partito Popolare Europeo (- 20,5%) e PES (-19,5%). A vantaggio chiaramente, dei partiti euroscettici e ultranazionalisti: ma ancor più, inaspettatamente, dell’ALDE, la formazione di centrodestra che a Strasburgo raccoglie forze d’ impronta sostanzialmente liberale ed europeista moderata (come radicali italiani, “Ciudadanos” spagnoli, liberali inglesi, ecc…).

È comunque evidente che se, da qui a un anno, le forze politiche europee e le istituzioni dell’Unione non sapranno invertire la marcia, dimostrando ai cittadini che l’UE, pur coi ritardi degli ultimi 15 anni, è in grado di assicurare una vita migliore ai suoi cittadini, le tendenze euroscettiche, per non dire apertamente contro l’integrazione europea, acquisteranno sempre più consensi nel Vecchio Continente.  Grande importanza assume, allora, la collaborazione tra Europarlamento ed enti locali, quotidiano teatro di scelte che toccano direttamente la vita della gente. È in corso attualmente la definizione di un piano congiunto di comunicazione ai cittadini da parte di Europarlamento e Comitato europeo delle Regioni (CdR). Piano che intende chiarire ai cittadini europei l’importanza delle elezioni del 2019 come momento di riflessione sul futuro complessivo della UE. Sono previste 3 grandi campagne: sull’ audizione diretta delle aspettative e lamentele dei cittadini europei (più di 150 dialoghi coi cittadini entro il 2018, sia nei luoghi pubblici che mediante sondaggi online e apposite app) e sulla necessità di riportare crescita sostenibile e sviluppo dell’occupazione al centro delle politiche economiche comunitarie. Poi, sul contatto costante tra Regioni, Province, Comuni ed enti minori (dai Municipi italiani ai “Bezirke” tedeschi) di tutta l’UE: per definire politiche credibili degli enti locali di fronte alle sfide di globalizzazione, immigrazione, cambiamenti climatici, energia, crescita della popolazione.

Uno studio paneuropeo commissionato da Strasburgo e dal CdR alla storica London School of Economics, infine, vede già ora gran parte degli intervistati porre il rispetto vero del cittadino, nella sua persona e nei suoi diritti inalienabili, al centro del processo d’ integrazione europea.

 

di Fabrizio Federici

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