Una Coalizione in crisi. L’avvio del quarto governo Merkel tra dissidi interni e sfide esterne

Una Coalizione in crisi. L’avvio del quarto governo Merkel tra dissidi interni e sfide esterne

La nuova Große Koalition guidata da Angela Merkel pare un costrutto molto più fragile del precedente, scosso da polemiche interne e attraversato da profonde rivalità personali. I partiti di governo continuano la parabola discendente nei sondaggi, mentre l’AfD rappresenta la principale forza di opposizione nel parlamento. Quali problemi attanagliano e quali prove attendono la politica

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La nuova Große Koalition guidata da Angela Merkel pare un costrutto molto più fragile del precedente, scosso da polemiche interne e attraversato da profonde rivalità personali. I partiti di governo continuano la parabola discendente nei sondaggi, mentre l’AfD rappresenta la principale forza di opposizione nel parlamento. Quali problemi attanagliano e quali prove attendono la politica tedesca?

K metro 0 – Berlino – Le elezioni del settembre 2017 sono state un terremoto nella storia politica della Repubblica federale tedesca. Viste da oltreconfine, tuttavia, esse non paiono affatto eccezionali, ma rappresentano quasi una sorta di adattamento, di “normalizzazione”, del panorama partitico della Germania rispetto a quello del resto dell’Europa centro-occidentale. Il novum delle consultazioni di settembre può essere ridotto a due dati significativi: la perdita di consensi da parte dei principali partiti di governo, particolarmente drammatica per la SPD, e l’ascesa di un movimento populista alla destra dei conservatori, la AfD. Si tratta di due eventi strettamente correlati tra loro, la cui eco continua a condizionare il dibattito pubblico e le scelte politiche dei principali partiti. La nuova Große Koalition di Angela Merkel – nata dopo il fallimento delle trattative tra CDU/CSU, Grüne e FDP, e in seguito a un doloroso ripensamento della propria linea politica da parte della SPD – comincia sotto cattivi auspici, presentandosi come un’alleanza tra sconfitti e lasciando al principale avversario istituzionale il ruolo di primo gruppo di opposizione.

Gli effetti del terremoto politico delle elezioni di settembre emergono con chiarezza nelle vivaci polemiche che hanno avuto recentemente per protagonisti i membri del governo. I componenti della Große Koalition hanno infatti le proprie prerogative e un fine politico immediato da assolvere: in seno alla CDU è aperta la lotta per la successione ad Angela Merkel, il cui maggiore avversario è l’attuale ministro della salute Jens Spahn; la SPD deve invece affrontare una sfida per la sopravvivenza come partito di massa, tentando di arrestare il salasso di consensi, riparare le fratture interne e recuperare credibilità dopo le giravolte degli ultimi mesi; infine l’attenzione della CSU, che nel governo Merkel ha ottenuto il cruciale Ministero degli interni, è completamente rivolta alle prossime elezioni autunnali in Baviera, dove la costola locale dei cristiano-democratici rischia di perdere diversi punti percentuali in favore dell’AfD.

Tensioni interne e interessi divergenti

Ognuno dei partiti di governo – o delle frange al loro interno – persegue una propria strategia, a cui è possibile ricondurre le controversie che si sono susseguite nelle scorse settimane. I socialdemocratici, proseguendo in questo senso la linea inaugurata dalla breve segreteria di Martin Schulz, hanno deciso di assumere un profilo marcatamente sociale, ponendosi quale obiettivo una riforma del mercato del lavoro e del sistema di assistenza – il cosiddetto Hartz IV, introdotto dal cancellierato di Schröder e costato al partito circa sette milioni di elettori – che, approfittando dell’ottima salute dell’economia tedesca, migliori le condizioni di vita delle fasce più disagiate della popolazione. Tra le proposte più discusse vi è stata quella del Bürgermeister di Berlino, Michael Müller, che ha sollevato l’opportunità di introdurre un cospicuo reddito di solidarietà in luogo dell’Hartz IV. L’ipotesi di un’eventuale riforma dell’Hartz IV è tuttavia servita a Jens Spahn per presentarsi, come già aveva fatto in campagna elettorale, quale alternativa conservatrice per la guida della CDU, affermando come l’attuale sistema sia sufficiente a garantire «a chiunque ciò di cui abbisogna per vivere». Al contempo, Spahn – esprimendosi evidentemente su temi che poco hanno da spartire con il suo ambito ministeriale – ha attaccato i compagni di coalizione sul tema della sicurezza, condannando l’esistenza di “zone franche” nelle grandi metropoli governate dalla SPD e perorando maggiori investimenti nella lotta alla micro-criminalità.

Altrettanto aspre sono state le polemiche tra CSU e CDU. Sia l’attuale ministro degli interni Horst Seehofer che quello dei trasporti uscente Alexander Dobrindt hanno attaccato, con la chiara intenzione di recuperare potenziali transfughi dall’AfD, la cancelliera Merkel e l’ex presidente della repubblica Christian Wulff, ribadendo che l’Islam «non appartiene alla Germania», nonostante i quattro milioni e mezzo di musulmani che vivono nel paese, e proponendo l’identificazione tra democrazia e cultura giudaico-cristiana. In termini concreti, Seehofer intende far approvare una nuova regolamentazione sull’immigrazione entro la pausa estiva – ovvero prima delle elezioni bavaresi – che riguardi anche il ricongiungimento familiare dei rifugiati con diritto d’asilo limitato. Il contratto di coalizione prevede una quota di mille ricongiungimenti al mese, ma non esiste alcun criterio condiviso per la selezione dei beneficiari e la SPD teme l’adozione di norme troppo restrittive che, di fatto, abbassino il limite pattuito. La CSU ha reagito veementemente alle critiche dei socialdemocratici, aggiungendo che «se la SPD non collabora, la Große Koalition è finita».

Critiche ai dissidenti e tentativi di ricomposizione

L’esacerbarsi dei toni ad appena poche settimane dall’effettiva formazione del governo, e soprattutto il malcelato tornaconto politico che motiva quasi tutti questi interventi, ha tuttavia suscitato numerose reazioni dalla controparte e perfino dai ranghi dei rispettivi partiti. Il cristiano-sociale Max Straubinger, ad esempio, ha preso le distanze dall’esclusiva focalizzazione del dibattito sul tema dei rifugiati e del ruolo dell’Islam nella Germania contemporanea, rilevando come ciò torni solo a vantaggio delle forze di estrema destra. Accuse simili sono state mosse contro le esternazioni di Spahn sulla sicurezza delle aree urbane, fondamentalmente basate sul senso comune e prive di riscontri statistici o fattuali. Spahn è stato inoltre attaccato dai socialdemocratici perché, anziché occuparsi degli enormi problemi del sistema sanitario tedesco, preferisce esprimersi su questioni che non sono di sua competenza. D’altra parte, la SPD ha cercato di minimizzare i propri malumori interni – dovuti in particolare alla controversa decisione di aderire alla Große Koalition – additando le divisioni in seno alla CDU e lo scontro di quest’ultima con la CSU. Ovviamente, critiche sono pervenute anche dall’opposizione, dirette soprattutto contro lo spreco di denaro pubblico dovuto alla profusione di segretari di Stato e collaboratori ministeriali – oltre un centinaio nel solo Ministero degli interni –, nonché contro le vaghe linee programmatiche della coalizione su temi cruciali come la tutela ambientale, l’esportazione di armi e il futuro dell’Unione europea.

Anche al fine di superare le tensioni all’interno dell’alleanza, negli ultimi giorni Merkel ha radunato i ministri per una serie di colloqui nel castello di Meseberg, a nord di Berlino, ai quali hanno partecipato anche le rappresentanze sindacali, quelle dei datori di lavoro, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg. Il capo del governo del Niedersachsen, il socialdemocratico Stephan Weil, ha descritto gli incontri come «tutt’altro che una luna di miele». Al contempo, però, il cristiano-democratico Peter Altmeier, attuale ministro dell’economia, ha espresso anche giudizi positivi, parlando di un confronto concreto sui temi del lavoro e sulle opportunità per il futuro, e assicurando come sia compito della Große Koalition quello di incentivare ulteriormente la crescita e creare nuovi posti di lavoro.

La scommessa politica della Große Koalition

I contraccolpi di questo turbolento avvio di legislatura non si sono fatti attendere e, stando ai sondaggi più recenti, se il partito di Angela Merkel registra una lieve inflessione negativa (31,5% rispetto al 32,9% di settembre), la SPD parrebbe incapace di arrestare il proprio declino (passato dal 20,5% al 17,5%), mentre crescerebbe notevolmente il favore verso l’AfD (dal 12,6% al 15,5%). Ciò nonostante, le elezioni federali non si svolgeranno domani, mentre l’attuale Große Koalition rappresenta una scommessa di lungo periodo – adombrata dalle stesse parole di Altmeier. Infatti, al di là delle polemiche e delle contrapposizioni interne, comunque riconducibili a specifici interessi particolari e a prossime scadenze elettorali, CDU/CSU e SPD sono tenute assieme da un medesimo scopo e dalla condivisione di un piano politico abbastanza semplice: affrontare i successivi quattro anni sfruttando e incrementando la crescita economica, tutelando il benessere della popolazione e, possibilmente, mitigando la crescente forbice tra ricchezza e povertà. La speranza è quella di riconquistare i consensi persi attraverso il buongoverno e, soprattutto, disinnescare le ragioni di successo dell’AfD.

Solamente nei prossimi anni sarà possibile valutare se e in che misura si tratti di una scommessa vincente. Tuttavia, è difficile non rilevare una certa ingenuità, soprattutto nel confronto con il populismo di estrema destra. L’ascesa della AfD dipende infatti solo in parte – e meno che altrove, in presenza di forze simili – da condizioni di disagio materiale, rispondendo piuttosto a problemi culturali e politici, a una crisi morale dell’Europa odierna, dove significative fasce di elettori anelano alla riaffermazione di una supposta identità “autentica” e partecipano di nostalgie comunitarie, tradotte in un nuovo nazionalismo. Da questo punto di vista, come ha dimostrato l’esperienza di altri paesi, inseguire la retorica populista non paga neppure in termini elettorali, mentre una politica che miri esclusivamente a salvaguardare gli interessi economici della propria nazione – anche a discapito, come parrebbe, delle necessarie riforme in sede europea – rischia di aggravare, anziché risolvere, il problema. Il benessere tedesco non dovrebbe ridursi a un tappeto di allori su cui adagiarsi, ma offrire l’opportunità per intraprendere scelte coraggiose e progetti lungimiranti.

 

di Nicola Bassoni

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